Riccardo Tisci: «Così, nella mia moda, celebro il mito dell’America».

Parla a Flair il creative director di Givenchy che ha “riprogettato” le leggendarie sneaker “Air Force 1 RT”. Si può leggere l’intervista integrale a Riccardo Tisci, sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama .  

Riccardo Tisci è nato nel 1974, a Taranto. È attualmente fashion director della maison Givenchy. – Credits: Ezra Petronio

Simone Corti

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Simone Corti

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Rappresentare la contemporaneità, viene d’istinto a Riccardo Tisci. Il 39enne stilista italiano con base a Parigi unisce talenti differenti, ma complementari: ha infranto totem e tabù con un’estetica dirompente e profondamente personale in grado di armonizzare moda-gadget – felpe, T-shirt, sneaker – con l’haute couture; ha avuto la capacità di ridare coolness a un marchio storico, Givenchy, con una vitalità inaspettata; è prediletto dalle superstar globali, si pensi a Marina Abramović come a Madonna; infine, sa utilizzare, e bene, i nuovi social media, primo tra tutti Instagram, con l’appeal di una rockstar. Ma non si accontenta. E nella sua ricerca stilistica, ha compreso la forza dell’elemento “sport” nella moda. Non a caso una multinazionale come la Nike gli ha affidato il progetto di restyling di una sua icona, come l’Air Force 1 – disegnata nel 1982 da Bruce Kilgore – da una parte scarpa-simbolo del basket Usa, dall’altra accessorio giovanile, e che dal quartiere di Harlem ha colonizzato il mondo. Il giorno dopo la presentazione del suo modello – Air Force 1 RT (Riccardo Tisci) – che ha subito incassato ottima accoglienza planetaria, lo stilista arriva a New York. È un po’ frastornato: neanche lui si aspettava un riscontro così gratificante.

Scusi, ma è possibile un dialogo tra la sua estetica dark e le esigenze di un marchio multinazionale quale Nike?
Quando entri a Beaverton, il quartier generale di Nike, vieni subito assalito dalla perfezione e dall’austerità del luogo. Ma appena iniziato a lavorare con il team creativo del marchio, tutto è diventato fluido, caldo. Fisicamente siamo stati insieme per quattro giorni, ma è stato un lungo viaggio mentale e fisico. Ho avuto carta bianca su un modello cruciale per la Nike. Era necessario per garantirmi lo spazio creativo adeguato, ma al tempo stesso sentivo la pressione di aver a che fare con un prodotto così iconico.
Lei è riconosciuto come lo stilista iconoclasta per eccellenza, che programmaticamente infrange
i luoghi comuni. Con quest’operazione, invece, che percorso ha affrontato?
Ho voluto celebrare il mito americano, universo simbolico fondamentale per la mia generazione. Sono cresciuto ai tempi dell’hip pop, di Neneh Cherry e dei primi videoclip coi musicisti che indossavano le Air Force 1. Per me queste sneaker hanno lo stesso impatto emblematico della Coca Cola o della Statua della Libertà. Non si trattava, di stravolgerle o contaminarle. Piuttosto di lasciarvi il segno della mia estetica, come fosse una pagina bianca. E di guardare allo sport e al suo mondo da una prospettiva più moderna, più democratica, più trasversale.
In che senso lei usa l’aggettivo “democratico”?
Anche nelle mie collezioni per Givenchy ho sempre guardato allo sport – soprattutto quello praticato nelle aree più periferiche delle città – come uno dei vettori contemporanei più forti di libertà e vitalità. Tutti possono permettersi di giocare a basket e questo cambia sia l’estetica sia l’etica di chi lo pratica. Di conseguenza, i simboli relativi allo sport diventano materiali fondamentali nella definizione di un marchio di moda. Permettono a una dimensione creativa che per sua natura è ristretta, d’avanguardia, di essere in sintonia con una realtà molto più condivisa. (...)

Si può leggere l’intervista integrale a Riccardo Tisci, sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama

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