Non ci resta che piangere
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Cinema

Non ci resta che piangere, al cinema: 5 cose da sapere

Il cult con Massimo Troisi e Roberto Benigni torna in sala in versione restaurata dal 2 al 4 marzo

1) Trent'anni fa campione d'incassi

Roberto Benigni e Massimo Troisi Roberto Benigni e Massimo Troisi in una foto d'archivio Ansa

Era il 21 dicembre 1984 quando Non ci resta che piangere debuttava al cinema per diventare un vero cult della risata. Uno di quei film che già solo a ripeterne il titolo fa aprire un sorriso. 
Oggi, a trent'anni dalla prima, la commedia scritta, diretta e intepretata da Massimo Troisi e Roberto Benigni torna nelle sale italiane dal 2 al 4 marzo, nella versione restaurata e rimasterizzata grazie all'apporto di Mediaset, Melampo, Film&Video e Lucky Red (250 le ore di restauro).
Lo spassoso viaggio nel passato del bidello napoletano Saverio (Troisi) e del maestro elementare Mario (Benigni), alle prese con Savonarola e con Leonardo, piacque così tanto al pubblico da diventare campione di incassi nella stagione '84-'85. Oltre all'irresistibile duo nel cast sono ci sono Paolo Bonacelli, Carlo Monni, Elisabetta Pozzi e Amanda Sandrelli.

2) Battute memorabili

Non ci resta che piangere ci ha consegnato battute memorabili ormai entrate nel repertorio collettivo, tutt'ora evocative e capaci di smuoverci un sorriso.
"Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!" è il mantra ripetuto dal doganiere di una Toscana quattrocentesca. A lui poco importa la risposta alle sue domande, il tributo da versare è sempre lo stesso: "un fiorino!".
"Ricordati che devi morire!", ripete insistente e lugubre il predicatore a Mario. Lui gli risponde: "Sì, mo' me lo segno".

3) Due comicità diverse e affini a confronto

Non ci resta che piangere è l'unico film realizzato in coppia da Troisi e Benigni. A confronto due talenti comici affini ma diversi, che sul set sembrano complementari. Entrambi si fanno beffe della realtà con un'evidente gestualità e ricorrendo al dialetto, seppur Troisi si basi su un'espressività più introversa e stralunata, Benigni più buffonesca e irruente.
Giuseppe Bertolucci, che è co-autore della sceneggiatura, ha parlato di "due arti opposte: la parola per Roberto e l'afonia per Massimo. Identica la provenienza di entrambi: il sottoproletariato".

4) Da una poesia di Francesco Petrarca

Non ci resta che piangere Massimo Troisi e Roberto Benigni in "Non ci resta che piangere" Lucky Red

Il titolo Non ci resta che piangere deriva da un verso di Francesco Petrarca
In occasione dell'uscita del blu-ray del film, nel 2010, fu Benigni stesso a rivelarlo: "A Troisi dicevo 'ti leggo una poesia dimmi quale ti piace di più per il titolo'. Arrivato a 'Non ci resta che piangere' mi fermò dicendo 'questa mi piace'".
Una scelta condivisa nata dall'amicizia che ha legato i due comici, come ha detto Benigni: "Un film nato da quel sentimento che è così uguale e così distante dall'amore che è l'amicizia... nato proprio dal fatto che siamo invincibili, quando c'è questa armatura fragilissima, trasparente dell'amicizia, del volere costruire insieme una cosa. Eravamo allegri e ognuno poi si appoggiava sull'altro".

5) Esilarante improvvisazione

Non ci resta che piangere Roberto Benigni in "Non ci resta che piangere" Lucky Red

Non ci resta che piangere è frutto anche di irresistibile improvvisazione. Proprio la scena del doganiere inflessibile ne sarebbe un esempio: sembra che Benigni - qui più spettatore che protagonista – non sia riuscito a frenare le risate di fronte allo sconcertato Troisi che continua a pagare la sua gabella e che la scena sia stata così inserita nel film.
Anche la scena in cui i due comici scrivono la sconclusionata lettera a Savonarola per liberare l'amico Vitellozzo ha stille di improvvisazione: "Eh? Savonarola, e che è? Oh! Diamoci una calmata, eh! Oh! E che è? Qua pare che ogni cosa, ogni cosa uno non si può muovere che, questo e quello, pure per te! Oh! Noi siamo due personcine perbene, che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuriamoci a un santone come te. Anzi, varrai più di una mosca, no?". La sequenza richiama un'altra celebre lettera, scritta dalla coppia comica Totò e Peppino in Totò, Peppino e la... malafemmina (1956).

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