Bret Easton Ellis racconta Hollywood

Tra film, romanzi, autostrade e nostalgie, l'autore di American Psycho racconta Hollywood, Los Angeles e la fine dello star system come l’abbiamo conosciuto. Su Flair, in edicola con Panorama

True Hollywood Story1

Air Kiss (2007) è uno scatto della serie realizzata dalla fotografa americana Jessica Craig-Martin, dedicata ai riti e alla sovraesposizione del jet set – Credits: Courtesy of Jessica Craig-Martin

Tiziana Lo Porto

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Orizzontalissima, con le sue autostrade sterminate e i cactus che sbucano dai guard rail a evocare il deserto in piena metropoli. Che Los Angeles sia diversa da tutte le altre città, te ne accorgi la prima volta che la vedi. Quando sei lì, gran parte del tempo lo passi guidando da una parte all’altra. Un luogo che soprattutto attraversi.

«Mi piacciono i suoi grandi spazi. E mi piace guidare», dice Bret Easton Ellis quando gli domando com’è possibile che non si sia stancato di viverci. Qui il narratore di Meno di zero, American Psycho, Glamorama è nato, nel 1964, e ancora ci abita. «Ci sono cresciuto e ho imparato a conoscerla», dice e mi spiega che nella graduatoria delle città dov’è più facile ambientarsi e stare, si piazza con certezza al primo posto. «Vivere qui è facilissimo», afferma. Un’immediatezza che in apparenza è scollegata dalla sua complessità urbana e per cui l’aggettivo “indefinibile” è quello che funziona di più. «Los Angeles è indefinibile», sintetizza Ellis.

In parallelo ai romanzi, negli ultimi anni ha dedicato tempo e talento al cinema e alla televisione. All’ultima Mostra del Cinema di Venezia ha presentato insieme al regista Paul Schrader, come evento speciale fuori concorso, il lungometraggio The Canyons, noir ambientato appunto a Los Angeles interpretato da Lindsay Lohan e dal pornodivo James Deen. Ellis definisce la sceneggiatura che ha scritto una “metafora di Hollywood”, con una trama che riassume così: «Una ragazza cerca di fare una cosa carina per il suo ex e qualcun altro finisce ammazzato». Poi precisa che Paul Schrader lo chiama untalking and walking movie, un film che parla e che cammina. In che senso? «Significa che hai una scena in cui c’è gente che parla e quindi una scena in cui c’è gente che cammina o guida per passare a un’altra scena in cui ci sono due persone che parlano e poi camminano, o guidano per passare a un’altra scena con altre due persone che parlano».

Sullo sfondo, ma sempre abbastanza in primo piano, c’è Hollywood ai tempi della crisi, con gli studios disertati dalle produzioni maggiori, a volte ridotti a macerie, le strade vuote, le case ricche ma mai troppo come una certa epica ci ha abituato a immaginarle, i film girati con i cellulari. The Canyons di fatto nasce proprio dalla crisi del cinema, dall’impossibilità (economica) di girare un film a cui scrittore e regista lavoravano da anni, e dalla decisione di scrivere un soggetto ex novo, più facile, da produrre subito e che costasse poco: 250mila dollari in tutto, 90mila messi da Ellis, Schrader e dal produttore Braxton Pope, e altri 160mila raccolti in fretta sul social network per la raccolta di fondi Kickstarter. «Le riprese effettive sono costate 150mila dollari e gli altri 100mila sono stati spesi in post-produzione. È costato quella cifra, anche perché non avevamo altri fondi».

Ma chi ha deciso le location dei film? «Il denaro, as usual». Ed elenca una dopo l’altro i luoghi dove è stato girato e di ognuno spiega come siano riusciti ad averlo gratis: «Conosciamo il manager dello Chateau Marmont e gli abbiamo anche dato una parte»; «Abbiamo usato le case del nostro produttore e di altri della troupe»; «Conosciamo gente che ci ha fatto dei favori»; «Il ristorante ce l’hanno offerto gratis perché è di amici, come anche l’albergo». In pratica l’unica location per cui hanno dovuto pagare è un centro commerciale, dove evidentemente non avevano agganci. «Il risultato è abbastanza buono per essere un film fatto senza soldi». È più che buono, il risultato, anche se essere Bret Easton Ellis e Paul Schrader li ha aiutati. «Vero, verissimo», dice lui. «Anche Zach Braff e Spike Lee hanno usato la piattaforma Kickstarter per i loro prossimi progetti. Tutta gente con un diverso livello di celebrità, e questo è importante, è chiaro che lo è. Direi anche: grazie a Dio».

In un lungo articolo pubblicato un paio di anni fa sul Daily Beast dal titolo Notes on Charlie Sheen and the End of Empire, Ellis rifletteva sul concetto di celebrità nella società odierna. O meglio: quella della fine della celebrità come epoca in cui s’è smesso di credere nel glamour. Buon gusto ed eleganza non hanno motivo di esistere, perché a nessuno importa più nulla. La competenza non serve, perché chiunque può diventare famoso senza bisogno di fare niente. La vergogna, come condizione che ti impedisce di lasciarti andare a determinate cose o quantomeno di evitare di farle sapere in giro, non c’è più. Nessuno si scusa più di niente.

«Siamo arrivati sul serio al famoso quarto d’ora di celebrità per tutti di cui parlava Warhol», aggiunge a un certo punto, smontando l’idea che si possa ancora essere ossessionati dalla fama altrui. All’obiezione che basti recarsi a un red carpet di un attore mediamente famoso, a Venezia o altrove, per vedere gli “ossessionati”, replica: «Sì, ma non è comunque come prima. Anche io un tempo ero tra quelli che impazzivano per certi attori. Ma oggi come fai? Ce ne sono di famosi dappertutto. Sono troppi. È difficile sceglierne uno soltanto e trasformarlo in una mania»…

La conversazione con Bret Easton Ellis continua sul numero 8 di Flair, in edicola con Panorama .

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