«Breath Ghosts Blind». Le opere di Cattelan in mostra al Pirelli HangarBicocca
Maurizio Cattelan, «Blind 2021» (Agostino Osio)
«Breath Ghosts Blind». Le opere di Cattelan in mostra al Pirelli HangarBicocca
Cultura

«Breath Ghosts Blind». Le opere di Cattelan in mostra al Pirelli HangarBicocca

In mostra presso gli spazi architettonici di Pirelli HangarBicocca, istituzione no profit dedicata alla promozione e produzione dell'arte contemporanea, dal 15 luglio 2021 al 20 febbraio 2022, gli ultimi tre lavori dell'artista internazionale Maurizio Cattelan.

L'esibizione Breath Ghosts Blind parte del programma espositivo 2021, concepito dal direttore artistico Vicente Todolí assieme al dipartimento curatoriale guidato da Roberta Tenconi, inizia con l'opera in marmo bianco Breath, un uomo in posizione fetale e un cane, entrambi distesi a terra l'uno di fronte all'altro.

Una scena intima e in scala reale per altrettanta emozione di raccoglimento e fragilità, espressa con l'eterea e atemporale opera scultorea, simbolo d'arte antica, scelta per unire, per la prima volta, un soggetto umano accostato ad un animale, accovacciati a condividere una funzione vitale, quel 'respiro' richiamato dal titolo stesso dell'opera che segna anche il momento generativo di ogni ciclo esistenziale.

La vastità dello spazio accoglie l'opera Ghosts, una folla surreale ma altrettanto precisa e avvolgente di innumerevoli piccioni in tassidermia, da risultare veritiera persino nel più piccolo dettaglio, seppur mimetizzato nell'architettura dell'ex edificio industriale. La loro presenza popola travi e anfratti e segue il visitatore da ogni punto di vista, accompagnandolo nell'incedere solenne nella penombra illuminata.

La terza e ultima installazione prende vita nel Cubo con l'opera Blind, realizzata in resina nera e composta da un monolite e dalla sagoma di un aereo che lo interseca, a modi memoriale iconografico collettivo dell'attentato dell'11 settembre 2001 al World Trade Center di New York.

Il sapiente utilizzo della illuminazione concepita dal light designer e direttore di fotografia Pasquale Mari rende le opere una esperienza cinematografica e teatrale.

Maurizio Cattelan, artista nato a Padova nel 1960, nel corso della sua trentennale carriera artistica ha messo in scena azioni e opere considerate spesso provocatorie e irriverenti, in grado di evidenziare i paradossi della società contemporanea e creare le conseguenti riflessioni e discussioni.

Il suo nome si afferma sulla scena internazionale come una delle figure più influenti della propria generazione che affronta i grandi interrogativi dell'essere umano, di respiro universale come la morte, l'amore, il destino, la solitudine, l'assenza e il fallimento nella loro dimensione individuale e collettiva.

In quanto l'arte viene usata come strumento di riflessione, oppure sfacciatamente dissacrante o ancora enigmatica e dal significato mai univoco, senza mai assumere una posizione ideologica, di natura morale, troppo colta o troppo banale, come si approfondisce nel catalogo realizzato con Marsilio Editori con i contributi critici di Francesco Bonami e Nancy Spector, insieme a una conversazione tra l'artista e i curatori dell'esposizione Roberta Tenconi e Vicente Todolí.

La monografia è arricchita da riflessioni legate ai temi di mostra attraverso le voci di filosofi, teologi e scrittori quali Arnon Grunberg, Andrea Pinotti e Timothy Verdon, e tutta una serie di fotografie e testi ripubblicati e tradotti per l'occasione della filosofa e scrittrice Susan Sontag, dell'intellettuale e traduttrice Giustina Renier Michiel e del poeta e scrittore curdo-siriano Golan Haji.

Dichiara Maurizio Cattelan in alcune sue ultime citazioni:

«Le immagini che mi interessano di più sono quelle che non capisco. O meglio, quelle che sembrano contenere in sé una molteplicità infinita di significati. Se sono finito a fare l'artista – qualsiasi cosa questo significhi – deve essere stato proprio per trovare una via di fuga dalle parole, un modo per inventarsi un linguaggio mio. Non che poi abbia inventato chissà che: anzi, a volte mi sono accontentato di spostare un'immagine da un posto all'altro, semplicemente. È un piccolo cortocircuito che si crea in queste situazioni, dal quale possono scaturire mille scintille, anche pericolosissime».

