Italia, si ricomincia a fare moda

Ecco i nuovi 10 fashion designer che stanno cambiando forma al made in Italy. Su Flair in edicola con Panorama di questa settimana.

Angelo Flaccavento

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«Se non fosse stato Ragusa, facoltoso borgo del sud-est siculo: nella vetrina della boutique che veste gli esteticamente evoluti, un abitino di neoprene ricamato di MSGM, a metà tra scuba e rococó. Ha una immediatezza e una facilità – appaga l’occhio con un flash, senza nulla di astruso, complicato, concettuale  – che ruba la scena. «Le clienti conoscono il marchio per il forte battage su web e giornali», spiega la commessa. «Piace perché è una alternativa alle griffe, ma di chi sia il designer non sanno nulla, né paiono interessate a scoprirlo». Per gli annali, mister MSGM è Massimo Giorgetti, abile manipolatore di stampe e media digitali – l’endorsement ben coltivato di numerose icone dei social ha fatto della sua collezione, pop e gioiosa, una vera supernova. Il suo caso è esemplare della dinamiche che dominano la scena attuale della moda italiana. In un ribaltamento di sorti a 180° rispetto al culto sfrenato dell’ego che fu degli Anni 80, il prodotto vende perché seduce per design, martellamento visivo, passaparola, marketing astuto, mai perché a promuoverlo è la personalità dello stilista, la cui figura è anzi, il più delle volte, defilata o inespressa.

Ci sono naturalmente le eccezioni che confermano la regola: Fausto Puglisi ha modellato la propria persona pubblica sull’istrionismo di Gianni Versace; Gaia Trussardi, da un anno appena direttore artistico del marchio di famiglia, presta le proprie algide fattezze all’ultimo profumo della maison – ma in linea di massima la nuova moda italiana è popolata di autori che hanno fatto la scelta del basso profilo, cresciuti nelle retrovie, quindi più abituati al caos sottocoperta del design studio che alle luci della ribalta. Questo per chiarire fin da subito che, a dispetto di quanto a tutta prima appaia, il tanto invocato, e ancor più necessario, ricambio generazionale è avvenuto persino nel Belpaese dell’atavico immobilismo e del terror panico dei giovani. I trenta-quarantenni – certe cose non cambiano mai, chiaro: da noi ancora si è nuove promesse a questa veneranda età – si sono affiancati ai mostri sacri della prima ora, agli Armani, Prada, Fendi di un tempo. L’avvicendamento è semplicemente avvenuto all’interno; i lanci di linee eponime sono stati pochi, mentre si è affermato il ruolo di direttore creativo, insieme più sicuro e rischioso dell’avventura solista. Non per codardia o mancanza di iniziativa, ma perché queste sono le condizioni attuali del fashion-making e il pragmatismo è carattere essenziale della creatività contemporanea.

Un personaggio come Massimiliano Giornetti, pur non avendo il nome sull’etichetta, è riuscito a portare ventate di tagliente modernismo da Salvatore Ferragamo, senza tradirne anzi rinforzandone l’orgogliosa artigianalità. Lo stesso si può dire di Alessandra Facchinetti, che da Tod’s, dopo passaggi da Valentino, Moncler Gamme Rouge e Pinko, ha finalmente trovato il giusto spazio d’espressione. Dei magnifici dieci – con beneficio di inventario e nella consapevolezza che la situazione è in continuo mutamento – che si possono individuare come esempi internazionali di nuova italianità – Marco De Vincenzo, Massimo Giorgetti, Andrea Incontri, Stella Jean, Marco Zanini, Gabriele Colangelo e poi appunto Giornetti, Puglisi, Facchinetti e Gaia Trussardi – ben pochi sono noti al grande pubblico dei non addetti ai lavori. Fanno moda concentrandosi sui vestiti, su quel che la gente può o vuole indossare: un occhio al botteghino, uno all’invenzione, senza troppe elucubrazioni. Parallelo, anagraficamente più maturo ma affine al gruppo, Alessandro Dell’Acqua che con N.21 ha creato un caso da manuale: pur paladino di una certa eccentricità, mantiene un tocco secco e concreto. E il piglio sicuro e lo sguardo disinibito lo hanno portato alla direzione creativa di Rochas: debutta a marzo sostituendo un altro italiano, proprio Marco Zanini, passato invece da Schiaparelli, terreno fertile in cui coltivare il gusto sognante e scatenato per tutto ciò che è off.

Molti di questi designer, riconoscendo il culto della visibilità totale che oggi imperversa, lavorano sulle stampe, e in generale sulla superficie dell’abito, con trovate che intrattengono l’occhio mantenendo il design su una medietas senza picchi: è  il caso della haitiana naturalizzata italiana Stella Jean, côté neobarocco mediterraneo, e di MSGM, côté urbano. Andrea Incontri mescola languori modernisti e purezze cerebrali in un linguaggio delicato ma puntuto. Le ladies di Marco De Vincenzo sono materiche: vestono come signorine grandi firme, ma in tessiture manipolate. Anche Gabriele Colangelo distorce la materia, ma la sua estetica è pura, virginale al limite dell’afasia. Gaia Trussardi sembra utilizzare se stessa e il proprio lifestyle frenetico di mamma in carriera per immaginare abiti che assolvono a una semplice funzione: vestire, con stile, senza trasformare in manichini. Del gruppo, Fausto Puglisi è il più esuberante, ma a ben guardare dietro il suo misto di déco e punk, memento di una estetica rutilante e dionisiaca, sta un profondo apprezzamento per le cose belle che durano e stanno bene a molte. Ecco, se c’è un carattere che definisce la nuova scuola italiana, pur nella coralità delle voci e nella scatenata individualità degli autori, è il ritorno – storto, ma palpabile – al pragmatismo del fare moda come operazione di design applicato. È così per questi magnifici dieci come, nell’humus fermentante e ancor più nuovo, per Fabio Quaranta, Mariavittoria Sargentini, Aldo Maria Camillo di Cerruti 1881, Erika Cavallini. Dopo l’ubriacatura del superstyling e le derive avanguardistiche a ogni costo, la moda italiana riscopre le sue origini, fronteggiando l’eterno teorema: creare il nuovo partendo da materia e disegno, nulla di più. Per l’ego ci sono Instagram e i social, invece, ma quella è un’altra storia, che avvicina i designer al pubblico, cancellandone aura e mistero. Segno dei tempi.

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