Panorama: sessant’anni di grande giornalismo per lettori esigenti
Panorama: sessant’anni di grande giornalismo per lettori esigenti
Cultura

Panorama: sessant’anni di grande giornalismo per lettori esigenti

1962-1971 i primi 10 anni di Panorama tra politica, cultura, sport

Otto minuti all’anno, otto ore in sessant’anni: questo è ciò che abbiamo guadagnato. Se nell’ottobre del 1962, per arrivare da Siracusa a Milano, in treno, un pendolare impiegava 24 ore e tre minuti, oggi un italiano che dalla Sicilia si mettesse in viaggio per il capoluogo lombardo ci metterebbe 15 ore e 53 minuti: otto ore in meno, mentre altrove, per percorrere la stessa distanza, se ne impiegano poco più della metà di quelle che noi abbiano guadagnato. Basta questo per capire come sono trascorsi lentamente gli ultimi sessant’anni, passati dal boom economico al boom del debito. È sufficiente questo per comprendere come mai, invece di andare avanti, siamo rimasti fermi o, addirittura, siamo andati indietro nella classifica dei Paesi industrializzati.

Per spiegare il «Viaggio della speranza», Panorama, il periodico voluto da Arnoldo Mondadori e dal gruppo Time, nel 1962 mobilitò le sue migliori firme, tra cui quella di Ugo Zatterin, giornalista che poi diverrà famoso in Rai per le sue inchieste. Un reportage di 16 pagine per raccontare l’emigrazione da Sud a Nord, verso il sogno di un benessere che dal televisore delle poche famiglie che se lo potevano permettere (tre su dieci) si affacciava nella vita degli italiani. Ecco, Panorama era la rivista che raccontava la nuova Italia, descrivendone i cambiamenti. La democrazia dopo anni di monarchia, il terremoto in Sicilia e la difficile ricostruzione del Belice, Cosa nostra e i suoi traffici, la sinistra comunista e i rapporti con l’Urss, il terrorismo, i nuovi consumi e la sessualità di coppia. Ma Panorama era anche il giornale che descriveva il mondo, aprendo una finestra su quello che succedeva in America, con Kennedy e Martin Luther King; in Cina, con Mao Tse-tung e la sua rivoluzione culturale; in Medioriente, con il già strisciante fondamentalismo islamico. E poi la guerra dei sei giorni, con il blitz di Israele nel Sinai, la guerriglia di Ho Chi-minh in Vietnam, la crisi dei missili a Cuba. Sì, a sfogliare i vecchi numeri di sessant’anni fa ci si trova di tutto, dalle analisi geopolitiche internazionali a quelle nazionali, dalla società dei consumi che conquista le famiglie, alla pillola anti gravidanza. Panorama era il settimanale di un mondo in evoluzione, nella vita politica come nei costumi e nella cultura.

Lo confesso: ogni tanto, quando gli impegni me lo permettono, mi chiudo in archivio e prendo i vecchi numeri, scorrendone gli articoli. Qualche volta li ho ripubblicati così com’erano. Ricordo, per esempio, che un anno fa mi trovai a leggere un meraviglioso servizio sulle lotte sindacali e le richieste di aumenti salariali. L’autore aveva già capito tutto, ovvero che la conflittualità avrebbe innescato un aumento dell’inflazione e generato la fine della crescita economica del nostro Paese. Infatti, si chiedeva chi avrebbe pagato il conto e quale sarebbe stato il saldo. A distanza di anni, possiamo dire che il conto l’hanno pagato gli italiani, con un debito pubblico e delle tasse sempre più alti, e il bilancio è in rosso. Ma tra le meraviglie che mi sono capitate tra le mani c’è anche un’inchiesta sul nuovo teatro, con una sorprendente fotografia di Dario Fo in copertina, per raccontare come le rappresentazioni si fossero trasformate da recita di un testo letterario in comizio politico.

