Marcello Simoni e 'Il marchio dell’inquisitore': l’intervista

L’autore bestseller di thriller storici torna con un giallo pieno di misteri ambientato a Roma tra le tipografie del Seicento

Marcello Simoni, Il marchio dell'inquisitore

Antonella Sbriccoli

-

Roma, 1624. In un laboratorio tipografico della via dell’arco Camilliano, l’inquisitore Girolamo Svampa osserva un torchio da stampa. Ad essere schiacciate sotto la platina metallica non sono, però, le pagine di un libro, ma il cadavere di un uomo con la bocca piena di carte stampate. Inizia così Il marchio dell’inquisitore, il nuovo giallo storico di Marcello Simoni. Un libro ambientato nel secolo della Contoriforma, lontano dal Medioevo, in cui l’autore si è concentrato con le trilogie che lo hanno reso famoso. A svelare i retroscenza del delitto di stampo ereticale un nuovo detective alquanto insolito: ombroso e diffidente, con il collo marchiato a fuoco e una capacità di indagine dalla precisione chirurgica.

La prima domanda che ci viene spontanea, parlando con Simoni, è proprio sul secolo scelto. Ma, leggendo Il marchio dell’inquisitore, di curiosità su cui far luce ce ne sono molte.

-Dal Medioevo al Seicento: come sei approdato al secolo della Controriforma?

Dopo due trilogie ambientate nell'Età di mezzo, avevo voglia di respirare un po’ di aria dell’Età moderna. Mentre mi occupavo di Medioevo, mi sono imbattutto in tantissima saggistica che descrive quest'epoca come quella dei “Secoli bui”. In realtà, molti dei temi attribuiti a questo lungo periodo per renderlo oscuro appartengono all’Età barocca. In particolare, se pensiamo all’inquisizione e alla stregoneria, ci troviamo di fronte a fenomeni antropologici e sociali che si sviluppano nel Seicento. Temi che mi attiravano moltissimo.

-Come hai fatto a calarti nel clima del 'Secolo di Ferro'?

Per traslocare nel Seicento, ho dovuto sgombrare la mente da tutte le cognizioni dei miei romanzi precedenti. La cosa più difficile, quando si descrive un’epoca lontana dal presente, è sempre cercare di entrare nella testa delle persone che vi vivevano. Per farlo mi documento su cosa leggevano, in modo da capire cosa pensavano, e su come si esprimevano. Nell'ambientazione di questo romanzo, che ha alle spalle il Medioevo, il Concilio di Trento e la lotta contro il Protestantesimo, mi sono divertito moltissimo a ricostruire il linguaggio dell’epoca, che era “arguto” e fatto di duelli e schermaglie verbali. All'inizio sono partito da Dumas. Con personaggi come il Cardinale Richelieu e I tre moschettieri, mi sono fatto un’idea di Parigi, che poi ho ampliato con la figura di Cyrano de Bergerac, un personaggio letterario e storico che amo moltissimo. Loro per primi mi hanno dato l’idea del “Secolo di Ferro” come di un’epoca fantastica, piena di elementi perfetti per ambientare la storia che mi ronzava in testa da tempo.

-Quanto tempo e quanto studio ci sono voluti per scrivere 'Il marchio dell’inquisitore'?

Non c’è un tempo preciso in cui si completa il processo della scrittura. L’idea di questa storia e del suo protagonista, 'fra Girolamo Svampa, mi ha accompagnato per tanto tempo prima di concretizzarsi. Quando ho iniziato a pensare al Seicento, mi sono reso conto di essere profondamente ignorante in fatto di tipografia, di urbanistica, di “struttura” dell’esercizio del potere nella Roma barocca. Dovevo conoscere meglio il clima dell'epoca: l’Inquisizione e la Congregazione dell’Indice, gli ordini religiosi dei Gesuiti e dei Francescani, il mondo tipografi. Ogni lettura mi forniva nuovi spunti per costruire la mia trama.

-Quanto c'è di vero nella tua storia?

La storia è frutto della mia fantasia, ma i personaggi di cui parlo, a parte il protagonista e il suo aiutante, sono tutti realmente esistiti. Con Francesco Capiferro, che fu realmente il segretario della congregazione dell'Indice e priore della Minerva, mi sono preso qualche libertà, attribuendogli delle caratteristiche da coprotagonista del romanzo. Si tratta di un personaggio che ho amato moltissimo. 

Scrivendo, hai mai pensato agli intrighi politici del presente?

Quando scrivi una storia un occhio è sempre rivolto al presente. In particolare, il romanzo di ambientazione storica è sempre un pretesto per raccontare il quotidiano, non tanto nelle strutture politiche del periodo a cui appartieni, ma nel modo di pensare e di agire dell’essere umano. Si tratta di elementi che si ripresentano in ogni epoca, in forma sempre diversa, ma simile. Sfruttando le tecniche narrative di Dumas, ho ripescato il malgoverno dei cardinali, gli intrighi e le società segrete.

-Tutto è ambientato tra i palazzi della Curia pontificia e il quartiere romano dei tipografi, tra torchi, biblioteche e libri proibiti. Da dove nasce il fascino per questi luoghi?

Le biblioteche sono dei labirinti, dei luoghi di grande suggestione in cui, molto spesso, ti perdi e perdendoti puoi trovare anche quello che non stavi cercando. I libri sono la stessa cosa, delle finestre su realtà sconosciute.

-Leggendo non si può restare indifferenti di fronte al protagonista della tua storia, Girolamo Svampa, che percepiamo carico di misteri ancora da svelare. Lo incontreremo di nuovo?  

Dipenderà dall’entusiasmo dei lettori e dell’editore. Nella mia mente, Girolamo Svampa ha ancora tantissimo da vivere e tante avventure da raccontare.


Marcello Simoni

Il marchio dell’inquisitore

Einaudi, 2016, 330 p.

 

Marcello Simoni nel Mondadori Megastore di via San Pietro all'Orto di Milano
© Riproduzione Riservata

Commenti