Che cosa significa «arte»?

«Oggi l'arte significa, per me, far vedere le cose da un punto di vista leggermente diverso, da un'altra angolazione. Non sempre quello che si fa è interessante o pertinente ma a volte si riesce a toccare un nervo scoperto, a prendere qualcosa che è sotto gli occhi di tutti e metterlo in una luce tale da risvegliare la gente, farla pensare o discutere. Non saprei dire se sia un bene o un male, ma almeno questo permette di aprire un dibattito, e un dibattito è sempre un momento positivo e istruttivo, anche quando le parti sono in disaccordo».

Una sua dichiarazione sulla mostra e le tre opere in HangarBicocca.

«Una mostra inizia a esistere quando si materializza un invito. Nel caso di Pirelli HangarBicocca, l'architettura industriale mi ha ricordato un'enorme cattedrale abitata dai fantasmi del suo passato di fabbrica. Lì l'intruso ero io e a quel punto potevo solo usare a mio vantaggio il senso di minaccia che provavo: sono partito dalla fine, con Blind, e il resto delle opere si è mimetizzato nello spazio, come se i lavori fossero sempre stati lì. Gli uccelli hanno colonizzato il luogo, proprio come nel film di Alfred Hitchcock, mentre il cane insieme alla figura dell'uomo a terra è diventato il guardiano della mostra, è lì per difenderci».

In specifico dei piccioni che sono tantissimi, cosa rappresentano per lei?

«Viviamo in una società in cui siamo costantemente sorvegliati, c'è sempre qualcuno o qualcosa che ci controlla, è un po' come essere al Truman Show, fino all'ultimo non sai se sei il soggetto o l'oggetto di quello che sta accadendo. I piccioni sono straordinari, hanno un incredibile senso dell'orientamento, se liberati in un posto sconosciuto riescono sempre a ritrovare la via di casa, sono tra i pochi animali in grado di riconoscersi allo specchio e sono stati usati in svariate ricerche di laboratorio e sul campo, in diversi ambiti come la psicologia e l'ornitologia. I miei, dalla prima volta in cui li ho esposti alla Biennale di Venezia del 1997, curata da Germano Celant, si sono evoluti: prima si chiamavano Tourists, poi sono diventati Others e ora appunto Ghosts. Non so neppure io il perché di questa trasformazione ma forse è appunto nella loro natura, sanno adattarsi e leggere le situazioni. Sono esseri molto affidabili ma, nel bene e nel male, trasportano con sé un pezzetto di tutto quello su cui si posano. A Venezia nel 2008 il Comune ha dovuto vietare di dargli cibo in piazza San Marco, perché la pulizia dei loro escrementi era diventata una questione di milioni di euro e da animali da compagnia erano diventati infettivi. E così accade ora con Ghosts: i loro occhi, a dozzine, migliaia, ci osservano, ci controllano e non sappiamo più se considerarli amici o nemici».

E sul parallelo di Blind con l'attacco alle Twin Towers?

«Un'opera d'arte mette sempre insieme pensieri razionali e inconsci: è una specie di matrimonio. Certe cose le ho fatte perché in quel momento sentivo fosse importante farle ma magari non le intendevo consciamente, cose che poi mi sono apparse più chiare ed evidenti col tempo. Blind l'avevo in mente da anni. Ero a New York il giorno dell'attacco alle Twin Towers e mi stavo imbarcando su un volo. Sono dovuto tornare a casa a piedi dall'aeroporto LaGuardia, ci ho messo ore e quello che ho visto mi è rimasto dentro. Erano scene terribili, apocalittiche, e continuo a portare con me il ricordo di quell'evento tragico che mostrava tutta la fragilità della nostra condizione umana. Certe immagini (e oggetti) hanno un incredibile potere simbolico, sono così forti che assumono un significato più ampio, diventano evocative di tante cose, non solo di quell'avvenimento. E, in questo senso, prendere una certa distanza, non solo spaziale ma anche temporale, diventa un passaggio necessario per ricordare».

Maurizio Cattelan 'Ghosts, 2021' - Veduta dell'installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021 - Piccioni in tassidermia - Dimensioni ambientali - Courtesy l'artista e Pirelli HangarBicocca, Milano - Foto: Agostino Osio

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