Alice Cooper, la vera storia in un libro: "Così ho sputato in faccia alla morte"

La vita del re del shock rock nelle pagine di Welcome to my nightmare

Alice Cooper, 14 giugno, MIlano – Credits: Getty Images

Gianni Poglio

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Alice Cooper non è solo un rocker. Alice Cooper è l'inventore di un mondo fatto di suoni e suggestioni horror. Nei suoi spettacoli va in scena la dark side dell'America più profonda: incubi, perversioni, serial killer, sedie elettriche.

Di seguito un estratto dal libro di Dave Thompson "Alice Cooper Welcome to my nightmare - La vita del re dello shock rock" edito da Tsunami. 

Il cannone fu accantonato. Ma non perché fosse troppo pericoloso. Non avrebbe funzionato perché non era proprio fattibile. L’idea era che Alice sarebbe stato caricato nel cannone, poi avrebbe avuto qualche secondo per uscire da un varco laterale, e poi la miccia sarebbe stata accesa e un manichino sarebbe volato attraverso il palco, per finire in una rete. Sembrava bello, durante le prove.

Ma la prima volta che lo portarono sul palco, davanti a 20.000 ragazzini con il fiato sospeso e gli occhi sbarrati, il manichino cadde appena fuori il cannone, e rimase appeso come una massa inerte. Il giorno dopo, il cannone fu venduto ai Rolling Stones. Nessuno disse che era difettoso. Ma la violenza e la morte rimasero un elemento chiave dello show, con l’interludio del nuovo album, Street Fight, che assunse proporzioni cinematografiche.

Non era uno spettacolo facile. Su un palco cosparso di spazzatura, Alice era obbligato a difendersi contro quattro bulli di strada, che spediva brutalmente a miglior vita con la sua lama. Quando venne introdotta quella scena, i musicisti fecero del loro meglio per tirare qualche colpo e uscirne indenni. Ma divenne subito evidente che non avrebbe funzionato; era tutto troppo finto. Così i pugni e i calci divennero sempre più forti, e l’unica concessione fu quella di non fare troppo male ad Alice.

Eppure dichiarò Sounds: “Vengo picchiato, e anche gli altri. Quando cado dalle scale mi faccio male. Ma so che è quello che vogliono i ragazzini, mi ammazzo per il pubblico. Sputo in faccia alla morte, sfido il dolore. Non mi piace per niente il dolore. Preferirei morire in un incidente d’auto che farmi davvero male, quello sarebbe l’inferno, mentre la morte potrebbe non esserlo”.

Ma spesso Alice scendeva dal palco dovendosi curare più di un taglio o livido. Una sera disse di essersi rotto una costola. Un’altra sera, ne ruppe tre, e in un’altra occasione si fratturò due nocche. E l’unica consolazione era che sul momento nessuna di quelle lesioni gli faceva male. “Non sentivo niente”, continuò in quell’articolo su Sounds. “Ma quando scendevo dal palco era tutto un ‘YEEAAAOW, OOOOAH! Fa male!’. È che ti scorre talmente tanta adrenalina quando sei lì sopra, che non senti nulla. Quando salgo su quel palco è mio dovere distruggere il pubblico. Devi fissare ognuno di loro e renderti conto che hai più potere di chiunque altro. Mi prendo la responsabilità degli Alice Cooper. La gente paga cinque dollari per vedere lo show, e io mi ammazzo per far sì che sia bello”.

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Eppure qualcosa era cambiato. L’atmosfera della presentazione era diversa, la morale della storia era distorta. Impossibilitati, nel tempo a loro disposizione, a costruire un palco completamente nuovo per il tour di School’s Out, e con il cannone messo purtroppo da parte, il gruppo continuava a proporre le parti essenziali del vecchio spettacolo di Killer, “modificato in modo da escludere l’infanticidio, sostituito da uno scontro con i coltelli”, come disse il Record Mirror. E quello fu lo spunto per un interessante cambio di marcia.

In passato, quando Alice veniva condotto al patibolo (o, prima di quello, alla sedia elettrica), era la punizione per dei crimini davvero orribili; e anche se il pubblico non smetteva mai di adorarlo, poteva consolarsi con la consapevolezza che il mostro stava avendo quello che si meritava: fare a pezzi i bambini richiede la pena di morte.

Questa volta però il mostro era tale solo perché faceva fuori quattro persone, anche se se lo meritavano; il fatto che Alice, che lottava per la sua vita contro una gang di teppisti, fosse l’eroe della storia, non il cattivo, sembrava essere sfuggito ai coreografi ma non al pubblico. Sera dopo sera, mentre Alice veniva trascinato al patibolo e il pubblico veniva esortato a cantilenare: “Impiccatelo! Impiccatelo!” – che era stato il momento più agghiacciante del vecchio show di Killer – non successe niente.

“L’esecuzione aveva più l’aria di una crocifissione”, scrisse il Record Mirror. “Questa volta non stavano impiccando un assassino di bambini, era il loro Alice. C’erano poche grida di incoraggiamento mentre veniva trascinato al patibolo, e gli effetti sonori di tuoni e fulmini, mentre veniva posizionato sulla trappola sembravano presi da uno di quei colossal biblici hollywoodiani. Non so che reazione mi aspettassi dal pubblico – acclamazione, grida o cosa – ma la sensazione di una forte tensione nell’oscurità era davvero impressionante”.

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