Sì, quei numeri sono un vero e proprio tesoro, uno scrigno che racchiude la storia italiana degli ultimi sessant’anni.Panorama nacque nell’ottobre del 1962 con l’intenzione di raccontare la società italiana in modo nuovo, senza conformismo, ed è a quell’impegno che a ogni nuovo numero cerchiamo di tenere fede. Soprattutto è quell’impegno che vogliamo raccontarvi nei mesi a venire, accompagnando il compleanno con numeri speciali dedicati ai migliori servizi pubblicati in sessant’anni. Un genetliaco che celebreremo a dicembre con una mostra, dedicata alle più belle copertine del passato e alle più celebri inchieste con cui il vostro settimanale vi ha accompagnato per anni.

Giochi senza Gioventù

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Giovanni Malagò presidente del Coni

Giovanni Malagò presidente del Coni (Imagoeconomica)

Il 18 marzo 1971, Panorama pubblica un articolo dal titolo «Se non sono atleti non li vogliamo» dove l’allora presidente del Coni, Giulio Onesti, lamenta il disinteresse dello Stato nei confronti della formazione allo sport. A distanza di 50 anni, il seguito ce lo racconta l’attuale presidente Giovanni Malagò che, tra le altre cose, riflette sull’allarmante calo delle nascite.

di Marco Morello

Cinquant’anni dopo, poco o nulla sembra essere cambiato. Un insufficiente sostegno all’attività fisica nelle scuole, la scarsità e le carenze negli impianti lungo la Penisola, la mancanza d’educazione al movimento di un’ampia fetta dei cittadini, rimangono punti dolenti, problemi non risolti. «Sotto alcuni aspetti, viviamo una situazione da terzo se non da quarto mondo» commenta tagliente Giovanni Malagò, il presidente del Coni.

Il numero uno dello sport italiano ha letto e riletto con interesse gli articoli sul tema ripescati dall’archivio storico di Panorama. Ne è rimasto talmente colpito da citare a memoria le parole pronunciate da uno dei suoi più illustri predecessori, Giulio Onesti. L’ha fatto a Perugia, nel corso dell’ultima riunione della Giunta nazionale del Coni: «Mi sembrava giusto riprenderle e sottolinearne l’importanza» dice Malagò, seduto sulla poltrona del suo ufficio romano.

Presidente, Onesti negli anni Settanta affermava: «Il compito di insegnare a essere sportivi agli italiani non spetta a noi». E oggi?

Oggi è come ieri, spetta ancora a uno Stato moderno, civile, evoluto, che deve essere in grado di garantire servizi di livello e una qualità della vita migliore ai suoi cittadini. Conosciamo bene ruoli, deleghe e responsabilità, non vogliamo entrare in competizione con nessuno, come non sopportiamo le ingiustificabili ingerenze nel nostro territorio. In parallelo, sappiamo di avere supplito a tante mancanze, non ci siamo sottratti quando si è trattato di dare una mano.

Anche perché non potete reputarvi spettatori disinteressati. Il successo delle vostre attività nelle varie discipline dipende dal generale stato di salute dello sport.

Mi piace sempre ricordare l’esempio di un campione come Pietro Mennea. Se non avesse avuto un professore di educazione fisica che ne ha notato il talento e l’ha incoraggiato, non sarebbe diventato una leggenda. Se salta un passaggio nel meccanismo, se non si insiste sulla centralità del ruolo della scuola, siamo rovinati. È semplice. La scuola è la madre di tutte le battaglie: la medaglia Olimpica è l’ultimo tassello di un percorso lunghissimo che può iniziare nella palestra di un istituto di provincia.

Cosa la preoccupa di più?

I dati del calo demografico. Se guardiamo alla classifica delle nazioni che vincono, quelle con i numeri importanti in termini di popolazione sono tutte dentro. Noi, al contrario, non smettiamo di scendere: partiamo con un gap rispetto alla Germania, agli Stati Uniti, alla Russia, senza arrivare nemmeno a menzionare la Cina. Siamo inferiori alla Francia e alla Gran Bretagna, a cui in passato eravamo riusciti a rimanere attaccati. Dal 1995 a oggi, abbiamo perso 5 milioni di italiani tra i 18 e i 35 anni. Vantiamo splendidi record dal punto di vista della longevità, siamo messi meglio persino del Giappone, ma qualcosa di essenziale si sta sgretolando.

