Cinema

Quando hai 17 anni, l’età del turbamento – La recensione

André Téchiné descrive con delicatezza e intelligenza la scoperta di un nuovo sentimento: due adolescenti sullo sfondo di una natura simbolica e mutante

Il ritorno di André Téchiné. E della sua capacità incredibile di raccontare le ansie giovanili,  da Rendez-vous a Alice et Martin, a Les innocents, J’embrasse pas (Niente baci sulla bocca), Les roseaux sauvages (L’età acerba). Ancora oggi, a 73 anni, più generazionale che mai, con Quando hai 17 anni e le vicende di Damien e Thomas (Kacey Mottet Klein e Corentin Fila) in un tempo scolastico diviso in tre trimestri e altrettante distinte fasi di scelta e consapevolezza (uscita in sala 6 ottobre).

Studenti della matematica e della vita, entrambi a confronto con la scoperta, lacerante e ruvida, di una sessualità inattesa dopo un approccio fatto di pugni e d’odio , i due ragazzi fanno i conti l’uno con la morte del padre e l’altro con la nascita di una sorellina, prima figlia naturale della famiglia che lo ha adottato. Eventi-choc ed estremi mediati dalla intelligente, tollerante dolcezza di Marianne (Sandrine Kiberlain) prostrata dalla scomparsa del marito, una volta moglie e oggi madre alle prese con i tormenti del suo Damien e di quel giovane, Thomas dalla pelle scura, piombato nella loro vita con la violenza di un tornado e la dolcezza aspra del desiderio, invano, represso davanti alle avances dell’altro, cui egli oppone all’inizio una primordiale reattività conservativa.

Tra bisogno e desiderio

Una trepida ballata dei sentimenti trafitti e dell’adolescenza trafitta dai sentimenti. Il paesaggio è montano, ipnotico e a tratti magico, misterioso, esoterico e mesmerico, quasi “personaggio”  tra i silenzi e i candori delle nevi che lasciano ascoltare il respiro di un film concitato e incalzante negli scontri e nelle tensioni tra le figure che lo animano. Macchina in spalla, rotazioni dell’inquadratura, pedinamenti: la disputa tra bisogno e desiderio attraversa il racconto ponendolo, a tratti, davanti a quesiti drammatici e a soluzioni naturali, addirittura innocenti nella loro immediatezza istintiva. Al tempo stesso però, quello stesso narrare si fa caldo e delicato nell’evoluzione degli amori e dei conflitti – non solo interiori – che l’accompagnano, quasi tra sogno e realtà, tra le citazioni poetiche di Rimbaud e quelle scientifiche di Leibniz.

Oggettività antinaturalistica

Téchiné, affiancato nella sceneggiatura da Céline Sciamma (Diamante Nero), descrive: con profondità, fervore e intelligenza oltre la dimensione formale – sempre felicissima nella linearità del montaggio e nella densità delle inquadrature - mettendo in primo piano, comunque e sempre, i sentimenti e le logiche comportamentali dei protagonisti. Tenendosi però a distanza, senza partecipare o proporre qualsiasi point de vue che non sia quello dell’osservazione oggettiva e antinaturalistica, pure non offuscando emozioni ed affetti. C’è anche, sottile ma non impercettibile, il tema di un dislivello sociale che all’inizio, fra il cittadino borghese Damien e il rupestre Thomas, sembra far da detonatore a differenze e rivalità, per annullarsi poi nella fusione d’intenti, sensibilità e consapevolezze. Accompagnato, in questo cambiamento d’emancipazione, dalle variazioni stagionali e meteorologiche  di un paesaggio umorale e metafisico che diviene, passo dopo passo, specchio e simbolo di una metamorfosi.

L’impronta degli attori

Se la natura mutante pare adeguarsi al decorso dell’azione, a volte determinandolo e qualificandolo, altre volte assecondandolo, gli attori ne dominano tutti i passaggi decisivi, guidati da un regista divenuto nel tempo un autentico guru della recitazione giovanile, capace di dare lustro ed evidenza a carriere còlte nella loro fase iniziale, ad esempio come quelle delle allora ventenni Juliette Binoche e Sandrine Bonnaire, oltre tutte le altre. Oggi tocca a Kacey Mottet Klein e Corentin Fila, orientati e assistiti nel loro rigoglio espressivo dalla mano di Téchiné che molto fa anche su un talento già affermato come quello di Sandrine Kiberlain, la quale si fa interprete e medium non solo della figura di Marianne ma anche dell’intero, complicato e spesso inafferrabile rapporto che corre tra una madre e suo figlio.

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