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Madri o lavoratrici: le cause reali della scelta tra casa e lavoro

Tre dimissioni volontarie su 4 sono firmate da neo-madri costrette a scegliere tra famiglia e professione. Il peso del gap di stipendi rispetto agli uomini

E' difficile, stressante e spesso svilente conciliare la vita di madre con quella di donna lavoratrice. Tra corse, riunioni, casa da gestire, pannolini da cambiare, scadenze da rispettare e impegni da onorare una madre finisce per scegliere il minore dei mali e spesso abbandona il lavoro per poter gestire i figli, specie se in età prescolare.

I dati annuali che arrivano dall'Ispettorato del Lavoro parlano chiaro: 3 dimissioni volontarie su 4 sono firmate da donne, nella stragrande maggioranza dei casi donne che sono diventate madri da poco.

Nel 2019 sono state 37.611 le lavoratrici neo-genitori che si sono dimesse con una crescita di 4 punti percentuali rispetto all'anno precedente quando le dimissioni erano state 35.963. Di contro i neo-padri che hanno lasciato il posto sono stati 13.947.

Una scelta di certo sofferta e difficile quella presa da così tante neo-mamme che mette in luce un enorme buco nero del sistema socio-economico nazionale.

Famiglie disomogenee con nonni lontani o ancora a lavoro, asili nido troppo cari o troppo pieni e scarsa attenzione delle aziende alla conciliazione della vita lavorativa con quella famigliare portano le donne a prendere consapevolezza che l'unico modo per non soccombere è quello di dedicarsi solo a figli e famiglia.

Per evitare la fuga femminile dal mondo del lavoro il Governo ha elaborato il cosiddetto Family Act che dovrebbe essere attivo dal 2021 e prevede, tra i vari punti, l'assegno unico universale per chi ha figli minori, l'ampliamento del congedo parentale per i neogenitori e la dotazione del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese per l'avvio delle nuove imprese start up femminili con l'accompagnamento per i primi due anni. Un pacchetto di sostegno alla famiglia che, però, finirà per gravare sulle tasche del ceto medio e che rischia di non risolvere il nucleo centrale della questione

Si parla, infatti, anche molto di gender pay gap, ovvero di quel divario salariale uomo donna che porta le donne a lavorare quanto gli uomini e come gli uomini, ma a essere pagate di meno e spesso si ritiene che questo divario salariale sia uno dei motivi per i quali alla fine le donne lasciano il lavoro. In realtà in Italia i dati circa il gender pay gap sono di gran lunga sotto la media europea che si aggira intorno al 16% secondo i più recenti dati Eurostat.

In Italia, invece, questo divario in media sarebbe solo del 5%. Certo, poi i dati si sommano e sovrappongono e quel 5% si trasforma in 18% se si calcolano le ore retribuite e il salario orario secondo quanto osserva l'Eige, l'istituto europeo per l'eguaglianza di genere. Incrociando i dati, comunque, quello che emerge è che le donne lavorano meno ore retribuite all'interno del mese e sono pagate meno per ogni ora di lavoro.

In Europa, però, le cose vanno molto peggio con divari salariali che arrivano anche al 25% come accade in Inghilterra o in Germania dove le donne sono pagate il 23% in meno degli uomini.

Ma le ragioni per le quali le donne lasciano il lavoro sono solo relativamente connesse al gender pay gap e hanno più a che fare con l'impossibilità di conciliare ritmi domestici e vita lavorativa. Le aziende a una donna in età da figli preferiscono un uomo e l'ago della bilancia pende sempre da quella parte a discapito del talento e del potenziale femminile.

Quello che manca, dunque, è un sistema di tutela sociale dei bimbi tra gli 0 e i 6 anni che permetta alle madri di gestire orari lavorativi flessibili e dove il part time non sia visto come uno sfizio o un lusso sottopagato che si possono concedere le donne; dove gli asili nido siano più numerosi e meno cari e dove, alla fine, una giovane donna non debba decidere se sacrificare i figli o se stessa come invece accade oggi.

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