Renato Casaro dal film "L'ultimo uomo che dipinse il cinema"
Cinema

Renato Casaro: intervista all'ultimo pittore di cinema, amato da Leone e Tarantino

Dagli anni '50 ai '90 ha realizzato manifesti cinematografici diventati icone, lavorando con i più importanti registi, da John Huston a Bernardo Bertolucci a Martin Scorsese. Il poster a cui è più affezionato? «Quello per L'ultimo imperatore»

Tutti conosciamo le sue opere, spesso anzi ricordiamo un film anche per il suo tocco, eppure in pochi sanno chi è. Renato Casaro è il cinema, appeso ai muri.
Il poster di Balla coi lupi con il volto di Kevin Costner e le dita che dipingono due linee sul suo viso, Terence Hill sdraiato su una slitta scalcinata trainata dal cavallo nel poster de Lo chiamavano Trinità, l'abbraccio evocativo e suadente della locandina de Il tè nel deserto… Pennello e aerografo, è stato Renato Casaro a ideare e dipingere quei cartelloni che hanno fatto la storia del cinema. E ora, finalmente, un documentario gli rende omaggio, facendolo riscoprire alle generazioni di oggi: il film L'ultimo uomo che dipinse il cinema di Walter Bencini è un viaggio illuminante nel mondo del cartellonista Renato Casaro, uno dei più importanti illustratori ancora viventi che l'industria del manifesto cinematografico mondiale abbia mai avuto.

«È il più grande iperrealista del mondo che ha utilizzato la sua arte per i manifesti del cinema. È quasi più noto negli Stati Uniti che in Italia», dice di lui nel documentario Osvaldo De Micheli, direttore creativo Cineriz, Rizzoli Film, Demba Cinema. «Aveva una grande fama. Quindi quando la distribuzione voleva una cosa fatta bene, anche di valore, si rivolgeva a Casaro», gli fa eco Dario Argento, per cui Casaro ha realizzato il manifesto di Opera. «Ha il senso del movimento, i suoi personaggi sono palpitanti», è il guizzo di Vittorio Cecchi Gori.

Casaro, attivo come "pittore di cinema" dagli anni '50 fino a fine anni '90, ha lavorato su commissione dei più grandi produttori e registi italiani e internazionali, che seduceva e convinceva con le sue idee e i suoi disegni di un realismo evocativo sorprendente. Conoscere la genesi di ogni poster è una scoperta entusiasmante, che porta dentro a uno spaccato di storia del cinema.
La missione che gli era affidata: portare la gente in sala a vedere il film, creare un manifesto che attirasse il pubblico, visto che all'epoca il mezzo principale di promozione erano le locandine cinematografiche, affisse davanti ai cinema e sui muri delle città. Le sue opere erano sul crinale tra arte e mercato.

Casaro ha collaborato lungamente con Sergio Leone, e anche con Franco Zeffirelli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Mario Monicelli. E poi John Huston, Claude Lelouch, Rainer Werner Fasbinder, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Luc Besson

Locandina del film "L'ultimo imperatore"

Per 40 anni ha realizzato locandine e cartelloni che oggi sono ricercati dai collezionisti ma che in quel tempo erano materiale pubblicitario di routine. Oggi sono cose quasi perdute che però splendono di più, ricordandoci quello che rappresentavano: promesse di sogni, sentimenti popolari fatti vivere per le vie della città o sulle pareti di casa. Hanno la sua firma, giusto per citarne alcuni, i poster di Nikita di Luc Besson (con Anne Parillaud di schiena e una chiazza di sangue sulle mattonelle), Amici miei e Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli (con Alberto Sordi con una faccia smarrita e delle ombre alle spalle), Il buono, il brutto e il cattivo e C'era una volta in America di Sergio Leone, Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, Misery non deve morire di Rob Reiner, Cotton Club di Francis Ford Coppola, Rambo di Ted Kotcheff, tanti film dei fratelli Vanzina, di Carlo Verdone, con Celentano, Terence Hill e Bud Spencer

Presentato in anteprima a inizio febbraio in Puglia al 21° Sudestival, festival di cinema italiano d'autore svoltosi a Monopoli, L'ultimo uomo che dipinse il cinema prima o poi dovrebbe arrivare anche nelle sale italiane, quando l'emergenza Coronavirus allenterà la morsa.

Ma intanto conosciamo meglio Casaro, trevigiano classe 1935.

Renato Casaro, di tutti i poster straordinari che ha dipinto, quale è il suo preferito?
«La risposta banale ma veritiera è: sono tutti come figli. Sono tutti più o meno sofferti, se il risultato poi è stato buono, ci si affeziona a tutti. Però, l'opera a cui sono più legato, anche perché ha avuto un premio molto importante, con Hollywood Reporter a Los Angeles per il miglior manifesto dell'anno, è il poster de L'ultimo imperatore: è stato un lavoro molto complicato, poi il risultato è stato eccezionale. Bertolucci mi ha fatto i complimenti. Però anche gli altri son tutti efficaci. Nikita, per esempio, ha una bella immagine... L'immagine de Il tè nel deserto ha avuto un riscontro europeo, perché è stato fatto in limited edition».

