5 film belli davvero con madri tragiche e meravigliose
Immagine del film "Mommy" (Foto: Good Films)
5 film belli davvero con madri tragiche e meravigliose
Cinema

5 film belli davvero con madri tragiche e meravigliose

In occasione della Festa della mamma, proponiamo 5 film da vedere. In testa, un altro lavoro memorabile di Bong Joon-ho, il regista di Parasite

Per la Festa della mamma, propongo cinque film che, qualcuno di più, qualcuno di meno, mi hanno rubato il cuore. Sicuramente tutti e cinque da vedere. Emergono, maestose in tutte le loro debolezze, delle figure di madri da scolpire sulla pietra, personaggi tragici e splendenti.

Ecco la mia top five, in ordine di gradimento.

Madre di Bong Joon-ho (Corea del Sud, 2009)

Dal regista sudcoreano premio Oscar di Parasite, un altro film memorabile, scuro e viscerale. Una perla di basalto. Madre è antecedente a Parasite, era stato presentato nel 2009 nella categoria Un certain regard del Festival di Cannes.
Basta la scena iniziale, ipnotica, per innamorarsi perdutamente del film: un balletto malinconico tragico liberatorio poetico e quasi sensuale (il balletto del Joker di Joaquin Phoenix dopo il primo omicidio deve pagargli pegno?).

Screenshot della scena iniziale di Madre da YouTube

Bong Joon-ho ha detto che il dramma Wendy and Lucy (2008) di Kelly Reichardt ha una delle scene di apertura più belle della storia del cinema. Ecco, con Madre, Bong - che forse un po' si ispira anche alla sequenza della Reichardt - la supera a pie' pari.

L'attrice Kim Hye-ja, conosciuta dal pubblico sudcoreano come figura di madre archetipica di popolari serie televisive, è un faro che illumina e spegne, di luce infinita e buio profondo. È una madre disposta a tutto per il suo unico giovane figlio Do-joon (Won Bin), minorato. Proprio tutto. Forse per cacciare i sensi di colpa. Forse per un amore sconfinato che supera i confini del bene e del male.
Quando Do-joon è accusato di un crimine, lei inizia una cieca battaglia, oltre la paura, la povertà, gli scrupoli e la dignità, perché venga discolpato.

Immagine del film "Pietà" (Foto: Biennale di Venezia)

Pietà di Kim Ki-duk (Corea del Sud, 2012)

Premessa doverosa: ci vuole uno stomaco di ferro per reggere tutta la violenza manifesta di questo film. Per chi sa reggerla, però, la ricompensa è alta. Del resto, chi conosce l'audacia senza filtri di Kim Ki-duk (un altro regista sudcoreano) sa immaginarlo.

Pietà è un film che entra dentro per rimanerci: meritatissimo Leone d'oro a Venezia, è una storia di amore e vendetta. Con colpo di scena, of course.
Spietatezza si mescola al sentimento primordiale della vendetta come a quello, altrettanto atavico, dell'amore filiale e materno, un legame così insolubile, quello tra madre e figlio, che dà forza ma anche - soprattutto se manipolato - vulnerabilità.

Nella vita di Kang-do (Lee Jung-jin), ragazzone che storpia la gente per conto di usurai, con fermezza e mezzi atroci, entra all'improvviso una strana donna (Cho Min-soo). Dice di essere la madre che lo aveva abbandonato da piccolo. Lui stenta a crederlo ma… anche nei personaggi più crudeli quel cordone ombelicale ancestrale non si spezza. Di fronte al calore materno, come recita il film, «cosa sono il denaro, la vita, la morte?».

Immagine del film "Tre Manifesti a Ebbing, Missouri" (Foto: 20th Century Fox)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (Usa, Regno Unito, 2017)

Frances McDormand è la mamma furiosa di un film provocatorio e divertente dove la rabbia genera una carambola di rabbia deflagrante. È lei Mildred Hayes, madre divorziata con un figlio a carico che vuole andare a fondo sulla morte della figlia, uccisa e violentata pochi mesi prima. Non si arrende e spolpa le calcagna di chi vuole fermarla, eroina e antieroina alla ricerca di verità e giustizia. Una cowgirl con camminata alla John Wayne, che mai indietreggia.

Commedia nera e profonda, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una storia esplosiva, corrosiva, spassosa, piena di colpi bassi. Un mix rock di umorismo, violenza e umanità ferite.

Immagine del film "Mommy" (Foto: Good Films)

Mommy di Xavier Dolan (Canada, 2014)

Xavier Dolan, talento cristallino canadese, da figlio tormentato ha sviscerato più volte il complesso legame tra madre e figlio, nelle sue svolte più perniciose e drammatiche. Il suo film d'esordio nel 2009? J'ai tué ma mère: "Ho ucciso mia madre".

Con Mommy, attraverso inquadrature che vibrano, rappresenta un rapporto madre-figlio viscerale, doloroso, violento, dolcissimo.
Anne Dorval è "mommy", mamma Diane, una bella donna vedova che porta i suoi 50 anni con irruenza e passione. Suo figlio (Antoine-Olivier Pilon) soffre di sindrome da deficit di attenzione. È fuoco, urla, amore, botte. Diane è ruvida ma, a modo suo, ricolma di affetto.

Immagine del film "Room" (Foto: Universal Pictures)

Room di Lenny Abrahamson (Irlanda, Canada, Regno Unito, Usa, 2015)

Una mostro, una ragazza e il suo bambino. Dentro «Stanza», un vano isolato e blindato di 3 metri per 3, ci sono Armadio, Lavandino, Lucernaio, Specchio. Sono gli amici silenziosi che preservano l'innocenza di un bimbetto di cinque anni (lo straordinario Jacob Tremblay), che l'amore coraggioso della madre ha isolato dall'orrore. La interpreta Brie Larson, attrice statunitense che per Room ha ricevuto le prime nomination e subito si è portata a casa Oscar e Golden Globe.

Il regista irlandese Lenny Abrahamson, che già si era fatto notare con la commedia anticonformista Frank, ispirandosi al romanzo di Emma Donoghue maneggia particolari durissimi con sensibilità e tatto imprevedibili.
Room è un'ode all'amore forte tra genitori e figli, che sa andare oltre la mostruosità e l'orrore.

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