Mike Bloomberg (Ansa)
highlight-in-homepage

Il flop di Bloomberg al primo dibattito

Incerto, insicuro, poco convincente. L'arma segreta dei democratici non ha convinto alla sua prima tv come candidato alle presidenziali Usa. E Trump gongola

«La performance del dibattito del piccolo Mike Bloomberg è stata forse la peggiore nella storia dei dibattiti». Con queste dure parole, Donald Trump ha commentato su Twitter la prestazione dell'ex sindaco di New York nel corso del confronto televisivo tra i candidati democratici, tenutosi ieri sera a Las Vegas (in Nevada). E, per quanto il presidente americano abbia ovviamente tutto l'interesse ad attaccare il munifico ex primo cittadino della Grande Mela, è onestamente difficile non concordare con il suo lapidario giudizio.



Per la prima volta in queste primarie democratiche, Bloomberg ha preso parte a un dibattito in Tv. Le aspettative erano particolarmente alte, anche perché l'ex sindaco è in ascesa nei sondaggi a livello nazionale e – nelle ultime settimane – ha investito ingenti quantitativi di dollari in spot elettorali. Ciononostante la performance si è alla fine rivelata non poco deludente. Se era prevedibile che la maggior parte dei candidati sul palco lo avrebbero attaccato senza pietà, le sue repliche si sono dimostrate timide, inadeguate, scarsamente incisive e – a tratti – addirittura confuse. Bernie Sanders lo ha accusato di aver avallato misure di stampo razzista ai tempi del suo incarico come sindaco, contestando inoltre le indebite collusioni tra potere politico e finanziario. Elizabeth Warren ha invece messo nel mirino i comportamenti sessisti che si terrebbero nel suo impero editoriale e perfino Joe Biden – solitamente poco energico – lo ha inchiodato su alcuni suoi passati commenti: soprattutto quando – nel 2010 – definì l'Obamacare "una disgrazia".

Davanti a questo profluvio di attacchi, Bloomberg non ha mostrato fibra adeguata: ha glissato, avanzato una difesa poco convincente e puntato tutto sul presentarsi come il businessman che risolve problemi. "Sono un manager. Sapevo cosa fare dopo l'11 settembre e ho reso la città più forte che mai. E sono un filantropo che non ha ereditato i suoi soldi ma ha fatto i suoi soldi", ha affermato. Un po' poco per un candidato che, almeno nelle sue intenzioni, nutrirebbe l'ambizione di ritagliarsi il ruolo che fu di Trump tra i repubblicani nel 2016: quello del magnate energico e pragmatico che spariglia le carte e mette in riga i politicanti di Washington. Peccato per Bloomberg che, durante le primarie di quattro anni fa, Trump – piacesse o meno – metteva in scena performance televisive molto più vigorose, battendosi da solo contro tutto e tutti e senza cedere di un millimetro. Un atteggiamento a volte anche sbruffone ma che ha costituito una solida base per l'allora candidato repubblicano: un candidato, che si è progressivamente conquistato l'elettorato americano anche per questo piglio battagliero. Un piglio ieri sera totalmente assente in Bloomberg.

Ed ecco che quindi non sono poche le incognite che aleggiano sulla sua candidatura. È vero: l'ex sindaco ha una strategia molto precisa. Non solo – come sta già facendo – vuole investire somme spropositate di danaro in spot elettorali ma anche concentrarsi prevalentemente sugli Stati popolosi e conseguentemente ricchi di delegati. È in questo senso che ha d'altronde deciso di non partecipare ai primi quattro appuntamenti elettorali delle attuali primarie democratiche (in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina), preferendo esordire direttamente al Super Martedì del 3 marzo (quando voteranno, tra gli altri, anche California e Texas). Una strategia che, sulla carta, un senso lo ha: l'idea di Bloomberg è infatti quella di lasciare che i suoi contendenti si scannino politicamente durante tutto il mese di febbraio, per presentarsi poi fresco a marzo e accaparrarsi ampie quote di delegati.

