Gabriele Antonucci

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Il mercato dei biglietti dei grandi concerti non conosce crisi, ma anzi fa segnare ogni anno il segno più, a discapito dei concerti medio-piccoli, tanto che ormai l'odioso fenomeno del secondary ticketing, ovvero l’acquistare biglietti online per poi rivenderli a prezzo maggiorato(anche 10 volte tanto) su canali non ufficiali, vale a livello mondiale vale circa 8 miliardi di dollari.

Negli ultimi anni i tour hanno acquistato un'importanza sempre più predominante nei guadagni di un artista, che ormai può contare sempre meno sui ricavi delle vendite degli album fisici, mentre lo streaming offre ricavi modesti anche per chi può vantare milioni di ascolti dei suoi brani.

Vediamo quali sono i 10 concerti più belli del 2017, una classifica del tutto soggettiva che tiene conto sia della qualità delle esecuzioni live quanto dell'importanza dell'evento.

1) Nick Cave (4 novembre Padova; 6 novembre Assago (Mi); 8 novembre Roma)

I concerti di Nick Cave sono un’esperienza emotiva da provare almeno una volta nella vita, anche per il rapporto quasi carnale che si crea tra Cave e i suoi adepti, con un muro di mani che lo cercano e lo toccano come in attesa di una rivelazione da questo carismatico e imprevedibile predicatore laico.

Il bardo di Melbourne ha l’abilità di un Caravaggio nel far emergere dal buio più desolato squarci melodici di straordinaria nitidezza e il concerto(o, per meglio dire, la performance)è la dimensione ideale dove rivelare le sue due anime, quella incendiaria e quella intimista, creando una straniante alternanza di emozioni come solo i grandi del rock sanno fare.

Nell’ultimo album Skeleton Tree, segnato dalla tragica morte del figlio Arthur, precipitato a soli 15 anni da una ripida scogliera presso Brighton, Cave ha accantonato la sciabola punk a favore del fioretto, mostrando il suo lato più lirico e romantico agli spettatori italiani, senza rinunciare, però, alla tensione latente che si respira nella sua musica.

Il pubblico, lungi da ogni retorica, è davvero il settimo componente dei Bad Seeds, encomiabili nella loro capacità di assecondare i saliscendi emotivi delle sue canzoni, esaltandone al massimo il pathos.


2) Depeche Mode (25 giugno Roma; 27 giugno Milano; 29 giugno Bologna)

C’erano una volta il rock e l’elettronica, due mondi a parte con propri codici e stilemi. Nessuna possibilità di compromesso o di ambiguità: o abbracciavi l’uno o seguivi l’altra.

I primi a infrangere queste barriere e a unire con la loro musica pubblici completamente diversi sono stati i Depeche Mode. Il trio di Basildon ha confermato allo Stadio Olimpico di Roma, davanti a 53.000 spettatori entusiasti, di essere una delle live band più solide e spettacolari dal vivo.

La cosa che ci ha colpito di più del concerto romano, al di là delle ben note doti di performer dei Depeche Mode, è il loro suono: ricco, corposo, compatto, inquietante e sensuale al tempo stesso, in una parola sola, irresistibile.

Il testo di Where’s the revolution?, il primo singolo dell'ultimo, convincente album dei Depeche Mode, Spirit,  mette subito in chiaro le intenzioni artistiche della band inglese, che da 36 anni continua a trovare inedite soluzioni per rendere sempre appetibile la sua inconfondibile amalgama di elettronica e rock, di sintetizzatori e di strumenti tradizionali, tenuti insieme da testi personali e ricchi di urgenza politica.


3) Radiohead (14 giugno Firenze, 16 giugno Monza)

Pochi gruppi incarnano il suono ibrido del terzo millennio, intriso di inquietudine, di elettronica e di chitarre distorte, come i Radiohead, forse l'ultima grande band, dopo i Nirvana, ad aver indicato una nuova via al rock.

Gli oltre 100.000 spettatori di Firenze e Monza hanno accolto a braccia aperte e con grandissimo calore il ritorno in Italia dopo 5 anni della band capitanata dal carismatico Thom Yorke.

La band non si è risparmiata, soprattutto il suo frontman che ha mostrato un insolito buonumore, con una scaletta che, a differenza del 2012, ha fatto ampie concessioni ai grandi successi del quintetto di Abingdon, contrappuntati da un bel gioco di luci e video a sottolineare il mood dei brani.

Nella setlist spicca una nutrita presenza di brani, ben sei, dal loro capolavoro Ok computer, uno degli album più influenti del rock contemporaneo di cui nel 2017 si celebra il ventesimo anniversario, seguito dall’ultimo lavoro A moon shaped pool, più chitarristico e orchestrale rispetto alle sperimentazioni elettroniche dei dischi precedenti, con cinque canzoni in scaletta.

