L'attore Giorgio Colangeli (Alessandro Pensini)
Cinema

Giorgio Colangeli: «Sogniamo le Azzorre ma alla fine preferiamo Terracina»

Intervista all'attore protagonista al cinema del nuovo film di Gianni Di Gregorio, Lontano, Lontano. Oggi tutti lo vogliono. Eppure c'è stato un tempo che Sabrina Ferilli dichiarava di non sapere chi fosse

Partiamo da lontano. Perché Giorgio Colangeli è partito veramente da lontano. Settantun'anni, laurea in Fisica, la passione per il teatro E poi la tv e il cinema con grandi registi come Ettore Scola, Marco Tullio Giordana e Paolo Sorrentino. Oggi sta vivendo la sua età dell'oro. Lo cercano tutti: ha lavorato con Marco Bocci nel suo primo film da regista, al Teatro Sala Umberto a Roma porterà Pirandello (L'uomo, la bestia e la virtù, dal 10 marzo), mentre sul grande schermo ha due film in uscita: La partita di Francesco Carnesecchi, splendido esordio di un giovane regista, e Lontano, lontano di Gianni Di Gregorio appena arrivato nelle sale. Un delizioso e melanconico racconto del regista di Pranzo di Ferragosto su tre anziani che pensano di lasciare il Paese per godersi la pensione senza tasse in qualche luogo esotico. Delicata riflessione sulla solitudine della vecchiaia tra paura e desiderio di afferrare ancora quel che resta del giorno. «Gianni mi ha raccontato che è stato Matteo Garrone a dargli l'idea di fare questo film, dicendogli che solo lui avrebbe potuto, dato che è il regista italiano specializzato in vecchietti».
È anche l'ultima volta del grande Ennio Fantastichini, mancato nel 2018. «Era il più giovane di noi tre», racconta l'attore, «schietto, diretto, comunicativo, a volte anche impegnativo. C'è sempre stata una grande intesa».
Colangeli per anni è stato un "invisibile". Quando nel 2006 Sabrina Ferilli gli consegnò il Marco Aurelio alla prima Festa del Cinema di Roma lesse il premio e commentò :«E chi lo conosce?». Lui, occhi azzurri e la voce profonda, una certa somiglianza con il grande Gian Maria Volonté. («Non sono bello, forse quando ero più giovane un po' eravamo simili, ormai non è più così») si fa una risata. «È vero sono un attore piuttosto defilato. Quella sera intervenne Scola a difendermi e a spiegare chi ero. Disse: "È un grande del teatro". Non era troppo vero neanche quello, ma lui ci mise una toppa».
Al provino per Lontano, lontano è andato in bicicletta: «Era il giorno dopo la nevicata del 2018, Gianni si stupì di vedermi arrivare così con il gelo, ma io vado ovunque solo in bici. Anche dal mio psicologo, che è alla Balduina, tutta una salita. Ma quello ormai fa parte della terapia».

È in analisi?
«Un supporto psicologico. Un minimo di manutenzione è una prevenzione dovuta. Il disagio psicologico per l'attore è come la silicosi per i minatori, una malattia professionale. Questo lavoro, dove ci sono poche certezze, ti può portare su una brutta china. La tua bravura è soggetta ad arbitrarietà, soggettività, non ci sono mai criteri oggettivi. Se non va bene un provino pensi di aver sbagliato lavoro. L'attore vive un precariato non solo lavorativo, ma anche psicologico».

Come ha iniziato?
«Ho cominciato tardi nel novembre '74, con il Teatro Ragazzi. Non avrei mai pensato di fare questo nella vita. Nessuno in famiglia lo aveva mai fatto».

Cosa faceva la sua famiglia?
«Mio padre era un rappresentante di commercio per la Montecatini, allora non era ancora Montedison. Vendeva marmi. Erano gli anni della ricostruzioni, fece importanti forniture: la Sala Nervi, il Ministero degli Esteri. Mia madre era una casalinga o meglio un sergente maggiore, cinque figli maschi».

Chi le trasmise l'amore per il teatro?
«Forse proprio lei, aveva interessi, molto repressi. Credo che non fosse mai andata a teatro. Ma quando vedeva gli attori in televisione si immedesimava, commuoveva, seguiva con grande trasporto. Dando anche dei consigli allo schermo. Me la ricordo mentre guardavamo i thriller gridare: «Perché fa così, perché ci va? Non aprire quella porta!». Alla fine se le piaceva qualcuno diceva: «Quell'attore lavora bene».

