Tennis & Fashion: Venus, Maria e le “top model” del Grand Slam

Le semidee di Wimbledon e dintorni ispirano la moda e, talvolta, favoriscono anche le rivoluzioni sessuali. Una conversazione con il giornalista-scrittore Gianni Clerici. Si può leggere l’intervista integrale sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama.  

Luca Bergamin

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In loro vive questa combinazione casuale eppure formidabile di geni che le ha trasformate da tenniste in semidee combattenti. Che si tratti di un’Afrodite nera o di un’eroina da sacro pantheon nordico, poco cambia: sono a proprio agio sui campi di Wimbledon come su una catwalk di New York. Si fanno ammirare – grinta perfida e rivoli di sudore – nell’apertura fotografica dello sport dei quotidiani e troneggiano su copertine di magazine di moda, testimonial per alta gioielleria, it-bag, profumi. Il “net” che separa questo sport, che è nato total white nelle sue divise ereditate dal cricket, e l’odierno mondo fashion è sempre più sfumato da quando sono in campo le stellari sorelle Venus e Serena Williams, “l'urlatrice” Maria Sharapova, la 26enne belgradese Ana Ivanović. Sempre loro ispirano – e talvolta li disegnano – capi e accessori, generando ricavi milionari. A tratteggiare per Flair le cronache dell’irreversibile virata verso coolness e sensualità del tennis femminile è Gianni Clerici, che Italo Calvino ha definito “uno scrittore in prestito allo sport”. Ma soprattutto unico giornalista, ex-giocatore con tanto di partecipazione a Wimbledon, a essere ammesso – l’altro italiano, è il grande campione Nicola Pietrangeli – nella Hall of Fame di Newport, Rhode Island, onore che viene tributato solo agli immortali della racchetta.

Certe tenniste paiono sfilare. Chi la colpisce di più?
Quando vedo Ana Ivanović con la sua naturale eleganza che la fa sembrare una regina anche quando indossa uno straccetto come nella finale di Roland Garros a Parigi, resto senza fiato. Si muove come se non fosse consapevole della sua grazia. Ha un fascino magnificamente infantile.
Trascura Venus Williams, che lei ha descritto nelle esibizioni con body sexy e magliette fosforescenti.
Venus avrebbe potuto diventare una top model. La natura le ha donato un corpo da divinità greca e un touch inatteso per una ragazza che viene dal ghetto. Si disegna persino gli abiti. Io non li apprezzo, ma lei ci prova.
Anche designer e maison hanno compreso il potenziale di immagine nelle tenniste, come Ralph Lauren, o risalendo nel tempo, Jean Paul Gaultier e Jean Patou.
È uno sport individuale e un vettore commerciale straordinario. La realtà è che una tennista sta in campo ed entra nelle case attraverso il televisore per almeno due ore. Quello che indossa diventa oggetto del desiderio per la giovanissima che la segue. E più della scherma in cui le ragazze sono nascoste, dello sci in cui l’estetica risulta irrilevante e del nuoto in cui le atlete sono seminude e non suscitano alcuna pruriginosa esaltazione nel pubblico.
Il top intrecciato sulla schiena di Serena Williams è più conturbante del costume di Federica Pellegrini?
Di sicuro. Le tenniste sono sempre state provocanti, emancipate, capaci di anticipare i gusti e anche le libertà, non solo stilistiche, della donna. A volte azzardando come Lea Pericoli. Che è passata alla storia non tanto per i risultati sportivi, quanto per la gonnellina di piume di struzzo che le aveva disegnato Ted Tinling, un funzionario gay di Wimbledon che fu il primo sarto prestato al tennis e fece appunto di Lea la sua modella» (...)

Si può leggere l’intervista integrale sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama.

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