Stoker di Park Chan-Wook, un film che incanta la vista. Ecco perché
Stoker di Park Chan-Wook, un film che incanta la vista. Ecco perché
Cinema

Stoker di Park Chan-Wook, un film che incanta la vista. Ecco perché

Colori ricorrenti e simmetrie di inquadrature sono l'intelaiatura di un thriller raffinato. Imperfetto ma affascinante

Diciamolo subito: Stoker, primo film in lingua inglese del coreano Park Chan-Wook (Oldboy, Lady Vendetta, Mr. Vendetta), non è perfetto, e forse non è neanche il suo lavoro migliore. Ma affrettiamoci subito a specificare: ce ne fossero di registi che anche quando non fanno il loro meglio fanno così bene!

Ammaliante e ambiguo, assolutamente raffinato, gioca sulle corde tese di un sinuoso male ed avvince completamente la vista. Un po' meno il cuore. Dal 20 giugno è al cinema.

Gioia per gli occhi.
Le scarpe blu e bianche. Diciotto paia per diciotto anni di vita, tutte uguali, solo diverse in successione di grandezza. India Stoker (Mia Wasikowska) ha compiuto diciotto anni e, come consuetudine, riceve un pacco dono con calzature dallo stile un po' british. Proprio in quel giorno arriva però anche la terribile notizia: è tragicamente morto suo padre (Dermot Mulroney), l'unico in cui il suo carattere scontroso e severo trovava anse di protezione. 
E poi giallo, nel verde della villa in cui è immersa la sua casa. E giallo ancora. Il giallo delle uova piccanti preparate nel giorno del funerale, il giallo del nastro della scatola di scarpe, il giallo dell'ombrello che un misterioso zio giunto dal nulla offre a India per ripararla dalla pioggia. Lo zio si chiama Charlie (Matthew Goode), è il fratello di suo padre, di cui né lei né sua madre (Nicole Kidman) conoscevano l'esistenza. 
La fotografia luminosa ed elegante di Chung-hoon Chung incanta, senza sembrare ostentata e artificiosa (sensazione avvertita ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino). Il richiamo dei colori, che mi riporta alla mente The Hours di Stephen Daldry, è delizioso. Interessanti i tagli delle inquadrature, che solo a volte si perdono in dettagli un po' manieristici (vedi il soffermarsi ricorrente sul ragno sulla gamba di India). 

Il mistero, la psiche, il sesso.
È subito evidente la pericolosa ambiguità del personaggio di Goode, sulle cui labbra impera costantemente un sorriso che lusingherebbe Satana. Forse troppo evidente. Ma è invece assolutamente meno esplicito il suo fine, e pure la sua origine. Da dove viene? Cosa vuole? Questi interrogativi contribuiscono a puntellare la visione di stille di tensione. 
Melliflua, affettata e assolutamente fastidiosa è la mamma interpretata dalla Kidman. Come copione chiede. Ma probabilmente lo script non chiedeva alla povera Nicole di avere ogni tanto delle espressioni che ricordano in maniera inquietante Nina Moric: alla larga dal bisturi, donne di Hollywood!
Wasikowska cammina anche lei sul filo dell'ambiguità. È chiaro sin dall'inizio, anche se Chan-Wook è poi abile a farcelo dimenticare, come anche lei sia un'anima dark. Il bruno dei capelli dell'attrice, abitualmente biondi, dovrebbe essere un monito. "Le mie orecchie sentono cose che altri non sentono", dice lei all'inizio. I suoi sensi, così particolari. Conturbanti pieghe della psiche man mano si intrecceranno a desideri perversi. 

India/Wasikowska, un personaggio ancora da scoprire.
Wasikowska si conferma giovane talento sempre più convincente. Ha la forza di sostenere gran parte del film, sicura e imponente. Ma è proprio il suo personaggio quello a conservare zone d'ombra, a fine visione. C'è qualcosa di mancante nella sua costruzione. La sua "maturazione" non è stata incisa fino in fondo. Chan-Wook non ha delineato e tornito in maniera appagante per capirne fino in fondo il suo passato e la sua evoluzione. 

Il fascino del male, ineludibile. 
Tra simmetrie di scene e un nerissimo finale Stoker affascina e ci lascia fino alla fine in attesa di essere illuminati. Il male a volte ha spiegazioni, spesso no. Il male secondo il cineasta coreano può essere un destino ineludibile.
India, nella sceneggiatura scritta da Wentworth Miller dice: "Io sono questa. Così come il fiore che non può scegliere il suo colore, noi non siamo responsabili per quello che siamo diventati". 

 
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