Un pallone ribelle

Il basket è come l’hip hop: un acceleratore formidabile di energie metropolitane. Si può leggere la storia integrale sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama .  

Marta Galli

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C’è una scena nel capolavoro di Spike Lee, Fa’ la cosa giusta, in cui un giovane nero che si fa chiamare Buggin’ Out, come dire “lo scoppiato”, viene investito da un bianco in bicicletta di ritorno a casa: «Mi sei salito sulle Air Jordan nuove di pacca!», gli fa notare stizzito. Comincia così un coloritissimo diverbio tra Buggin’ Out e il ciclista, il primo aizzato da una piccola folla di sostenitori che gli si accalca attorno e rigira il coltello nella piaga: «Oh, erano perfette prima!». «Quanto le hai pagate?», chiede uno. «Cento dollari. Cento-otto con le tasse!», risponde il nostro uomo con gli occhialetti rotondi e le trainers bianche. È il 1989 e certo il look del ghetto è aspirazionale e guarda ai grandi marchi (è di tre anni precedente il successo rap My Adidas dei Run DMC) ma le Nike forse non sarebbero arrivate ai piedi dei membri della comunità afro se non grazie a un singolare cavallo di Troia. Il suo nome è Jordan. Michael Jordan.

«Non era che una matricola, nel 1984, quando spiccando un salto memorabile assicurò la vittoria dei giochi olimpici alla sua squadra, la North Carolina University», ricorda oggi a Flair Mark Ward, inglese direttore creativo poco più che trentenne, ma in cima alla lista dei collaboratori illustri di marchi street style (e non solo) che vanno da “éS Skateboarding” a Nike, fino a Medicom Toy, con diverse mostre all’attivo, tra cui l’ultima, recentissima al Barbican Centre di Londra. E aggiunge: «Jordan cominciava a palesarsi per quel che sarebbe diventato: un eroe inarrestabile». Il giovane Michael calzava un modello alla caviglia realizzato da Converse, che tradizionalmente riforniva i giocatori di pallacanestro, e aveva il vezzo di parlare molto bene delle Adidas, ma erano i dirigenti di Nike ad avergli messo gli occhi addosso. Era riuscito ad attrarre l’attenzione di molti, tuttavia per i più si trattava di un atleta esuberante nello stile di Clyde Drexler, secondo quanto riferisce Jack McCallum, noto giornalista sportivo e autore di Dream Team: «Spettacolare ma a volte ingestibile, un realizzatore ma non un tiratore, un beniamino dei tifosi ma non una scelta del coach».

Non era il suo caso. Michael Jordan si rivelò presto essere un tipo dotato di grazia, assoluto talento ed efficacia. «La sua squadra quell’anno non aveva rivali, vincendo con una media di 30 punti di vantaggio le otto partite disputate», puntualizza Mark Ward. Ai tempi in cui Jordan scriveva una nuova pagina del sogno americano, Ward era ancora un ragazzetto che sgranocchiava merendine davanti alla televisione, ma ricorda bene come l’immagine dell’atleta fosse riuscita a infilarsi sotto la pelle assieme a una pletora di visioni d’Oltreoceano che avrebbero dato forma alla sua idea dell’America.  (...)

Si può leggere la storia integrale sull’ispirazione che il basket esercita sulla moda sul numero 11 di Flair in edicola dal 24 aprile con Panorama

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