E suo padre?
«Uno di quegli uomini che si realizzavano solo nel lavoro, ma a casa era come uno zombie».

Come mai si laureò in Fisica?
«Per una famiglia piccolo borghese come la mia, che veniva da fuori Roma, Tivoli e Labico, figli di un fattore e di un oste, fare studiare i figli era l'investimento sociale più importante . Andammo tutti a scuola dai preti, all'Istituto Santa Maria in viale Manzoni. Tutto sommato non fu malissimo, erano piuttosto aperti. Solo ragazzi. E anche a Fisica le donne erano tre. Siamo tutti laureati tranne il più piccolo, che ha avuto comunque una carriera importante».

Le donne quando sono arrivate?
«Ce ne è voluto di tempo. Poi mi sono sposato, divorziato con un figlio, che per aiutare il papà ha deciso di fare lo psicologo. E da vent'anni sono riaccompagnato. Sono un fedele. O forse un abitudinario».

Come arrivò al teatro?
«Successe tutto per caso, molte cose accadute nella mia vita sono state casuali. Mentre aspettavo di fare il militare, un amico di mio fratello mi chiese se volevo partecipare a una compagnia di filodrammatici. Capitai a Trastevere al Torchio, teatro dove facevano spettacoli per bambini. Mi appassionai, forse perché avevo avuto un rapporto problematico con la mia infanzia. Rimasi a fare Teatro Ragazzi fino all'81, era un settore molto fervido, di grandi sperimentazioni. Poi passai al teatro tout court grazie ad Antonio Calenda. Già allora si parlava di crisi, ma circolavano un sacco di soldi».

Quando è iniziata la lenta agonia dei teatri?
«Oggi non si sa da dove si potrebbe ripartire. Alla crisi economica si aggiunge una crisi di idee e valori. Allora l'attore era un operatore culturale spesso impegnato politicamente, ovviamente a sinistra. La cultura allora era un fatto di sinistra. Tutto il resto, le banche, i lavori pubblici, il potere, quello concreto, era della DC».

La sinistra ha ucciso il teatro?
«Sì, l'ha gestito sempre lei. Parlando con Alberto Di Stasio, attore di teatro impegnato, ricordava le recite nelle cantine, quelle così d'avanguardia che c'era bisogno del ciclostile per spiegare di cosa si trattasse. Servivano le istruzioni per l'uso. Se c'erano più di cinque spettatori si preoccupavano: "Non è che stiamo facendo una cosa troppo borghese, quella da teatro con le poltroncine di velluto?" Se ne fregavano degli incassi, erano tutti figli di papà. E il papà ero lo Stato. L'ETI, l'Ente teatrale italiano, pagava il cachet intero alle compagnie purché facessero gli spettacoli, dove non sarebbero mai andati se si fossero affidati all'incasso. Le intenzioni sicuramente erano le migliori, ma alla fine si cercava di compiacere il funzionario che ti dava le piazze, più che il pubblico. Che restava questo grande sconosciuto».

Oggi cosa è diventato il teatro?
«Ne faccio poco e con amarezza. Avrei voluto essere il protagonista dove fui secondo alabardiere, ma ormai il teatro si fa con due straccetti. Non ci sono soldi e non si sa neanche da dove debbano venire. A Londra i biglietti costano 30 sterline e le sale sono piene. In Italia ci vanno solo i pensionati. L'altra sera a Velletri il pubblico era composto perlopiù da ultrasessantenni, sono gli stessi di vent'anni fa. Non c'è stato ricambio. Quando non andranno più per raggiunti limiti d'età, si chiuderà».

Senza i pensionati non ci sarebbe né teatro e forse neanche il cinema.
«Gli anziani sono un grande potenziale. Eppure da noi Lontano, lontano è abbastanza un unicum. Anche se i film fatti all'estero sulla terza età qui incassano. Ma chi l'avrebbe mai prodotto in Italia Amour di Michael Haneke, storia di due vecchi dove lui assiste lei malata di Alzheimer fino alla morte. Qui ti dicevano: "Vai all'Asl e fai un documentario"».

Il suo primo film?
«La signorina Giulia di Roberto Marafante, 1992. Era un articolo 28, un finanziamento che lo Stato dava sulla base della sola sceneggiatura. Un meccanismo che ha consentito incredibili furti. Non si controllava neanche se poi il film si sarebbe fatto o meno».

