Ero in guerra ma non lo sapevo, il film sull'omicidio di Pierluigi Torregiani
Francesco Montanari nel film "Ero in guerra ma non lo sapevo" (Foto: 01 Distribution)
Ero in guerra ma non lo sapevo, il film sull'omicidio di Pierluigi Torregiani
Cinema

Ero in guerra ma non lo sapevo, il film sull'omicidio di Pierluigi Torregiani

Gli Anni di piombo, il linciaggio mediatico e il dramma di un uomo solo raccontati in un film difficile da realizzare. «Era da tempo che volevo farlo ma non trovavo uno sceneggiatore disposto a scriverlo», rivela il produttore Luca Barbareschi

Il Pierluigi Torregiani interpretato da Francesco Montanari è un uomo forse troppo testardo, a volte anche arrogante, ma sempre ostinatamente saldo nei suoi ideali, in difesa del suo lavoro, della sua famiglia, della sua libertà. Ero in guerra ma non lo sapevo riapre una vicenda dolorosa, l’omicidio del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani il 16 febbraio 1979, rivendicato dai Proletari Armati per il Comunismo, rimestando tempi pericolosi e controversi, gli Anni di piombo che trasformarono in bersaglio di terrore persone prese a simbolo di ideologie, senza considerarle per quello che erano, persone, appunto, invischiate in una narrazione politica distorta che divideva in buoni e cattivi, scollata dai veri drammi dei singoli individui.
Ero in guerra ma non lo sapevo di Fabio Resinaro è al cinema in uscita evento il 24, 25 e 26 gennaio con 200 copie con 01 Distribution e su Rai 1 il 16 febbraio.

«Con questo film e con il recente arresto di Cesare Battiti non si chiude la storia di mio padre, ma senz’altro si dà più valore alle battaglie fatte in questi anni», dice Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, che quarantatré anni fa era presente all’omicidio del padre e fu anche colpito da un proiettile vagante che gli ha compromesso l’uso delle gambe. Ero in guerra ma non lo sapevo è tratto dal suo omonimo libro, scritto insieme a Stefano Rabozzi. «Il film vuole dare la giusta prospettiva alla verità troppe volte buttata sui giornali in modo non idoneo. Il linciaggio mediatico subito da mio padre è stato l’input che ha portato quattro disgraziati intellettuali a commettere l’omicidio».

Dopo aver reagito a un tentativo di rapina, infatti, Pierluigi Torregiani si ritrovò addosso l’etichetta di «sceriffo» e, da lì breve, la sua condanna a morte.

Il terrorista dei Pac Cesare Battisti, tra i mandanti dell'attentato a Torregiani, fu poi condannato all'ergastolo per quattro omicidi, due commessi in prima persona, due in concorso con altri, ma solo il 12 gennaio 2019, dopo oltre trent’anni di latitanza e protezioni varie, è stato arrestato in Bolivia e consegnato alle autorità italiane.

Francesco Montanari nel film "Ero in guerra ma non lo sapevo" (Foto: 01 Distribution)

«Ero in guerra ma non lo sapevo ci racconta come una persona che tiene molto alla sua libertà venga coinvolta in una narrazione di sistema in cui non vuole essere coinvolta», spiega il regista Fabio Resinaro, già autore di Dolceroma (2019) e Appunti di un venditore di donne (2021). «Torregiani è un padre di famiglia costretto in qualche modo a un lockdown forzato, non è importante sapere se aveva ragione o torto, ma vedere una persona con i suoi drammi quotidiani. Il film è una riflessione su come certa carta stampa metta nel mirino simboli per sostenere una tesi, ma in realtà si tratta di persone trasformate in ingranaggi di un meccanismo esterno più grande. Ero in guerra ma non lo sapevo si smarca da ogni posizione contrappostasi negli anni».

Commerciante distinto ed operoso, desideroso di espandere la sua attività anche nell’ottica di dare un bel futuro ai tre figli che aveva adottato, Pierluigi Torregiani venne bollato come controrivoluzionario fascista. I rapinatori che seminavano il panico tra i professionisti milanesi? Furono inquadrati, da certi occhi in malafede, come esecutori di una giustizia proletaria da comprendere.

Il produttore di Ero in guerra ma non lo sapevo è Luca Barbareschi, che aveva particolarmente a cuore la vicenda di Pierluigi Torregiani e da anni cercava di portarla al cinema. «Avrei voluto farlo sei anni fa ma non trovavo uno sceneggiatore disposto a scriverla», spiega. «Questa è la tragica verità di questo Paese: alla domanda “Facciamo Torregiani?”, la risposta era: “Tra un terrorista e un borghese di m****, starò sempre dalla parte del terrorista”. E questo mi feriva molto. Non perché non ami i rivoluzionari, mio padre era un partigiano, ma perché penso che la verità sia importante». E poi la stoccata: «Il film parla di noi oggi. Io morirò senza sapere la verità su piazza Fontana, sulla strage di Bologna, su Ustica. Avendo fatto il parlamentare ho avuto accesso a molti dati, che non posso rivelare, e mi chiedo perché non li riveliamo agli italiani: anche quella sarebbe un’elaborazione importante. C’è un rimandare e c’è anche un certo balletto di certa stampa, che ha flirtato con la sinistra rivoluzionaria dall’alto della sua rendita di posizione, facendo i finti uomini di sinistra al servizio di una narrazione del Paese».

La sceneggiatura è stata scritta da Mauro Caporiccio, Carlo Mazzotta e Fabio Resinaro, dietro la consulenza di Alberto Torregiani. Laura Chiatti interpreta la moglie «del Torregiani».
Quello che colpisce del film è che il Pierluigi Torregiani immaginato da Resinaro è un uomo spavaldo, fiero sostenitore di una filosofia del fare, orgoglioso self-made man milanese con cui non è immediato simpatizzare. Eppure, è sempre così facile capire da quale parte è il giusto.

«Fabio (Resinaro, ndr) e Francesco (Montanari, ndr) sono di sensibilità enorme», dice Alberto Torregiani. «Hanno colto quello che volevo. Non volevo che mio padre fosse raccontato come la vittima sacrificale, pacione e perbenista, a tutti i costi nel giusto. Mio padre era una persona forte, aveva un carattere austero e caparbio, capace di andare contro tutte le difficoltà. Quando nel ‘74 fummo adottati, aveva solo un negozietto; aver allagato la famiglia gli ha creato l’ambizione di diventare più importante come nome, di aprire negozi che in futuro sarebbero stati di nostro sostegno economico». E poi la mente di Alberto va nei ricordi: «Volevamo trasmettere anche l’immagine di un padre che voleva nascondere le proprie paure. Ricordo le notti in bianco che faceva perché era preoccupato, il fastidio di avere la scorta perché la sua vita era stata scaraventata dentro un incubo da cui non sapeva uscire, fino quasi al punto di dover arrendersi. E si è arreso il giorno in cui è successo l’attentato».

Immagine del film "Ero in guerra ma non lo sapevo" (Foto: 01 Distribution)

Ti potrebbe piacere anche

I più letti