Musica

Addio a Charles Bradley, l’ex homeless divenuto star a 63 anni

Il cantante, soprannominato “l’aquila urlante del soul”, è morto per tumore a 68 anni. Era considerato l’erede di James Brown

Charles Bradley

Gabriele Antonucci

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Si è spento a Brooklyn a 68 anni, dopo aver lottato per un anno contro il cancro, Charles Bradley, uno dei migliori soulman contemporanei, considerato l’unico vero erede di James Brown, tanto da essere soprannominato "the screaming eagle of the soul" ("l’aquila urlante del soul") per il modo appassionato in cui cantava ogni sua canzone, come se fosse l'ultima.

Nell'ottobre dello scorso anno gli era stato diagnosticato un tumore allo stomaco. Dopo una lunga battaglia, a maggio aveva dichiarato di aver sconfitto la malattia ed era tornato in tour, poi, all’inizio di settembre è arrivata la doccia fredda: un nuovo cancro, questa volta al fegato, ancora più aggressivo del precedente, che lo ha costretto ad annullare i concerti autunnali.

Una notizia che ha addolorato tutti gli amanti del soul, soprattutto per la sua storia singolare, emblematica del sogno americano.

Bradley, folgorato all’inizio degli anni Sessanta da un concerto all’Apollo Theatre del suo idolo James Brown, decide fin da piccolo di diventare un cantante.

“Il mio sogno era proprio quello: di diventare il nuovo James Brown -ha dichiarato Bradley ad Alberto Castelli in un’intervista su "Outsider"- Era una vera e propria ossessione, anche quando la mia vita era davvero complicata e senza speranza, c’era sempre quel sogno che mi spingeva a continuare. In fondo non avevo molto altro, solo quel sogno e la speranza che prima o poi arrivasse qualcuno a darmi una possibilità”.

Il cantante diventa il leader di una band, i Black Velvets, che imita in tutto e per tutto gli spettacoli del “soul brother number one”: stessi capelli, stessi vestiti, stesse mosse, tanto da essere soprannominato James Brown Junior.

A questo punto, uno si potrebbe aspettare una svolta in stile Sliding Doors, del tipo, l’allievo incontra finalmente il suo maestro, che lo benedice e lo aiuta nella sua carriera. Niente di tutto questo.

Bradley, dopo un concerto di James Brown a Los Angeles, si reca nei camerini per incontrare il suo nume tutelare e per spiegargli di essere non solo un suo fan, ma un vero e proprio impersonator. Uno dei bodyguard della star del soul lo caccia in malo modo, dicendogli che James Brown non aveva alcuna intenzione di conoscerlo.

Bradley perde a poco a poco fiducia in se stesso, iniziando a vivere, anzi, a sopravvivere per strada a Los Angeles, mentre sua madre e suo fratello erano rimasti a New York.

Dopo anni vissuti per strada come homeless è diventato poi cuoco per i senza tetto in un centro che assisteva i poveri, cioè quelli che, per tanti anni, sono stati i suoi "colleghi".

All’inizio degli anni Duemila arriva l’incontro fortuito che gli cambierà la vita, quello a New York (dove era tornato nel frattempo a vivere) con Tom "TNT" Brenneck, illuminato capo della Daptone Records, la stessa etichetta della compianta Sharon Jones, a cui consegna un suo demo.

Brenneck ne è entusiasta e, dopo aver visto Bradley dal vivo, decide di metterlo sotto contratto. Mentre tutto sembrava volgere per il meglio, il fratello del cantante muore a New York mentre cercava di sfuggire a una rapina.

Charles è distrutto dal dolore, ma Brenneck gli  suggerisce di non arrendersi e di riversare tutto il suo dolore nel disco. Nel 2011 esce finalmente il suo album d’esordio, No Time For Dreaming, alla tenera età di 63 anni, che ottiene un grande successo di pubblico e di critica: il suo sogno di vivere di musica finalmente si realizza.

L’album, registrato nello stesso studio e con gli stessi musicisti di Back to black di Amy Winehouse, fa rivivere agli appassionati di musica black le stesse emozioni del soul in puro stile Stax e del funk orchestrale da blaxploitation.

“Soprattutto nei primi tour che ho fatto -ha dichiarato Bradley ad Alberto Castelli- a volte mi veniva di piangere quando vedevo che proprio di fronte a me c’erano persone che erano venute ad ascoltarmi, vedevo la loro felicità e mi sembrava davvero incredibile. A volte, tra una canzone e l’altra, mi chiedevo se stava succedendo per davvero, in certi momenti pensavo ‘stai calmo, è solo un sogno, poi ricomincerà tutto da capo’, però mi dicevo, anche se è solo un sogno, per favore non svegliatemi”.

Seguiranno altri due album, Victim of love nel 2013 e Changes nel 2016, dischi di soul-funk senza tempo di grandissima qualità.

Quella di Bradley è davvero una storia incredibile, tanto che nel 2012 il regista Poull Brian decide di raccontarla nel documentario Charles Bradley, Soul Of America, vincitore di un Award all'Annapolis Film Festival e incoronato con il TUGG Buzz Screening alla SXSW.

Il 2 novembre del 2013 abbiamo avuto la fortuna di vedere Charles Bradley  dal vivo all’Angelo Mai di Roma, in una delle sue poche esibizioni in Italia.

Il cantante si è confermato un performer d’eccezione, intenso e generoso, tra urla strazianti da consumato soulman, balli scatenati e ballad strappacuore che hanno mandato in visibilio il pubblico femminile.

L’unica critica che gli si poteva muovere era forse l’eccessiva somiglianza di alcune trovate sceniche con quelle del grande James Brown, ma siamo sicuri che anche il "soul brother number one" abbia approvato da lassù questo coraggioso artista che, a  63 anni, ha dimostrato che non è mai troppo tardi per diventare ciò che hai sempre desiderato essere.

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