Nel documentario L'ultimo uomo che dipinse il cinema, la locandina de Il tè nel deserto viene definita "il capolavoro". Qual è stata la sua genesi?
«Nasce dagli incontri molto prolifici avuti con Bertolucci. E poi conosco il deserto molto bene per averlo vissuto abbastanza viaggiando; l'atmosfera, il clima, il feeling che si prova con il deserto li sento particolarmente. Dopo diversi schizzi e proposte - io lavoro molto al tavolo, cestino molte cose - pian piano sono riuscito a sintetizzare quella che è l'immagine. C'erano delle difficoltà perché sui contratti di attori e registi c'erano delle percentuali, si dovevano rispettare le immagini degli attori, c'erano clausole particolari: ad esempio, se mettevi il volto di un attore dovevi metterli tutti e tre. Quindi questi limiti sconvolgevano un po' l'idea iniziale che avevo. Così alla fine… non ho messo nessun attore. L'immagine finale non esiste nel film, me la sono idealizzata e l'ho realizzata. È un'immagine di sintesi, di atmosfera, di pensiero: queste due civiltà che si incontrano avvolte sia nel deserto che nella tunica del tuareg».

C'è qualche poster che nel dietro le quinte nasconde qualche particolare travaglio lavorativo, paletti imposti, beghe con produttori?
«No. Io ho sempre seguito i loro consigli. Per esempio, nella riunione che ho avuto con Tornatore per il film L'uomo delle stelle, lui mi ha chiesto di fare un'immagine in cui si raccontassero più storie, come sui carri siciliani, che sono tutti dipinti con immagini locali, come un racconto. E così ho fatto, ho raccontato. Dentro il poster ci sono parecchie storie, tutte al loro posto. Ho vinto una bella sfida».

Nel documentario su di lei, si narra che i suoi bozzetti erano perfetti già alla prima proposta, che quasi mai gli hanno chiesto di cambiare qualcosa.
«Esatto, ho avuto tanta fortuna in ciò, si sono sempre fidati di me. In quel periodo non c'erano gli art director o agenzie alle spalle che condizionano. In pratica io ero l'autore, il pensatore, l'agenzia. Si doveva fare tutto e si era più liberi. Devo dire che i clienti erano generalmente sempre soddisfatti. Presentavo due-tre idee e loro potevano scegliere. Nei primi tempi qualche problemino poteva esserci, essendo io ancora acerbo. Gli inizi sono sempre un po' complicati, ma poi è sempre andato tutto liscio. Ho un bel rapporto con i clienti, anche perché non sono superbo».

A proposito di clienti celebri, com'è stato il rapporto con Sergio Leone, con cui ha collaborato lungamente?
«Per Sergio Leone ero diventato il suo pittore preferito. L'ultimo film che stava preparando era un western, la storia di una pistola Colt (soggetto da cui Stefano Sollima dirigerà un film, ndr). Già cominciavamo a vederci, sentirci, stavo preparando gli storyboard per questo progetto che aveva sul tavolo… Fino all'ultimo abbiamo avuto un bel rapporto, culminato con C'era una volta in America. Quel manifesto è stato davvero mondiale, usato ovunque, con tanti elogi. Con quello si è rinsaldata la nostra amicizia. È venuto anche a una mia mostra in Germania. Mi ha fatto onore di tante cose».

Eppure per il poster iconico di C'era una volta in America c'è stato qualche impiccio. Nella sua immagine, meravigliosa, si stagliano quattro uomini in smoking con i visi dorati dai lineamenti accennati. Ma il distributore tedesco voleva che ci fossero più donne. E Leone li mise a tacere dicendo "Dietro a ogni uomo con smoking c'è sempre una grande donna".
«Sì, ci sono aneddoti divertenti. Nel poster ci sono questi personaggi, oltretutto dipinti in oro, dove l'oro vuole significare una élite, una società ricca ed elevata. E già lo smoking identificava il tipo di film. Però per i distributori tedeschi mancava la donna. I cineasti, che noi chiamavamo i "cinematografari" in senso dispregiativo - scherza Casaro -, pensano sempre alla donna. Chi deve vendere il film pensa: "mancano le donne". Ma come si può mettere una donna che disturba un'immagine così emblematica e chiara? Leone l'ha difeso fino alla fine».

Renato Casaro riproduce il poster di "C'era una volta in America"

Terence Hill ha detto addirittura che forse, senza di lei, lui e Bud Spencer non avrebbero avuto il successo che hanno avuto, perché lei nei poster, rispetto alle immagini dei film, aggiungeva humour.
«Con Terence Hill e Bud Spencer c'è una storia particolare: ho lavorato al 90% dei loro film, voluto proprio da loro. Faccio parte del trio: Bud Spencer, Terence Hill e Renato Casaro – sorride -. Mi imponevano, visto che avevo questo feeling particolare con il loro spirito, con il loro modo di presentarsi come personaggi nei film. Avevo colto perfettamente il loro pensiero, il loro stato d'animo. Erano felicissimi, ho avuto un rapporto bellissimo di amicizia, che dura tuttora con Terence Hill. Ci incontriamo e ci scambiano opinioni».

