A Venezia la Monica dolente di Trace Lysette: la prima Coppa Volpi trans?
Trace Lysette sul red carpet del film "Monica", 3 settembre 2022 (Foto Ansa/Ettore Ferrari)
A Venezia la Monica dolente di Trace Lysette: la prima Coppa Volpi trans?
Cinema

A Venezia la Monica dolente di Trace Lysette: la prima Coppa Volpi trans?

Il secondo film italiano in concorso, firmato Andrea Pallaoro, racconta una storia di abbandono e riconciliazione. Con l'attrice statunitense transgender protagonista assoluta, di ogni inquadratura

Trace Lysette, bella nei suoi occhi cerulei e il sorriso timido, potrebbe essere la prima attrice transgender a vincere una Coppa Volpi a Venezia. Intanto è già la prima attrice trans protagonista in un film del concorso lagunare, per merito di Andrea Pallaoro che la sceglie come perno fisico ed emotivo del suo Monica, secondo italiano in corsa per il Leone d'oro a svelarsi alla Mostra del cinema. Un film che parla di identità, famiglia, riconciliazione.

Come Guadagnino, anche il regista trentino da anni negli States realizza un film in inglese, con star internazionali. Monica è il secondo capitolo di una trilogia che si era aperta proprio al Lido di Venezia cinque anni fa, con Hannah (2017), che valse la Coppa Volpi a Charlotte Rampling, ritratto doloroso di una solitudine fatta di non detti.

«Monica si inserisce all’interno di un’esplorazione più ampia, di una trilogia focalizzata sul tema dell’abbandono: non solo l’atto di venire abbandonati, ma anche le dinamiche psicologiche ed emotive di non essere accettati e riconosciuti», spiega Pallaoro al Lido. «Mentre nel film precedente osserviamo una donna che non riesce ad alzarsi, con Monica vediamo un’eroina moderna, una donna che perdona, che riesce a fare i conti con i traumi e le ferite del suo passato».

Immagine del film "Monica" (Foto: Biennale di Venezia)

Quando conosciamo la Monica di Trace Lysette, nelle scene iniziali, si presenta a noi una donna attraente e vistosa alle prese con le fatiche dell’amore e dell’esser respinti, tra telefonate indecise e messaggi lasciati invano a segreterie telefoniche. Pian piano, lasciando che sia lo spettatore a ricostruire e unire i punti, intuiamo il suo passato di sofferenza e strappo. È richiamata a casa, la casa che aveva lasciato da decenni, perché sua madre (Patricia Clarkson) è malata, la stessa madre che tanti anni prima, quando da uomo aveva capito di essere donna, l’aveva cacciata dal suo affetto dicendole: «Non posso più essere tua madre».

Pallaoro sceglie come formato delle riprese l’aspect ratio quasi quadrata (1.2:1), che ci porta dentro il mondo materiale ed emozionale di Monica, completamente. Intimamente con lei. È questa la forza del film: ci sentiamo del tutto parte della sua quotidianità di silenzi, speranze d’amore, incontri furtivi in un pub, occhiate a foto d’infanzia, mani che delicatamente incontrano e assolvono. Siamo sempre con lei, anche quando il tempo fluisce lento, molto lento. Ma è anche una fragilità del film: Trace Lysette, autrice comunque di una prova sensibile e delicata, protagonista di ogni inquadratura, non si apre al prisma variegato di emozioni di un personaggio così stratificato.

«Come sempre nel mio cinema, anche i personaggi di questo film sono un insieme di diverse parti di me, oltre che di varie persone care, e riflettono, anche se spesso indirettamente, alcune pagine della mia esperienza personale», ha detto Pallaoro. «In particolare devo molto a un’amica, legata al mio primo arrivo a Los Angeles vent’anni fa. Monica è un tributo a lei, che ha indubbiamente ispirato parte di questa esplorazione, e a mia madre: il confronto con la sua malattia, in questi ultimi anni, ha avuto un ruolo determinante, anche se indiretto, sull’elaborazione del film».

Sono dolcissime e toccanti alcune sequenze mute: Monica che si stende accanto alla madre mentre dorme; la madre che cerca la sua mano quando è in posa per la foto di famiglia. Capirsi, finalmente. Perdonare. E amarsi. Sa perforare i cuori.

«Il film ha alle spalle un lungo processo, ma dal primo momento in cui ho incontrato Trace Lysette ho sentito che era lei Monica», racconta Pallaoro.

Da sinistra: gli attori Josh Close, Patricia Clarkson, il regista Andrea Pallaoro e l'attrice Trace Lysette (Foto Ansa/Ettore Ferrari)

«Quando ho letto lo script l’ho trovato meraviglioso. Di solito i personaggi trans sono marginali, non al centro», le parole dell'attrice statunitense al Lido, già vista nel ruolo di Shea nella serie tv Transparent. E quanto dei dolori di Monica, nella sua transazione, risuonano in lei? «Come attrice, la sfida è trovare la verità nel viaggio per il personaggio: ci sono sempre delle somiglianze, anche se le nostre vite sono sempre diverse. Le telefonate fatte in scena erano improvvisate e questo mi ha permesso di esplorare e giocare con le mie esperienze personali».

Già Una donna fantastica (2017) del cileno Sebastián Lelio, premio Oscar 2018 come miglior film in lingua straniera, aveva regalato un ruolo straordinario a Daniela Vega, che divenne la prima transgender presentatrice degli Academy Awards.
A Trace Lysette il grande primato della Coppa Volpi? Difficilmente. C’è lady Cate Blanchett, in primis, a reclamare un altro trofeo nella sua affollata bacheca.

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