Ben rappresentati anche In Rainbows e Hail to the Thief, con tre brani ciascuno. Il bis, con la trionfale doppietta finale di Fake plastic trees e Karma Police, ha messo d’accordo tutti.


4) Vasco Rossi (1 luglio, Autodromo di Modena)

Il Modena Park non è stato solo un concerto, ma un vero e proprio sacrificio d’amore da parte del popolo del Blasco (c'è chi è rimasto accampato un mese per avere un posto in prima fila), di quelli fatti con il cuore, nonostante la fatica, le lunghe ore di attesa e il caldo, perché ciò che ha ricevuto, nel corso degli anni, è ben più di quello che ha dato.

Il rocker di Zocca non si è mai rivolto a una folla anonima e senza volto, ma a ciascuno dei 220.000 presenti come un vecchio amico che ha sempre le parole giuste da dirti, sia che debba consolarti o spronarti.

Nell’era del solipsismo digitale e della paura latente del terrorismo, l’entusiastica adesione degli spettatori al richiamo del Modena Park è un segnale di grande speranza, oltre che l'ennesima conferma del potere taumaturgico della musica.

Un concerto ricco di emozioni e di ottima musica, che ha fatto segnare un record di spettatori difficile da battere per chiunque. Al di là dei numeri, ciò che colpisce è il senso di appartenenza e di comunanza che si respira ad ogni show di Vasco.

Quello che fa urlare ai suoi fedeli fan, ad ogni concerto, “siamo solo noi”, mentre “tutto il mondo è fuori”.

5) Eddie Vedder (24 giugno Firenze, 26 e 27 giugno Taormina)

Si possono tenere in pugno 50.000 spettatori, per oltre due ore, solo con voce e chitarra? Sì, se ti chiami Eddie Vedder, carismatico frontman dei Pearl Jam, per la prima volta in concerto solista in Italia quest'estate a Firenze e a Taormina.

L'artista, vera e propria icona del grunge, si è sempre battuto in prima persona in dibattiti politici e in cause sociali e umanitarie.

Vedder suona dal vivo diversi strumenti, tra i quali la chitarra, l'armonica a bocca e l'ukulele, che ha utilizzato nella registrazione dei suoi album da solista, oltre che con i Pearl Jam in alcune occasioni.

La voce di Vedder dal vivo è intensa e baritonale, e i suoi testi, spesso cupi e introspettivi, raccontano storie di ordinario disagio e di solitudine con grande capacità poetica.


6) Rolling Stones (23 settembre, Lucca Summer Festival)

La band capitanata dai "glimmer twins" Jagger & Richards, che da 55 anni incarna lo spirito ribelle, dionisiaco e indomabile del rock, ha portato lo show "No Filter" alle monumentali Mura Storiche di Lucca, nell'unica data italiana del tour dove erano presenti 56.000 spettatori, per festeggiare i 20 anni del Lucca Summer Festival, una delle più importanti kermesse musicali estive.

Gli Stones sono ancora una gioiosa macchina da guerra del rock, in grado di entusiamare e accendere platee di ogni età con le loro canzoni dirette e senza fronzoli, suonate con la sapienza dei veterani e con l'energia di un gruppo di esordienti.

La scaletta è di fatto il greatest hits della sua cinquantennale carriera, con una netta predilezione per il periodo che va dalla metà degli anni Sessanta fino all'inzio degli anni Ottanta (Gimme Shelter, (I can't get no) Satisfaction, Paint It Black, Jumpin' Jack Flash, Tumbling Dice, Brown Sugar, Start me up), anche se non sono mancate le sorprese.

La canzone scelta dai fan italiani è stata la sensuale Let’spend the night together, inaspettati e di grande impatto i due caldi blues Just your fool e Ride ’em on down dal disco di cover dello scorso anno Blue & Lonesome, ma la sorpresa maggiore è quando Mick Jagger spiazza tutti cantando in italiano Con le mie lacrime (As tears go by), come fece a San Siro nel 2006.

Assistere a un live dei Rolling Stones è, a tutti gli effetti, una lezione di storia del rock, di cui la band inglese incarna l'essenza più profonda: riff di chitarra al fulmicotone, energia, divertimento e melodie immortali.

7) U2 (15 e 16 luglio Roma, Stadio Olimpico)

Nel 2017 ricorrono i 30 anni dall’uscita del loro capolavoro The Joshua Tree, che contiene le hit With Or Without You,I Still Haven’t Found What I’m Looking For e Where The Streets Have No Name, a cui sono stati dedicati i due concerti a Roma del 15 e del 16 luglio, uniche date italiane del tour.

