Gianni Poglio

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Quattro anni fa se ne andava Amy Winehouse. Un'artista unica, intensa, emozionante, dalla voce sopraffina: travolta dal successo, dalle dipendenze e dai meccanismi bizzarri della celebrità che cambia la vita e la trasforma in una gabbia da cui è difficile fuggire. Per ricordarla riproponiamo quello che diceva di lei Tony Bennett, uno degli ultimi ad avere condiviso del tempo con lei in studio di registrazione, un anno dopo la sua scomparsa.

«Aveva gli occhi dolci e innocenti di una bambina. Mi si stringe il cuore se ripenso a quel giorno passato insieme agli Abbey road studios di Londra. L’ultima volta che Amy s’è avvicinata a un microfono per incidere una canzone l’ha fatto con me, per il mio disco, Duets II. Abbiamo cantato stando quasi incollati, sentivamo l’uno il respiro dell’altra, ci inseguivamo con lo sguardo. Era emozionata Amy, e non solo perché io ero da sempre il cantante preferito di suo padre». Snocciola ricordi indelebili Anthony Dominick Benedetto, in arteTony Bennett, l’ultimo grande crooner vivente, 85 anni, una carriera leggendaria, seconda solo a quella di Frank Sinatra, e un disco di duetti con le più grandi voci del mondo: Lady Gaga, Mariah Carey, Andrea Bocelli, Norah Jones, Michael Bublè, Natalie Cole. Artisti proiettati verso un futuro radioso con contratti e progetti da sogno.

Tutti tranne una: Amy Winehouse. «Mancavano pochi minuti all’inizio delle registrazioni e lei era nervosissima » ricorda Bennett. «Non stava ferma un attimo, aveva le farfalle nello stomaco, il volto teso, il cuore a mille. Sono sintomi che conosco  bene. In quei momenti sembra che il mondo ti stia per crollare addosso, poi inizi a cantare e il battito torna regolare, prendi fiato e la tensione si scioglie. Io la chiamo la paura dei giganti. Più un artista è grande e più grande è l’ansia che deve sconfiggere prima di una esibizione. L’emotività di Amy mi ha ricordato quella del vecchio Frank (Sinatra, ndr). In camerino, Sinatra era uno straccio, poi saliva in scena e tirava fuori gli artigli del fuoriclasse, la tempra d’acciaio».

Ha un solo rimpianto Bennett: «Quello di non avere avuto il tempo di raccontarle fino in fondo la mia storia tormentata, i miei anni bui di cocaina e champagne. Durante una pausa delle registrazioni, mi ha stretto la mano come una bambina con il papà. “Tony, come si impara a vivere felici? Sono sfinita”. La felicità è non uccidere il proprio talento, le ho detto. La sua morte è un lutto per l’arte. Di ragazze con una voce così calda non ce ne sono più in giro. Non dimenticherò mai le sue ultime parole: “Questa canzone (Body and soul, ndr) non avrebbe potuto venire meglio di così. Grazie, Tony”».

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