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Il grande Lebowski torna al cinema, 5 cose da sapere

La commedia dei Coen è in sala in versione rimasterizzata in digitale. Un film diventato cult e filosofia di vita

Un cult della leggerezza

Il grande Lebowski John Goodman e Jeff Bridges ne "Il grande Lebowski" Diritti Mondadori

Ironico e pazzoide, Il grande Lebowski è un cult del cinema firmato dalla coppia infallibile Ethan e Joel Coen, Joel alla regia, Ethan alla produzione, entrambi alla sceneggiatura.

Era il 1998 quando lo scansafatiche Jeffrey Lebowski (Jeff Bridges), impegnato in cocktail, partite di bowling e tiri di marijuana, sul filo del giocoso thriller si rendeva protagonista insieme al suo amico Walter (John Goodman) delle più improbabili situazioni e delle più stupefacenti reazioni. Sedici anni dopo, per festeggiare i 60 anni di Joel, compiuti il 29 novembre, la commedia dei due fratelli americani torna sul grande schermo, il 15, il 16 e il 17 dicembre, in versione rimasterizzata in digitale. 

Ecco cinque cose da sapere (o rispolverare) su Il grande Lebowski.

Ispirato allo stile di Raymond Chandler

Fratelli Coen Da sinistra, il regista Joel Coen e lo sceneggiatore e produttore Ethan Coen sul set del film "Il grande Lebowski" (1998) Diritti Mondadori

Il giallista americano Raymond Chandler nel 1939 ha aperto la serie sul detective privato Philip Marlowe con il libro Il grande sonno, che ha dato vita a due adattamenti per il grande schermo, Il grande sonno di Howard Hawks (1946) e Marlowe indaga (1978) di Michael Winner.
Anche Il grande Lebowski si ispira parzialmente a questo romanzo. Ecco cosa ha detto Joel Coen al proposito: "Abbiamo voluto fare una sorta di storia alla Chandler... guardando a come si muove episodicamente, come tratta i personaggi cercando di svelare un mistero, oltre ad avere una trama irrimediabilmente complessa che, in ultima analisi, è irrilevante".

Quel tizio di Drugo

Jeff Bridges ha vinto l'Oscar nel 2010 per Crazy Heart e ha interpretato lungo i suoi 65 anni una sfilza di personaggi; il più iconico che si porterà sempre addosso è però sempre e inevitabilmente Jeffrey Lebowski. Nella versione italiana del film dei Coen, Lebowski è soprannominato "Drugo", termine che nulla ha a che fare coi "Drughi" di Arancia meccanica di Kubrick. Nella versione originale invece il soprannome è "Dude", che in inglese significa "tipo, tizio". 

Lebowski Fest

Il grande Lebowski Julianne Moore ne "Il grande Lebowski" Diritti Mondadori

Il grande Lebowski ha dato origine a una festa annuale. Nel 2002 è nata a Louisville, Kentucky, la Lebowski Fest, che negli anni ha percorso anche altre città, da Milwaukee a Seattle, da Las Vegas a Los Angeles, migrando anche a Londra. Il programma prevede la proiezione del film, musica dal vivo, i partecipanti vestiti come i personaggi della pellicola e, ovviamente, partite di bowling
Gli attori del cult non hanno fatto mancare la loro partecizione. Alla festa di New York del 2011 erano presenti Jeff Bridges, Julianne Moore, John Goodman, Steve Buscemi e John Turturro.

Il Dudeismo

Il grande Lebowski Jeff Bridges e John Goodman ne "Il grande Lebowski" Diritti Mondadori

Sembra un'iperbole ma non la è: Il grande Lebowski ha fondato anche una sorta religione, il Dudeismo. Fondata nel 2005 dal giornalista americano Oliver Benjamin, ha l'obiettivo di diffondere la filosofia e lo stile di vita rappresentati dal "Dude" Lebowski. È una forma moderna di Taoismo cinese, che si mescola a concetti di Epicuro e al modo di vivere di Lebowski. Uno dei suoi simboli è uno Yin e Yang con i tre fori della palla da bowling.

La critica di allora

Il grande Lebowski Jeff Bridges e Sam Elliott ne "Il grande Lebowski" Diritti Mondadori

Sul sito che raccoglie recensioni internazionali Rotten Tomatoes la critica dà a Il grande Lebowski l'80% dei consensi.
Così ne scriveva Variety: "Puntellato da sequenze meravigliosamente divertenti e da alcune nozioni brillantemente originali, Il grande Lebowski è uno pseudo-thriller con occhio e orecchi attenti ai costumi sociali e alle figure moderne del linguaggio". "Una commedia cubista", è la definizione del New York Observer.  La BBC: "È la ricchezza di grandi personaggi e i loro dialoghi folli che fanno di questo film un film memorabile".

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