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Futuro anteriore. La moda ai tempi della stampante 3D

Stilisti che esplorano dimensioni parallele, dove un vestito può cambiare colore con la temperatura di chi lo indossa. Supertessuti per sfidare il tempo e – con una contraddizione in termini – il susseguirsi delle collezioni. Google Glass per osservare la “realtà aumentata” che sfila in passerella. C’è una metamorfosi in atto nella moda: dopo i prototipi d’avanguardia, la tecnologia è capace di produrre stile. Che il domani passi attraverso un nuovo artigianato digitale? L'inchiesta è sul numero 10 di Flair in edicola con Panorama giovedì 27 marzo .

La base è matematica, il canovaccio prigioniero di un lessico senza particolare poesia: ingegneria delle forme, scienza dei materiali, sequenze di bit. L’effetto finale, però, parla il linguaggio dell’eleganza: è un abito nero lucido, in nylon, leggero e sottile. Lungo, stretto, avvolgente. Concepito al computer e partorito da una stampante 3D. Un puzzle di 17 pezzi fusi insieme, 3.000 piccole giunture, 12.000 cristalli Swarovski che giocano ad accendersi e spegnersi secondo gli umori della luce. Cade morbido come un panno su una scultura neoclassica, si gonfia a fisarmonica all’altezza delle spalle, scende fino ai piedi tra curve e tornanti, spigoli e rientranze. È una gara di vuoti e pieni, più vedo che non vedo. Lo ha creato per Dita von Teese il designer Francis Bitonti, che in autunno lancerà un’intera collezione realizzata con questa tecnica. «Mi dà la libertà di realizzare forme e modelli impossibili con i processi della manifattura tradizionale. Produrre la complessità diventa più semplice», spiega da New York. Avamposto, tra tanti, di una creatività che anche nella moda migra dalle sicurezze dell’analogico verso i sentieri non battuti del digitale. Che inventa fantasie e prototipi sul pc e poi li imprime con l’inchiostro sui tessuti; indossa i Google Glass e si veste di telefonini; frequenta i social network e sposa stringati codici espressivi. In equilibrio precario tra abitudine e sperimentazioni, tra il gusto del “vecchio“ fatto a mano e la spinta in avanti delle novità.

La stampa 3D, in generale, è l’esempio migliore, il filone più prolifico: spezza il passato senza spazzarlo via; affianca, non subentra. È un metodo accessorio di ideare e realizzare un capo, un paio di scarpe o di occhiali, un gioiello, un orologio. Esperimenti da tappeto rosso  o passerella, almeno per ora. Come il look ideato lo scorso dicembre per la sfilata di Victoria’s Secret da Bradley Rothenberg, architetto e designer, lo studio lungo la Broadway a nove minuti dal Brooklyn Bridge, un traguardo chiaro in testa: «Applicare regole semplici per costruire qualcosa di nuovo. Un po’ come succede nella fisica, dove ci sono principi che non puoi rompere, ma ti lasciano comunque flessibilità». I principi sono la forma e la vestibilità di un capo. I modi per ottenerle, in evoluzione: «Con la stampa 3D si ripensa la geometria di un disegno, si decide le performance di ogni sezione dell’abito. Creandolo su misura per il singolo cliente». Lavorando il progetto con un software, saltando o arricchendo di contenuto i bozzetti bidimensionali dell’ufficio stile; inviandolo alla macchina perché lo renda reale subito, senza le fasi e i passaggi multipli – dal taglio al confezionamento – di un atelier: «Così rivoluzioneremo il mercato, elimineremo le taglie, arriveremo a una customizzazione di massa», dice con tono diretto e piglio trionfale Catherine Wales, designer attiva a Londra e firma di Project DNA, collezione di accessori che includono caschi, corsetti, orpelli per abiti di haute couture. «Una via, la mia, per esplorare i passi in avanti della tecnologia e fonderli con la moda».

Il risultato di tanto fermento è uno schieramento su due poli opposti: l’entusiasmo e la prudenza. Da una parte uno zoccolo in crescita di creativi che sperimenta e innova. Che aumenta il suo carico di fiducia di fronte ad abiti stampati in 3D sempre più flessibili e comodi, lontani dalle armature rigide degli inizi, datate 2010 e dintorni. Dall’altra ci sono le grandi case che un po’ prendono in prestito queste suggestioni per eventi o collezioni isolate, ma perlopiù nicchiano in attesa di comprendere in pieno natura e portata del fenomeno. «Non rimpiazzerà mai i metodi classici, che godono e continueranno a godere di tutti i vantaggi della produzione di massa, dei benefici delle economie di scala. La stampa 3D è lenta e costosa. Soddisferà altri bisogni: quelli di clienti che vogliono accessori e capi realizzati apposta per loro. Esclusivi, personalizzati o in edizione limitata. Aprirà la strada a modelli di business sperimentali», fa ordine Melba Kurman, autrice del best seller internazionale Fabricated: the New World of 3D Printing, tradotto anche in cinese, giapponese e arabo.

L’interesse generale rimane altissimo: ci sono stilisti che propongono collezioni intere, come l’olandese Iris Van Herpen, che ha vestito le popstar Lady Gaga, Björk e Beyoncé e, soprattutto, ha avviato una collaborazione con la compagnia belga Materialise per sviluppare un tessuto stampabile che sia flessibile, duraturo, resistente al calore e lavabile in lavatrice. Dagli Stati Uniti arriva N12, un bikini realizzato con questa tecnica, il primo nel suo genere, già in vendita a 250 dollari. (…)

Si può leggere l’inchiesta su Moda e tecnologia sul numero 10 di Flair in edicola con Panorama giovedì 27 marzo .

Courtesy © Michel Zoster

Miniatura – Un corsetto della stilista Iris Van Herpen dalla collezione “Capriole”.

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