Gabriele Antonucci

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C’ è stato un tempo, alla fine degli anni Sessanta, in cui si pensava che il rock, veicolo privilegiato di un potente messaggio sociale, avesse la forza di cambiare il mondo.

Purtroppo così non è stato, anche se indubbiamente le canzoni di quel periodo, tra cui quelle indimenticabili del duo per antonomasia Simon & Garfunkel,  hanno reso migliore la vita di tutti gli amanti della buona musica.

Un’eredità importante che porta ancora oggi avanti Art Garfunkel, 75 anni, capelli più radi di un tempo e voce provata da una grave paresi alle corde vocali nel 2010, ma dotato di un carisma e di una comunicativa che dovrebbero essere oggetto di studio da parte dei giovani cantanti di oggi, soprattutto quelli che confondono il numero di decibel con il saper cantare.

Ieri sera si è tenuta all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’ultima tappa italiana del tour “In close up”, una sorta di recital semiacustico in cui il grande cantante newyorchese è stato affiancato dal pianista e tastierista Dave Mackay (presentato da Garfunkel come “il migliore pianista che abbia mai avuto”) e dal chitarrista Tab Laven, i cui morbidi arpeggi sono il perfetto complemento alla sua voce.

Lo spettacolo è anticipato dalla tassativa richiesta degli organizzatori, in italiano e in inglese, di non fare foto o filmati, per non deconcentrare il cantante, che esige la massima attenzione da parte del pubblico.

Gli spettatori hanno così dimenticato per un’ora  e mezza lo smartphone e si sono completamente calati nell’atmosfera delicata ed evocativa del concerto. Garfunkel appare subito sorridente e di buon umore: “E’ bello ritornare a Roma, anche se l’ultima volta che sono stato qui (nel 2004 n.d.r.) c’erano 500.000 persone, il Colosseo dietro le mie spalle e Paul Simon di lato”.

Lo spettacolo alterna sapientemente canzoni e letture delle sue poesie, uno storytelling sincero e onesto in cui il cantautore parla di se stesso, dell’amore, della morte e delle sue fragilità, giocando sulle sfumature, sulle pause e sui toni tenui.

La scaletta spazia tra i brani solisti, i successi di Simon& Garfunkel e le canzoni dei suoi autori preferiti: All I know di Jimmy Webb, Real emotional girl di Randy Newman, Someone to watch over me di George Gershwin e Devoted to you degli Everly Brothers “che negli anni Cinquanta hanno fatto innamorare me e Paul del rock and roll”.

Art cala subito un poker di hit come April Come She Will, The Boxer (scandita dal coro e dal battito di mani degli spettaori) ,Perfect Moment e A Heart in New York, con un eccellente assolo di piano di Dave Mackay.

Il pubblico quasi trattiene il respiro per non disturbare quelle esecuzioni così ispirate e delicate, tanto che Garfunkel si interrompe per ringraziare “per la vostra squisita attenzione”.

Le monumentali Scarborough Fair e Homeward Bound sono probabilmente  i momenti più intensi del primo set del concerto.

La seconda parte è maggiormente incentrata sulle cover (bellissima la sua interpretazione di Someone to watch over me di Gershwin) e sulle sue poesie, di cui una scritta prima dei suoi tre recenti concerti sold out alla Royal Albert Hall di Londra, la Scala della musica ingiustamente definita “leggera”.

Nel secondo set non potevano mancare, però, le epocali For Emily, Whenever I May Find Her, The Sound of Silence(“la canzone che mi ha cambiato la vita”), Kathy's Song e Bridge Over Troubled Water, eseguite con grande sentimento e ispirazione.

Il finale è affidato alla dolce Now I Lay Me Down to Sleep, quasi una ninna nanna per accomiatarsi dal pubblico, che gli ha tributato una lunga standing ovation.

La sensazione, alla fine del concerto, è stata quella di aver ritrovato dopo tanti anni un vecchio amico, a cui è bastato un solo sguardo per ritrovare l’antica complicità. Un amico che sa tutto di noi, che ci ha accompagnato con discrezione nel corso della vita e che ci ha lasciato con il cuore colmo di gratitudine e di bellezza.

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