Daphne Groeneveld: 'Lasciatemi stare dentro il mio sogno'

Daphne Groeneveld, top model sofisticata e sognante, protagonista della cover story del nuovo numero di Flair, in edicola con Panorama dal 28 marzo

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Daphne Groeneveld, top model protagonista della cover story di Flair, in edicola con Panorama dal 28 marzo – Credits: Foto di SEAN AND SENG, Styling SISSY VIAN

Raffaele Panizza

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La fata risponde con frasi brevi, sospettosa, non intimorita ma cauta, come nuova alle cose del mondo. Nessuno sa esattamente da dove venga, né quanti anni abbia davvero. A domanda precisa ha imparato a rispondere «diciotto», ma probabilmente è solo una convenzione, un suono che le è stato insegnato e che in effetti appare coerente coi suoi modi un po’ acerbi e le sue risate brevi che tintinnano come monetine.

È stata trovata una mattina mentre camminava sognante sotto la pioggia, senza neppure un cappellino a proteggerne la lunga coda di cavallo, spersa ma non perduta tra i canali di Amsterdam, e per via della sua bellezza non completamente umana si dice sia stata tratta in salvo e condotta in un luogo sicuro, per poi essere fotografata e ammirata, come un asteroide atterrato senza distruzione nel centro di una piazza gremita.

È una delle modelle più importanti del mondo, adesso. E tutto deve apparirle un gioco. Il prolungamento d’un mondo magico da cui per fortuna qualcuno ha pensato bene di non distaccarla bruscamente, pena il suo immediato appassire e immalinconirsi. Quando le si domanda dei suoi progetti per la nuova vita in questo angolo di cosmo risponde così, incoerente e capricciosa: «Fare bungee jumping!». E lo dice seria, usando una parola che deve aver sentito da qualche parte e che magari l’ha fatta ridere, di cui ama il suono più del significato.

Per il resto, la sua vita è dolce.  Non deve andare a scuola, non deve alzarsi presto, non le è concesso avere pensieri e preoccupazioni “pratiche”. Unico comandamento, recarsi all’aeroporto quando le viene comunicato il momento esatto: «E mai da sola, però. Io viaggio soltanto con la mia mother agent. Gli alberghi, di notte, mi fanno un po’ paura», ammette ridendo, come se non fosse un problema. E infatti, per quanto ancora un po’ confusa e con un filo di nostalgia per il pianeta o la dimensione che si è lasciata alle spalle, oggi si dice completamente felice.

Il suo nome è Daphne. Il cognome è Groeneveld, che nella sua lingua significa “pratoverde”, proprio come se fosse la discendente diretta di una dinastia fatta di creature dei boschi. La sua patria si chiama Voorschoten. Un paese lontano dove c’è anche un castello, racconta, appartenuto per mille anni alla stessa famiglia. «Non la mia», precisa. Un castello di mattoni rossi e scaglie di ardesia, con mille finestre, adagiato su un canale, con un nome che suona così: Duivenvoorde. Casa sua era molto piccola invece, con un giardino sul retro, divisa con la madre, impegnata gran parte del giorno a costruire lenti da vista. Col padre, alto due metri, sempre sorridente. Il fratello scienziato e un cane nero di nome Tom. Un posto dove l’unica cosa da fare era andare in giro tutto il giorno con la bicicletta. O giocare con le bambole. Oppure arrampicarsi sugli alberi per vedere dall’alto la fioritura dei bulbi, che da marzo in poi sbocciano uno dopo l’altro, in quest’ordine immutabile, da sempre: prima i narcisi, poi i giacinti e infine i tulipani.

Dice che le assomigliano un po’ tutti e un po’ tutte, a Voorschoten. E che si stupisce sempre che qui da noi la si consideri così speciale. Non era per nulla popolare, laggiù: anzi. C’era persino chi la prendeva in giro per via del suo nome, Duffy Duck la chiamavano, avendo ben poco altro a cui aggrapparsi. Così poco popolare che il primo bacio d’amore è arrivato tardi, molto tardi per una fata, in un giorno di pioggia come questo, a sedici anni compiuti. Poi, però, sono apparsi quelli della moda a metterle di fronte agli occhi uno specchio veritiero, e lei ha lasciato andare via con un sospiro tutta quanta l’insicurezza e la timidezza e ha capito di avere un potere. Di avere la bellezza.

