Storia d'inverno, Colin Farrell in un fantasy farraginoso
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Storia d'inverno, Colin Farrell in un fantasy farraginoso
Cinema

Storia d'inverno, Colin Farrell in un fantasy farraginoso

Vorrebbe essere un racconto tra romanticismo e magia, sull'onda di San Valentino. Ma purtroppo suscita spesso risate, non volute

Storia d'inverno ha delle premesse che potrebbero farne un fantasy romantico affascinante, tra acque lacustri ghiacciate, distese di neve, cavallo bianco, una bella malata febbricitante interpretata dalla Jessica Brown Findlay di Downton Abbey e un Colin Farrell dal viso pulito e lo sguardo innamorato. Ma questo alone intrigante man mano svanisce, lasciando intravvedere la vera natura del debutto alla regia di Akiva Goldsman: un film pasticciato, maneggiato volenterosamente ma con goffaggine. 

Dal 13 febbraio nelle sale, sfruttando l'imminente San Valentino, si ispira all'omonimo romanzo di Mark Helprin;  chi non ha letto il volume - di circa 800 pagine - farà però probabilmente fatica a spiegarsi alcune pieghe della trama e sarà poco meravigliato dal suo "realismo magico". 

Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per A Beautiful Mind, autore anche di script più commerciali come Il codice da Vinci e Angeli e demoni, fa il grande salto dietro la macchina da presa abbracciando una storia che ha sempre amato, da quando ha letto il libro negli anni '80. Un racconto che si dipana nell'arco di oltre un secolo è però una sfida ostica, soprattutto se a un grande amore unisce la lotta tra bene e male, demoni e messaggeri buoni, l'essenza dei miracoli, il senso della vita e del cosmo. 

Peter Lake (Farrell) è un neonato abbandonato nel 1895 nelle acque davanti Ellis Island, verso New York City. Nel 1916 è diventato un abilissimo ladro, ma è braccato dal demoniaco Pearly Soames (Russell Crowe), un tempo suo mentore, che vuole ucciderlo. Lo salva dalle grinfie dei suoi scagnozzi un cavallo bianco, che però in teoria sarebbe un cane, secondo Pearly. Si tratta di Athansor, un angelo custode. In realtà c'è anche un altro angelo custode, Cecil Mature, interpretato da Maurice Jones, di cui però è arduo intuire l'identità e il significato senza aver letto il romanzo (o la cartella stampa). 

In un furto nella villa di Isaac Penn (William Hurt), Peter si imbatte in Beverly (Brown Findlay), ragazza morente affetta di consunzione, dai lucenti capelli rossi e di una solarità ancor più splendente. Tra i due è un colpo di fulmine. Nonostante alcune lacune di sceneggiatura, finché la narrazione rimane nel passato il film resta comunque ancora in piedi. Il tuffo nel presente, anno 2014, lo fa però precipitare, trasformando la magia in fonte involontaria di risata. Un pezzo da novanta come Jennifer Connelly diventa dispensatrice di scene e battute che generano sogghigni di scherno. Stessa triste (o divertente) sorte per l'ultracentenaria vispissima interpretata da Eva Marie Saint.

Come se non bastasse, le rivelazioni su presunti meccanismi esistenziali sembrano sviluppate da adolescenti esaltati. La brutalità di Crowe si risolve spesso in azioni di incredibile ingenuità (vedi l'apparizione sulla lastra di ghiaccio del lago in pesanti macchinoni). Una sorpresa inaspettata è il super attore che all'improvviso compare nei panni - anche questi non volutamente comici - di Lucifero. Vi lascio il gusto di scoprire chi è. Almeno questo. 

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