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Diane Kruger: 'Una ragazza dev’essere due cose: di classe e favolosa'

In genere un’attrice che parla di moda rischia la banalità. Poi ci sono le eccezioni come lei

Diane Kruger (Credits: Karl Lagerfeld/Chanel)

Karl Lagerfeld, che pure ha un ego importante, l’ha ammesso: «È il capo d’abbigliamento che ogni stilista vorrebbe aver inventato».

Piccola, nera e senza tempo. Rubata, come i pezzi più immortali di Mademoiselle Coco, al guardaroba di lui, e trasformata in un atout della donna multitasking: pratica ma iperfemminile. Iconica e chicchissima, a più di cinquant’anni dal suo primo bozzetto, la giacca nera di Chanel è un must che gli uomini ci invidiano (chiedere a Roberto Bolle per conferma). Tanto che Lagerfeld la celebra nel volume The Little Black Jacket: CHANEL’s Classic Revisited by Karl Lagerfeld and Carine Roitfeld.

Il libro accompagna una mostra, che dopo aver fatto tappa a Tokyo, New York, Londra, Parigi e Berlino, nelle prossime settimane approda anche a Milano. Centotredici scatti: centotredici interpretazioni del mito attraverso volti-simbolo di ogni età e pigmentazione. Tagliata, accorciata, rigirata, gettata con nonchalance sulle spalle di Vanessa Paradis o trasformata in copricapo per Sarah Jessica Parker, la petite veste noire è un capo con cui si può fare proprio tutto.

Perché se un diamante è per sempre, Coco lo è di più. Come confessa con l’attrice Diane Kruger, in questi giorni al cinema col fantasy The Host, accanto a Saoirse Ronan e William Hurt: «Sono drogata della giacca Chanel. La indosso perfino sul pigiama a colazione».

Diceva Coco: “Se una donna è malvestita si nota l’abito, se è vestita  impeccabilmente si nota la donna”. La giacca Chanel è un capo “forte” e leggendario, ma alla fine ciò che emerge è la personalità di chi la indossa. Che ne pensa?

Che è universale e iper-raffinata, classica e rock al tempo stesso. Il primo blazer creato per una donna, una versione corta della petite robe noire. Perfetta con i jeans come su un abito da sera, ma anche in veste di coperta quando magari sei in aereo. È come una seconda pelle, per questo non passa mai di moda. Più che un capo d’abbigliamento è un concetto irrinunciabile.

Com’è stato lavorare con Karl Lagerfeld e Carine Roitfeld su The Little Black Jacket?

Conosco Karl da quando avevo 16 anni: è uno di famiglia. Carine, poi, è una visionaria. Ha uno stile radicale che fa la differenza. Insieme, loro due fanno magie. Nel libro, ogni versione della giacca, ogni immagine, riflette la personalità del personaggio che la indossa. Una delle ragazze, per dire, l’ha indossata al contrario e con le bretelle. Per me Carine ha scelto un abito degli Anni ’40, con le calze dipinte sulle gambe (trucco al quale ricorrevano le donne in quel periodo quando il nylon scarseggiava, ndr) e la giacca buttata un po’ casualmente sulle spalle. Adoro lo stile vintage e cinematico della foto. Karl lo fa sembrare come un attimo “rubato”.

Altra massima di Coco: “La moda passa, lo stile resta”. Il concetto di “fashion” evolve, e però donne di ogni generazione tornano sempre a leggendari pezzi Chanel: dalla borsetta matelassé col manico a catena all’eau de parfum N°5, dal tailleur alla giacca di tweed. Perché, secondo lei?

Quando Coco fondò il suo marchio era una pioniera. Con la sua visione e la sua idea di eleganza e femminilità, ha creato la “femme Chanel”. Karl riesce a tenere viva quella visione: il suo talento e le sue creazioni influenzano la moda quasi come lei allora.

Cos’è per lei la moda?