Dice addirittura che a Milano (chissà, forse qualche picchiatello avvezzo a mondi lontani e arti magiche) capita che qualcuno per strada la fermi all’improvviso chiedendole soltanto questo, di poterla guardare per un attimo. Altri, convinti che strappandole un capello magari si possa ottenere qualche beneficio o l’ingrediente per una pozione, mentre cammina per le strade di Londra e New York le toccano i capelli, con delicatezza. E lei non si spaventa. Perché in fondo non ci crede più di tanto che lontano da Voorschoten esista davvero il male: «Dicevano di non camminare da sola nei luoghi bui. Che il mondo era pieno di pericoli e persone cattive. Ma io cosa ci posso fare se non ne ho mai incontrate?» si chiede, guardandosi continuamente intorno, come a dire “ho detto una cosa giusta oppure una sbagliata?”, in cerca di un consenso che non può arrivare, visto che nessun’altro ha esperienza dello stesso paradiso e può condivide il suo punto di vista candido e incantato.

Nella sua seconda vita è riuscita a trasportare tutte le cose più belle della prima, comunque. Ci ha portato l’amore ad esempio, che per definizione è libero e puro, mai inquinato dall’ombra del peccato. Neppure la religione esiste, di qua come di là, concetto davanti al quale fa un’espressione per la prima volta smarrita, si morde con gli incisivi quelle labbra immense che ornano il suo viso come un centrotavola di fiori su una tovaglia di pizzo, e dice che davvero, scusi, ma è una parola che non ha mai sentito. Come non ha mai sentito l’eco dei sensi di colpa, beata lei: «Io sono libera», dice, «per me il piacere non può mai essere accostato a qualcosa di negativo». E così, senza moralismi e catechismi, Daphne Groeneveld per distinguere il bene dal male in modo semplice e pratico si rivolge sempre alla stessa guida antica, senza paura di apparire irrisolta o bambina: gli insegnamenti di sua madre e di suo padre.

Del mondo s’è innamorata subito, dice. Anche perché appena atterrata sulla terra l’hanno portata in un posto chiamato Maldive, tutto azzurro e punteggiato di bianco, per nulla simile a Voorschoten, dove tutto quanto invece è verde e punteggiato di rosso e di giallo. L’hanno fotografata tutto il giorno e la sua immagine è diventata l’icona della campagna H&M, qualsiasi cosa questa strana formula voglia dire, lei con gli avambracci ricoperti di braccialetti, il seno appena accennato, i fianchi ben segnati, e il profilo di una palma stagliato in lontananza. Laggiù ha anche scoperto che la sua pelle alla luce diventa subito fragrante e biscottata, fatta apposta per le carezze del sole, una stella che a Voorschoten invece va e viene, sempre tiepida e lontana, come se fosse un astro preso in prestito da una galassia che lo detiene in esclusiva.

E poi c’è la musica nel mondo, che la accompagna sempre: la dance degli Swedish House Mafia, quando ha voglia di ballare scatenata, quando ha voglia di urlare e impazzire. Il reggaeton colombiano, quando sente pulsare il suo corpo di un’energia più carnale, mondana, aliena. E infine l’“r’n’b” più lento e ammiccante, quando le luci in pista sono basse e le va di sperimentare, e vedere che effetto fa sugli umani quel suo muoversi sexy e conturbante: «Perché da dove arrivo io», ricorda, «scomporsi e lasciarsi andare è considerata una cosa molto, molto sconveniente».

S’è comprata persino un iPhone per meglio mimetizzarsi, da cui però è stata rapita e dal quale adesso non si separa mai, postando foto su Instagram, protetto da una custodia su cui ha fatto stampare le sue immagini preferite: i profili di Londra, Milano e New York. Il ritratto di Emily, a cui confida ogni segreto, e che ogni mattina si alza e frequenta l’università dell’Aja, mentre lei va in palestra ad Amsterdam per fare kickboxing. E poi la foto di Karsten, il fidanzato di origine indonesiana, diciottenne anche lui, scuro e intenso nello sguardo come a Voorschoten davvero non se ne trovano.

Nei lunghi pomeriggi piovosi Daphne ama starsene in casa, a preparare per Karsten i suoi pasticcini preferiti, i cupcakes rosa che disegna con le sue mani, guardando le gocce che disegnano scie sulla finestra e immaginando il futuro: «Mi piacerebbe avere un alberghetto tutto mio, un giorno. Ma anche l’idea di stare a casa, curare il mio uomo, i miei figli, cucinare, essere la protettrice del focolare, mi attira. Le amiche mi ascoltano fare questi ragionamenti e dicono che sono pazza. Ma io ho bisogno di questo. Voglio vivere in una bolla. Lasciatemi stare dentro il mio sogno».

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