Mi ha voluto Wim Wenders: Luca Lucchesi racconta il suo incontro con il regista tedesco

Luca Lucchesi è siciliano e grazie a un incontro fortuito nella sua città (ma anche a un talento che impareremo a conoscere), è diventato l'aiuto del regista tedesco. L'intervista su Flair, in edicola con Panorama di questa settimana.

Wim Wenders con il uso aiuto regista Luca Lucchesi – Credits: Sergio Coppi

Andrea D'Addio

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« Ha fatto di tutto per Wim Wenders: autista del furgoncino delle scenografie, cameraman, aiuto regista, direttore della fotografia e da ultimo, ma solo per ragioni cronologiche, un documentario sulla lavorazione del nuovo film del cineasta tedesco, Every Thing Will Be Fine, le cui riprese in Canada devono ancora terminare (nel cast James Franco e Charlotte Gainsbourg).

Luca Lucchesi però non è solo il braccio destro di Wenders. La sua carriera da filmmaker, in Germania e non solo, è degna di una storia a parte. Anche perché, di qualsiasi progetto si tratti, questo trentenne alto, bruno e da poco più di un anno padre di una bellissima bambina italo-tedesca porta con sé talento e creatività che sono propri della Sicilia, e più precisamente Palermo, quartiere Arenella, da dove arriva. «Il più bello del mondo», tiene a precisare sorridendo, quando lo incontriamo nella sua casa di Kreuzberg, a Berlino.

Nel 2011 è stato invitato al Festival di Cannes per il film collettivo Istanbul Express, mentre da pochissimo ha terminato le riprese di Lunaria, documentario sulla realizzazione dell’omonimo album della folk singer Etta Scollo, altro talento siciliano tanto celebre all’estero, Germania e Austria in particolare, quanto “soprattutto per intenditori” in Italia dove sarà in concerto il 22 aprile, al teatro Franco Parenti di Milano.

Cosa c’è a Berlino che non le offriva l’Italia?
Probabilmente l’entusiasmo, ma non mi ritengo un talento in fuga. Del resto i miei lavori più personali parlano di viaggi. Qui sono riuscito ad acquisire quella credibilità necessaria per dare il via a progetti in alcuni casi anche ambiziosi, ma se dovessi tornare in Italia proverei a continuare sulla stessa strada. Anni fa ho rinunciato a girare un film a cui tenevo, visto che il finanziamento ricevuto dalla regione Sicilia non mi convinceva per varie ragioni. Ma non per questo ho perso la speranza che anche nel nostro Paese le cose possano cominciare a funzionare.

Com’è iniziata la sua carriera da filmmaker?
Mi è sempre piaciuto scrivere. Mentre studiavo legge a Palermo un docente, Vincenzo Militello, mi ha chiesto di riadattare alcuni passaggi dalle tragedie di Euripide. Da lì ho cominciato ad aiutare amici nella scrittura di vari corti e ne ho girati anch’io. Intanto sono diventato regista di una piccola trasmissione televisiva dedicata agli universitari.

E poi, Wenders.
Una volta, per caso, venni a sapere che stava per partire una produzione tedesca a Palermo. Approfondii. Andai nell’hotel dove si facevano i colloqui per un assistente alle scenografie. Là, una signora straniera mi bloccò per chiedermi un’informazione. La liquidai in fretta, non volevo fare tardi. M’incontrai con i produttori. Mi scelsero. Solo allora scoprii che il film era Palermo Shooting di Wim Wenders. E la signora era sua moglie Donata... Dato che sono uno dei non numerosi palermitani che parla un buon inglese, mi capitò di fare da interprete. A riprese finite, Wenders decise di tornare a Palermo per girare alcune scene di raccordo. Per una settimana mi ritrovai da solo con lui e con la direttrice della fotografia. Un anno dopo, mentre ero sul set di una soap opera, guardo il cellulare: trenta chiamate perse. Era Wenders. Il giorno dopo aveva un cortometraggio in Calabria. Voleva che io gli facessi da aiuto regista. Mollai tutto e andai.

Cosa apprezza in lei il regista?
Da siciliano lo guardo sempre negli occhi, non ostento venerazione come tanti altri che chiedono la sua opinione su tutto. Persone del genere Wenders non le sopporta.

E lui com’è “dietro le quinte”?
Ama tecnologia, fotografia, musica. Ogni volta che c’incontriamo mi chiede cosa abbia sul mio iPod. In genere conosce già tutto ed è lui che dà le dritte a me. Non sempre abbiamo gusti simili, ma sono contento che anche lui sia un fan di Fabrizio Cammarata, unico italiano invitato al Festival au Désert in Mali. Sul cantautore sto girando un documentario on the road, Send You a Song. Sono stato in  Turchia e ora andrò in Messico, a Cuba e al South by Southwest festival di Austin, in Texas. Zaino in spalla e camera in mano. Non potrei immaginare lavoro più bello.
 

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