La celebrazione del mio essere donna, che mi diverte e mi dà gioia. È espressione diretta di quello che sei, ma a seconda di ciò che indossi può anche manipolare la visione che gli altri hanno di te. Io vesto come voglio essere percepita. Se voglio quel lavoro mi vesto come se facessi quel lavoro; se voglio sedurre un uomo mi vesto in modo che i suoi occhi siano puntati su di me e solo me per tutta la serata. Non seguo i trend di stagione. Negli anni ho imparato ciò che mi sta e non mi sta bene, anche se non ho paura di sperimentare nuovi tagli, forme e materiali. Gli stilisti mi ispirano e ammiro il loro talento. Nell’alta moda, in particolare. Tutto quel tempo speso su un vestito, la bellezza dei dettagli... Hanno qualcosa di commovente. E come nella scultura, o nell’architettura, nella moda il disegno prende vita. È una forma d’arte.

Che cosa le piace di più e cosa meno dello shopping? Quali sono i suoi colori e il suo stile preferiti? E le piace “mischiare”?

Non amo star troppo tempo nei negozi e non ho indirizzi segreti per lo shopping. Direi che sono una cliente pratica e veloce. Gravito sempre verso il bianco, il nero e i colori vivaci. Provo di tutto, ma sono molto consapevole del mio gusto e non credo di aver mai riportato indietro un acquisto fatto. Nel lavoro, poi, adoro i film in costume, perché posso giocare con abiti e gioielli di altre epoche, come quando ho interpretato Maria Antonietta (nel film Les adieux à la reine di Benoît Jacquot, ndr).

Lei ha maturato ormai una bella esperienza in questa dimensione femminile. Il consiglio di moda che darebbe a una ventenne?

Che nella moda non ci sono regole e non bisogna temere di esprimersi. La moda non è quanti soldi spendi per un abito, né quale it bag possiedi, ma piuttosto chi sei e come ti senti. L’unico consiglio, quindi, è di divertirsi a esser donna.

Per essere insostituibili bisogna essere diversi, insomma. E il suo primo ricordo di moda?

Quando mi sono trasferita a Parigi per lavorare come modella ero molto intimorita da come si vestono le francesi. Camminavo per strada ed erano tutte super-chic. Al confronto mi sentivo una assoluta provinciale. Ricordo il mio primo servizio di moda: ero come ipnotizzata dalla mise che lo stilista aveva pensato per me. Mi guardavo nello specchio e non riuscivo a credere che quella ragazza fossi io.

C’è qualcuno nel mondo del fashion – uno stilista, un fotografo, uno stylist – che vorrebbe conoscere?

Prima di tutto, ho un rimpianto: non so cos’avrei dato per poter lavorare con Yves Saint Laurent. Tra i giovani designer mi piacerebbe conoscere Peter Pilotto. I suoi abiti pieni di citazioni, colori, design mi affascinano.

Ha 36 anni, ma alcuni stilisti la chiamano già “musa”. Più piacere o imbarazzo?

Io non mi definirei mai così! Sono loro, piuttosto, a ispirare me.

Lei, invece, risconosce una sua musa?

Romy Schneider. Sono cresciuta nel culto della principessa Sissi. Quand’ero piccola, in Germania, i suoi film erano trasmessi in tv ogni Natale e Pasqua. Poi, quando sono andata a vivere a Parigi, il mio fidanzato di allora mi fece scoprire il cinema della Nouvelle Vague, di cui la Schneider era una grande interprete. Era bellissima e raffinata. Una volta mi hanno proposto di interpretare il suo ruolo. Ho rifiutato: non mi sentivo all’altezza.

Inès de la Fressange, anche lei nel libro di Lagerfeld, detesta i leggings. C’è un capo o un accessorio che lei non porterebbe mai? O, nella moda come nella vita, il suo motto è, “Proverò tutto, almeno una volta”?

Mai dire mai. Ma penso di poter affermare con sicurezza che non mi vedrete mai in un abito che lasci scoperto l’ombelico. Almeno non in pubblico.

Frase-culto di Coco?

Mademoiselle ha ispirato tantissime persone... Ma la mia preferita è: “Una ragazza dev’essere due cose: di classe e favolosa”.

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