Il concerto è diviso in tre blocchi distinti: nella prima parte la band irlandese si presenta sul palco più piccolo al centro del prato, senza l'ausilio del maxischermo, solo con i loro strumenti, quasi a sottolineare di non aver bisogno di effetti speciali per accendere il pubblico.

La seconda parte del concerto è quella, tanto attesa, dell'esecuzione integrale di The Joshua Tree.

Basta la suggestiva immagine su sfondo rosso dell'albero di Joshua sul gigantesco schermo in 8K per tornare indietro con la memoria alla primavera del 1987, evocata dalle emozionanti note e parole di Where the Streets Have No Name: "Voglio correre, voglio nascondermi, voglio abbatte i muri che ci tengono dentro. Voglio protendermi e toccare la fiamma dove le strade non hanno un nome".

La terza parte, dedicata ai bis, si chiude con i brividi caldi di One, cantata in coro da tutto il pubblico, con i flash dei cellulari, le lucciole del terzo millennio, a illuminare lo Stadio Olimpico.


8) Guns N' Roses (10 giugno Imola, Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari)

I Guns N’ Roses, formati oggi da Axl Rose (voce, piano), Duff McKagan (basso), Slash (chitarra solista), Dizzy Reed (tastiere), Richard Fortus (chitarra ritmica), Frank Ferrer (batteria), e Melissa Reese (tastiera), sono ancora una delle band più importanti e influenti nella storia del rock, come dimostrano gli oltre 2 milioni di biglietti già venduti per il tour Not In This Lifetime.

A Imola, unica tappa italiana del tour mondiale, la band di Axl e Slash ha suonato tutti i classici dal best seller Appetite for destruction, i pezzi forti di Use your illusion e quattro canzoni tratte da Chinese Democracy, il disco senza Slash, Duff e gli altri membri originali, a parte Axl Rose accompagnato da una moltitudine di session men.

L'intero show, che ha entusiasmato gli 80.000 spettatori, è stato costellato di citazioni e cover storiche. Da Wish you were here dei Pink Floyd a Voodoo Chile di Jimi Hendrix, passando per Bob Dylan, Wings, Eric Clapton e Who. Una vera festa del rock.

9) Bruno Mars (12 giugno Bologna;15 giugno Milano)

Bruno Mars ha già dimostrato in soli tre album Doo-Wops & Hooligans del 2010, Unhortodox Jukebok del 2012 e 24K Magic del 2016 di avere una capacità di scrittura, di produzione e di interpretazione da autentico big.

Nell’ultimo lavoro 24 K Magic la pop star hawaiana ha voluto rendere omaggio alle atmosfere della musica r&b con la quale è cresciuto all’inizio degli anni Novanta, periodo in cui la scena black era dominata da Bobby Brown, Blackstreet, Boyz II Men, Babyface e Teddy Riley.

Mars ha mostrato a Bologna e Milano di saper spaziare con naturalezza tra pop, rock, reggae, r&b , soul e funk, mostrando una totale padronanza del palco e dei suoi mezzi espressivi, nonostante la ancora giovane età.

"Se parliamo di talento, Bruno Mars ne ha più di tutti: la voce, l’elasticità della danza, la confidenza con il palco. L’impronta è quella di Michael Jackson".

L’endorsement per Peter Gene Hernandez (il vero nome di Bruno Mars) viene da Mark Ronson, produttore di Amy Winehouse, Duran Duran e Queens Of The Stone Age, uno che di musica ne sa, eccome.

10) Coldplay (3 e 4 luglio Milano, Stadio San Siro)

Dolci e poetici, ermetici nei testi quanto accessibili nelle sonorità, i Coldplay incarnano le rock star della porta accanto, che piacciono in egual misura alle ventenni e alle loro mamme.

La band capitanata da Chris Martin è la dimostrazione che il pop non è una parolaccia, qualora venga declinato con gusto, sensibilità e qualità, e non c’è dubbio che i Coldplay, grazie alle loro canzoni, siano oggi la pop band numero uno al mondo.

La conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, è arrivata nei due concerti allo Stadio San Siro di Milano, dove 58.000 spettatori(altrettanti per la seconda data) hanno cantato, ballato e si sono emozionati per oltre due ore di show perfetto in ogni minimo dettaglio, ma anche caldo e coinvolgente come se fosse una data zero e non uno spettacolo ormai rodato.

Chris Martin è un frontman atipico, che non ha nulla della sfrontatezza un po’ guascona di un Mick Jagger o di un Roger Daltrey.

Bello, colto, educato, ironico, amante dell’arte, democratico non solo dal punto di vista politico, ma anche pratico: i proventi dai diritti d'autore dei Coldplay vengono ripartiti in parti uguali tra i quattro elementi del gruppo, uno dei segreti della loro coesione.

Il mondo Coldplay è così: gentile, colorato, in fondo innocuo, ma tremendamente coinvolgente.

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