Lei, come il suo personaggio Giorgetto, prende la pensione?
«Io rientro in tutto anche nella Fornero, ho cominciato nel '74. Ma non mi va di andare a informarmi».

Ha amici che sono scappati all'estero, come sognano di fare i tre protagonisti?
«No, ma mi raccontano di quelli che fanno finta di andarci, poi pagano qualcuno sul posto perché viva nelle case che hanno preso in affitto, paghi le bollette mentre loro tornano qui. Dove si sta molto meglio. Anche noi capiamo che tante cose importanti le abbiamo qui e non le troveremmo altrove».

Si sente un po' come il suo personaggio, libero, ma solitario, che vaga con il suo sacchettino di albicocche in mano?
«In fondo sì. A costo di sacrifici, perché non sempre è andata benissimo, ho fatto la vita che mi piaceva. L'attore vive questa doppiezza. Una volta le prime attrici attrezzavano i camerini con i loro oggetti personali: la tovaglietta, i trucchi, lo specchio. Ricreando un ambiente conosciuto, domestico. Questa cosa mi ha sempre colpito. Anche io vivo questa ambivalenza. Mi piace lo sradicamento, il viaggio, dall'altro lato ho bisogno di ricostruire una griglia di cose abituali in questa vita che muta sempre».

La periferia è la grande protagonista dei film italiani degli ultimi tempi. Per Bocci Tor Bella Monaca, qui vi perdete a Tor Tre Teste, La Partita racconta le periferia dei campetti da calcio in terra battuta. Come mai?
«Veniamo dal neorealismo, dove si parlava solo di poveracci, ma è mancata un'attualizzazione di questo linguaggio. Quando si racconta la periferia, soprattutto quella romana, c'è subito folklore, la battuta facile, l'uso del romanesco compiaciuto. Tutto questo non ha a che fare con la realtà».

La fine del film è molto edificante.
«Non credo che succederebbe nella vita reale. È una favola per adulti, un cappuccetto rosso per grandi».

Come è stato lavorare con Ettore Scola?
«Era già un po' in declino. Con lui feci La Cena, che non era un film da premi, ma una sorta di Terrazza due. Per omaggiarlo decisero di dare il Nastro d'argento a tutto il cast maschile. Scatenando l'ira delle donne: da Stefania Sandrelli a Fanny Ardant. Oggi non sarebbe stato possibile, l'avrebbero dato alle donne».

Poi ha lavorato con Paolo Sorrentino, era Salvo Lima ne Il Divo.
«È un grande maestro, da spettatore amo molto il suo cinema. Da attore è un po' frustrante, a meno che tu non sia Toni Servillo. Impiega tempo a scegliere l'attore, ma poi non ci lavora sopra. Se trova la persona giusta è già quello che deve essere».

Per Marco Tullio Giordana in "Romanzo di una strage" è stato il misterioso Federico Umberto D'Amato. Cosa sapeva di quell'uomo al centro dei grandi misteri italiani e da pochi giorni condannato per la strage di Bologna?
«Giordana mi diceva di lavorare controtendenza. Era un personaggio diabolico che doveva sembrare angelico. Non a caso mi fece indossare un vestito color carta da zucchero. Dovevo sembrare un angelo. Allora nessuno sapeva veramente chi fosse, rimasi colpito perché teneva una rubrica gastronomica sull'Espresso, il gruppo editoriale che rappresentava la sinistra».

Alla fine sua madre le ha detto che era un attore "che lavorava bene"?
«No, mi ha lasciato, come diceva lei, "saltimbanco" quando facevo spettacoli per bambini. Non mi ha mai visto al cinema. Voleva che facessi Lettere e poi l'insegnante. Diceva che scrivevo bene e che avevo passione e curiosità intellettuale. Forse non aveva torto».

È vero che conosce a memoria tutta la Divina Commedia?
«Sì, ho iniziato a studiarla seriamente nel 2006. Mi appassiona, c'è tutto: etica ed estetica. Non passa giorno che non ripeta un canto, sto riprendendo il Paradiso. Quando la impari a memoria, allora diventa tua, in maniera così intima. È scienza, sapienza, poesia».

Cosa si aspetta dopo l'età dell'oro?
«Oggi la stagione lavorativa è un "mozzico", un breve istante. Tra il tempo che ci metti a trovare un lavoro e la facilità con cui diventi obsoleto e ti preferiscono un giovane. Come dicono le maestranze sarcasticamente :«Presto che è tardi, forza, che la giornata è un mozzico». Alla fine è solo un attimo».

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