Come provare a ricomporre i pezzi?

Con politiche mirate a incentivare le nascite e a migliorare l’andamento demografico. Altrimenti non possiamo più stupirci di leggere previsioni come quelle di Elon Musk. Ha detto che se continuiamo così, tra poco non ci saranno più scuole né bambini. Non è una provocazione, è un dato di fatto.

Stringendo sullo sport praticato, le statistiche sono altrettanto scoraggianti?

In base a come si leggono i numeri, gli italiani tesserati oscillano tra i 12,5 e i 14,5 milioni. È una cifra fenomenale, oggetto di studio e di lode a livello globale. Il problema, l’elemento che ci fa crollare a picco, sono i 46 milioni di italiani che non praticano nessuna disciplina. Con una popolazione che invecchia, le criticità si amplificano di anno in anno, perché lo sport è un veicolo di salute.

Per evitare di rimanere immobili a lamentare gli stessi problemi per chissà quanto a lungo, cosa si dovrebbe fare?

L’ordine della questione è, di nuovo, di carattere politico. Serve una legislatura piena, un governo con un mandato forte che si metta al lavoro, seriamente, con un progetto sensato, come minimo per cinque anni. Se invece tutto si azzera ogni dodici mesi o poco più, se cambiano i ministri, i sottosegretari, i soggetti con delega allo Sport, per quanto siano fenomenali e preparati, non lasciano il segno. Non ne hanno il tempo e nemmeno la convenienza.

Si spieghi meglio.

Il politico di turno, in genere, è consapevole che i risultati di un approccio di sistema si vedono in un orizzonte di 5 o 10 anni. Troppi. Perciò, preferisce capitalizzare il suo lavoro con immediatezza. Lo stesso avviene per gli altri problemi strutturali del Paese, dal debito pubblico alla gestione dell’energia. Non basta schioccare le dita, occorre avere una missione, uno spirito di servizio.

E invece?

In molti tendono a mettere il cappello su cose che non sono di loro competenza, come un ciclista che vince un titolo o un atleta che porta a casa una medaglia olimpica. Anziché interessarsi dei 46 milioni di italiani che ne avrebbero bisogno, sfruttano l’onda di quei 14 milioni che hanno già consolidato una loro cittadinanza sportiva.

I loghi e l’universo di valori del Coni, i campioni dell’Italia Team, rimangono un grande collante.

Non sta a me dirlo, la conferma arriva dai sondaggi, dalle ricerche di mercato, dal buon senso. Il tricolore, la scritta Italia, i cinque cerchi olimpici sono tra i brand più prestigiosi in assoluto. Cementano il senso d’appartenenza, rafforzano un’identità. Possono essere un traino per coltivare la voglia di abbracciare lo sport.

Si avvicina uno snodo cruciale, una manifestazione importante come le Olimpiadi di Milano e Cortina del 2026. Lei, giusto per tenere le aspettative basse, si è impegnato a organizzare i migliori Giochi di sempre.

L’aspettativa è patologica, nel senso più buono possibile del termine. Fare in modo eccellente è un obiettivo e un desiderio. Come minimo dobbiamo provarci. Di sicuro, le competizioni tornano nel loro elemento naturale, nella culla dello sport, l’Europa.

Sta dicendo che si è lasciato qualcosa per strada con le edizioni precedenti?

Da membro del comitato internazionale non sarò certo io a parlare male del passato, ma veniamo dalla Russia, da gare portate in una zona inventata ad hoc per spingere la classe media verso l’interno del Paese, scoraggiandola dallo spostarsi in Svizzera, Austria o Francia. Poi ci sono state la Corea e la Cina, di sicuro inaccessibili per il pubblico continentale. Per il nostro Paese, si apre un’enorme opportunità.

Quale?

Chi arriverà per una partita di hockey o per il pattinaggio andrà a visitare Milano, si spingerà fino a Venezia o altrove. L’Italia parte in vantaggio perché mette sul piatto il grande valore aggiunto del suo patrimonio storico e artistico, oltre a una passione per lo sport che, quella sì, è indiscutibile.



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