I suoi strumenti di lavoro principali sono stati pennello e aerografo, di cui è uno dei maggiori maestri in Italia.
«Ho cercato sempre di progredire con lo stile, di camminare con i tempi, sennò se ti fermi rimani al palo. Quindi ho cercato nuove tecniche, girando all'estero e studiando gli altri artisti. Ho cercato di modificarmi, soprattutto con l'aerografo, che ho imparato e studiato bene. Sono stato l'unico nel cinema, per lo meno in Europa, ad adoperare l'aerografo: così ho cambiato l'immagine, che non era più un po' impressionista, che mostra il passaggio del pennello. Il segno veniva soffuso con l'aerografo, una tecnica molto sofisticata. Sono andato verso il realismo, sentivo che ce n'era bisogno. Tant'è che questa tendenza negli anni 2000 ha portato al digitale e quindi al fotografico. Il mio è stato un passaggio lento, quasi programmato, perché sentivo che si doveva cambiare qualcosa. L'aerografo mi ha aiutato a rendere le immagini quasi fotografiche. Anche se vanno oltre la fotografia. Oggi la pubblicità fotografica è piatta, non è tridimensionale, manca di inventiva».

Come mai ha scelto di dipingere per il cinema e non di fare il pittore punto e basta?
«È un amore viscerale quello per il cinema, nato da piccolo. L'ho coltivato sempre. Magari potevo fare il regista, ho avuto un attimo di indecisione quando ero a Cinecittà. Ma poi ho voluto dedicarmi interamente a questa professione che vorrei tanto fosse riconosciuta, non tanto come illustrazione, ma come arte pura. È una forma d'arte, popolare. I nostri manifesti tappezzavano le strade, come un museo all'aperto. Più arte di questa».

Nel documentario il critico cinematografico Goffredo Fofi la paragona ai pittori moderni, preferendo lei. Lei si definisce pittore di cinema?
«Sì, pittore di cinema. O movie painter: in inglese suona meglio».

Quali artisti l'hanno ispirata?
«Norman Rockwell, l'americano che per anni ha fatto la copertina del Post; ha raccontato l'America a modo suo, l'America profonda. Poi gli iperrealisti giapponesi, che mi hanno portato verso l'aerografo. Anche gli italiani, noi eravamo molto bravi – e lo siamo anche oggi - come illustratori, pittori di cinema. Ho avuto dei maestri famosi: Ballester, Martinati, Capitani, erano il fulcro della pubblicità negli anni '50-'60. Ho imparato da loro. Gli italiani all'epoca erano molto richiesti. Negli ultimi 20 anni ho fatto scuola in Germania e diversi illustratori tedeschi mi hanno seguito, ispirandosi al mio stile».

L'ultimo film per cui ha lavorato è stato Asterix & Obelix contro Cesare con Gérard Depardieu nel 1999, poi c'è stato l'avvento del digitale e della fotografia, che nei poster ha sostituito la pittura.
«Sì, ufficialmente sarebbe l'ultimo, che ha chiuso un ciclo. Mi sono detto che dovevo lasciare. Ormai il cliente era più orientato verso il fotografico. Ho voluto chiudere così».

Com'è cambiata ora la promozione del cinema?
«È tutto un mondo diverso. Per l'ultimo film di Verdone Si vive una volta sola mi hanno chiamato per impostare la pubblicità. Ho lavorato bene, fatto cose notevoli, davvero belle. Volevo lanciare la sfida alla nuova tendenza. Poi, però, alla fine hanno deciso di cambiare la pittura in fotografico, con Photoshop: questo mi fa capire come sia difficile oggi entrare in questo contesto. È un altro modo di fare pubblicità. Prima si appendevano manifesti. Ora invece la promozione è un campo enorme, che include televisione, telefonino... Il poster del film di Verdone quindi si basa su una mia idea pittorica, che è stata cambiata in fotografia».

Quentin Tarantino l'ha chiamata per il suo ultimo film C'era una volta a… Hollywood, chiedendole di realizzare dei poster fittizi di western con Leonardo DiCaprio…
«È stato l'apice. Pensare che Tarantino, pur avendo in America tanti collaboratori, chiami me per disegnare per lui… È stato edificante».

Comunque non ha smesso di dipingere: nel documentario la vediamo all'opera a un Giudizio Universale spettacolare, popolato da tutti personaggi di film. Ora a che sta lavorando?
«Sto facendo un manifesto con le Frecce tricolore, che per me è sempre cinema: applico il cinema a tutti i settori».

Vede parecchi film?
«No, sono un po' disaffezionato. A parte qualche capolavoro di oggi, non sono più attirato dalle uscite contemporanee: i film che mi attraggono si possono contare sulle dita. Forse perché ne ho avuto tanto di cinema e ho vissuto il periodo migliore del cinema italiano. Oggi, con tutta questa tecnologia… Sono cose belle ma non sono più tanto fedeli alla mia idea di cinema».

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