I nodi non sono tuttavia pochi. In primo luogo, non dimentichiamo che già Rudolph Giuliani tentò una linea simile alle primarie repubblicane del 2008: una linea che lo condusse però a un rapido fallimento. In secondo luogo, le ingenti risorse finanziarie che l'ex sindaco sta iniettando nella sua campagna elettorale potrebbero rivelarsi un boomerang: non a caso, è finito sotto il fuoco incrociato di Trump, Sanders e della Warren, che lo stanno accusando da giorni di volersi "comprare le elezioni". Tra l'altro, una simile figura rischia di risultare profondamente divisiva, in seno a un partito – quello democratico – la cui sinistra si mostra sempre più critica verso la presenza dei miliardari in politica. Inoltre, al di là di queste considerazioni generali, è anche nel concreto che la strategia di Bloomberg rischia seri inciampi. L'ex sindaco sta infatti puntando a conquistare il voto dei centristi, sottraendolo al sempre più debole front runner, Joe Biden, e all'outsider, Pete Buttigieg, che ha comunque ottenuto ottimi risultati sia in Iowa che in New Hampshire. Va detto che, in teoria, Bloomberg sia ben messo sotto questo aspetto, perché – secondo svariate rilevazioni – molti elettori afroamericani sarebbero pronti ad abbandonare l'ex vicepresidente americano per passare dalla sua parte. Fatta quindi eccezione per il declinante Biden, l'ex sindaco di New York parrebbe l'unico, tra i vari candidati democratici, a risultare attrattivo per le minoranze etniche. Il punto è che non è assolutamente chiaro quanto, su questo fronte, peseranno alcune controverse dichiarazioni che Bloomberg ha fatto negli anni scorsi, quando – oltre alla pratica dello "stop and frisk" – si è trovato anche a difendere il redlining: una prassi che rendeva difficile ottenere prestiti ad interi quartieri disagiati (di solito a maggioranza afroamericana).

Alla luce di tutto questo, è chiaro che il 3 marzo si rivelerà uno spartiacque fondamentale per la corsa elettorale di Bloomberg. Per ora, l'incertezza all'orizzonte resta comunque molta. Non è soprattutto chiaro che cosa questo miliardario (avvezzo ai cambi di partito) abbia realmente da dire ad aree elettoralmente rilevanti come la Rust Belt. E in che modo possa effettivamente riconquistare quelle quote di elettori che – nel 2016 – hanno abbandonato l'asinello per votare Trump (si pensi solo agli operai impoveriti del Michigan e dell'Ohio). Perché il punto è proprio questo: le dichiarazioni controverse che stanno riemergendo dal passato non sono derubricabili a semplici gaffe. Quando nel 2011 Bloomberg disse che i novantacinquenni malati di cancro alla prostata non dovessero usufruire della sanità pubblica o nel 2016 parlò con sprezzo degli agricoltori o – ancora – nel 2010 bollò l'Obamacare semplicisticamente come uno spreco di soldi, ciò che emerge è – in definitiva – una filosofia coerente. Controversa ma coerente. La filosofia di un businessman tecnocrate, che considera lo Stato alla stregua di un'azienda, in cui l'efficientismo deve rigidamente prevalere sulle tutele sociali. E non bisogna essere necessariamente fautori di Sanders per rendersene conto, perché anche Trump – nel corso delle primarie del 2016 – si batté contro un ultraconservatore come Ted Cruz in difesa della sanità pubblica. Quello stesso Trump che ha – è vero – prospettato qualche taglio al Dipartimento della Salute nella sua ultima proposta di bilancio. Ma che ha anche sostenuto, nello stesso documento, la necessità di ridurre il costo dei farmaci e di tutelare i pazienti con condizioni preesistenti. Insomma, una candidatura come quella di Bloomberg mette in evidenza la crisi di identità in cui è piombato ormai il Partito Democratico americano. Un partito che fa sempre più fatica a restare ancorato alle classi sociali disagiate. Quelle classe sociali disagiate che poi, guarda caso, finiscono per votare Trump.

In tutto questo, la confusione nell'asinello continua a regnare. I due candidati più vicini all'establishment, Joe Biden ed Elizabeth Warren, risultano attualmente in forte crisi, dopo i pessimi risultati rimediati in Iowa e New Hampshire. Tutto questo, mentre i due outsider emergenti, Bernie Sanders e Pete Buttigieg, riscontrano non poche difficoltà. Il primo ha contro l'intero apparato del partito, mentre il secondo non ha significative esperienze politiche alle spalle, oltre al problema di avanzare un programma elettorale piuttosto aleatorio. Tra l'altro, su Buttigieg pesa anche il fatto di annoverare svariati milionari tra i propri finanziatori: elemento che certo non lo rende digeribile a buona parte della sinistra. È dunque chiaro che, in questo caos, difficilmente Bloomberg riuscirà a ritagliarsi il ruolo di "salvatore della patria", perché – anziché federare – una figura come la sua rischia soltanto di scavare solchi sempre più profondi in seno a un asinello già in preda alla guerra civile. Senza poi dimenticare che, in un eventuale duello con Trump, l'ex sindaco di New York non disporrebbe di troppi argomenti a proprio favore: soprattutto se l'economia americana dovesse continuare a crescere con i ritmi attuali e il tasso di disoccupazione dovesse proseguire a mantenersi così basso. Più che un asso vincente, Bloomberg rischia insomma di rivelarsi un bluff.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti