Giovanni Ferrari

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Amore e violenza. Due concetti che in questi ultimi anni sono purtroppo tornati all'attenzione dell'opinione pubblica. Ma il nuovo disco dei Baustelle, "L'amore e la violenza" (nei negozi da oggi 13 gennaio per Warner Music) non è un racconto di cronaca nera. Né una critica al clima di ostilità che respiriamo da ormai troppo tempo. È molto di più.

Con la creatività linguistica alla quale ci hanno abituato, i Baustelle fanno un'istantanea ai nostri giorni, raccontano l'amore in tutte le sue sfaccettature. Colorano lo spettro delle possibilità, da cima a fondo. Ci ricordano che amare è anche, a volte, creare e subire "violenza". Perché se si è in due, bisogna fare spazio all'altro e alle sue diversità. È a volte compromesso, a volte rinuncia. È uno scontro di due diversi che vogliono assomigliarsi. 

Il singolo di lancio de "L'amore e la violenza" è Amanda Lear, un brano che in realtà non è nato come un omaggio alla diva nata ad Hong Kong, ma "come una scusa per parlare di un amore che finisce". Ne abbiamo parlato con Francesco Bianconi.

Quindi Amanda Lear è stato un pretesto?

Esattamente. La canzone parla di due che si lasciano perché lui prende alla lettera la filosofia spiccia di lei. Così, lui la tradisce con la prima che passa. La scelta di Amanda Lear è stata prettamente una questione di metrica, sono sincero. Ma mi piace che sia proprio lei, perchè è un'icona assoluta. È il simbolo di un certo tipo di femminilità.


L'amore e la violenza ritornano spesso nel vostro disco. Nel brano Il vangelo di Giovanni cantate: "Certe volte l'esistenza si rivela con violenza intorno a me e non la riesco a sopportare". Come stanno insieme amore e violenza?

Di questi tempi stanno molto insieme, purtroppo. Sono poco scindibili. Viviamo tempi di grande violenza. Mi viene da dire, di guerra. È una violenza sempre più capillare. Nessuno si sente più al sicuro, tantomeno il mondo occidentale. Questa cosa ha chiaramente influenzato la scrittura del disco. Ma in generale l'amore è spesso violento. Sono due cose si affiancano di frequente. A volte l'amore comprende una violenza "buona".

Nel disco sono presenti numerose immagini. Dai turisti giapponesi al Giubileo ai profughi siriani. Non riuscite a fare a meno della concretezza nella scrittura, vero?

A me viene naturale cercare di essere specchio del tempo in cui vivo. Trovo che in questo disco ci siano grandi spostamenti di idee. Mi piacciono le immagini concrete affiancate ad altri tipi di immagine. Nella poesia c'è spesso questa collisione tra pensieri alti e la concretezza del tempo. Dallo scontro di due cose spesso lontanissime nasce un'emozione, qualcosa di interessante. I testi dei Baustelle sono spesso così: sono trucchi del mestiere.

A livello musicale ci sono molti riferimenti vintage. Qual è stato il lavoro che vi ha portato a questi suoni?

È stata una ricerca lunghissima. Il nostro percorso è molto lungo anche perché la ricerca sul suono è per noi importante. È impossibile dividerla dalla scrittura della canzone: sono importanti gli strumenti e le timbriche. Questa volta abbiamo utilizzato un dogma vero e proprio: questo doveva essere un disco pop, molto incentrato sulle tastiere, sui sintetizzatori. Tutto analogico, non digitale. Non per essere retro a tutti i costi, ma perché crediamo che certi strumenti abbiano determinati caratteri da rispettare. 



Eurofestival, invece, sembra una dichiarazione d'intenti. Una sorta di "no, grazie" a tante dinamiche così in voga...

Quel brano deriva da una constatazione. Anche se non sembra, io amo la vita, ma spesso mi trovo fuori sincro con essa, mi ci trovo a volte estraneo. Mi trovo ad essere spettatore (e allo stesso tempo attore) di questa grande accozzaglia di avvenimenti alla rinfusa. Ci sono tanti avvenimenti storici che ti rincoglioniscono. Quando mi trovo in questi momenti penso che "vorrei ritirarmi dal festival". Ma non è un concetto rinunciatario. 

E quindi cos'è?

È il desiderio di scomparire per il rifiuto dell'oscenità di quello che mi succede. È un pensiero più nobile di una semplice rinuncia. Lo diciamo anche ne Il vangelo di Giovanni: "Meglio sparire nel mistero del colore delle cose".

L'ultimo brano della tracklist è Ragazzina, un pezzo che si conclude con "Vieni in questa grotta al freddo e al gelo, tra Gesù bambino e l'uomo nero". Il vostro percorso di questo album ha trovato una posizione in cui stare? Siete arrivati a un compromesso concettuale?

Diciamo di sì. Questa è una canzone per mia figlia. Quando si hanno dei figli scatta un desiderio di "protezione animale". C'è una sorta di invocazione: "Scendi dalle stelle, scendi Re del Cielo".  Come a dire: "Vieni a vedere quanto è dura quaggiù, vieni a lottare insieme a noi". Così come fanno i padri. 

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