L'album del giorno: Kraftwerk, Autobahn
L'album del giorno: Kraftwerk, Autobahn
Musica

L'album del giorno: Kraftwerk, Autobahn

Il disco, che ha segnato nel 1974 uno spartiacque nella cultura pop, è dominato dall'innovativa title track di 22 minuti, che celebra, attraverso suoni concreti, l'unione tra uomo e macchina

Nella musica popolare del Novecento sono stati quasi sempre gli artisti black a tracciare le nuove tendenze, dal jazz al soul, passando per il blues e l'hip hop. Una delle poche eccezioni è rappresentata dalla musica elettronica, della quale gli indiscussi padrini sono, da cinquant'anni, i tedeschi Kraftwerk, che ieri hanno pianto la scomparsa del cofondatore Florian Schneider, morto a 73 anni. Impossibile immaginare la dance e la techno, la new wave e l'hip hop, che ascoltiamo oggi, senza l'apporto dei quattro robotici musicisti, il cui nucleo originale era formato nel 1970 dal flautista Florian Schneider e dal pianista Ralf Hutter, entrambi allievi di Stockhausen. Celebre la definizione di Derrick May, uno dei maestri della techno: «La techno sono George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore».

I Kraftwerk hanno brevettato per primi alcuni pad di ritmi sintetici e sono stati i precursori nell'utilizzare la batteria elettronica in ambito pop. Prima dell'avvento dei personal computer, dei sintetizzatori e dei campionatori, la band tedesca ha rivoluzionato il concetto stesso di produzione musicale, in modo tale non era più necessario utilizzare gli strumenti tradizionali, né saper leggere lo spartito. Illuminante il giudizio che il noto critico musicale Lester Bangs ha dato della band tedesca sulla rivista Creem: «Nella musica dei Kraftwerk le macchine non si limitano a soggiogare e a interpretare gli esseri umani, ma li assorbono, finché scienziato e tecnologia, avendo sviluppato un grado più elevato di consapevolezza, divengono una cosa sola». Nella musica dei Kraftwerk sono numerosi i riferimenti al nostro Futurismo, a partire dal loro maggiore successo, l'ipnotica Autobahn (Autostrada) del 1974, un brano della durata di oltre venti minuti che dà anche il nome al leggendario album del 1974. In esso ritroviamo il culto della velocità e della macchina, teorizzato per primo da Filippo Tommaso Marinetti, oltre ai rumori concreti di autovetture.

Indimenticabile la copertina originale dell'album, disegnata dal pittore Emil Schult, che collaborerà anche nel testo della title-track, semplice quanto evocativa: un'autostrada tedesca che si snoda su due vallate, percorsa da un Maggiolino bianco e da una Mercedes SE 280 nera su carreggiate opposte. Il lato A del 33 giri è occupato interamente dalla title track, costruita sopra un ipnotico ritmo in 4/4 e con strati sonori realizzati con i sintetizzatori, in cui si inseriscono il suono del flauto di Schneider, le percussioni di Wofgang Flür e la chitarra ed il violino di Klaus Roeder. Mentre il refrain di una canzone pop è normalmente il momento di maggiore pathos, in cui sia la voce che gli strumenti sono caricati al massimo, il ritornello di Autobahn è cantato volutamente da Hutter con teutonico distacco, in modo salmodiante, come se celebrasse una liturgia laica: «Wir fahren fahren fahren auf der Autobahn», con quel "fahren fahren fahren" che suona come uno giocoso omaggio ai Beach Boys di Fun, Fun, Fun.


Kraftwerk - Autobahn (live) [HD] www.youtube.com


Il testo della canzone è futurista e ironico al tempo stesso: «Davanti a noi si distende una vallata larga/ il sole brilla con raggi sfavillanti.../ la strada è un nastro grigio con strisce bianche e bordo verde/ ora accendiamo la radio/ dall'altoparlante escono i suoni». Un viaggio sonoro quasi ipnotico, intervallato dall'effetto Doppler delle automobili che sfrecciano, dai clacson nervosi, dal suono dei tergicristalli, dell'acqua sull'asfalto e dai sobbalzi della pavimentazione autostradale. Gli ultimi minuti hanno un ritmo e un'andatura più lenta, trasmettendo la piacevole sensazione che si prova quando si è ormai vicini alla meta di destinazione, dopo tanti chilometri percorsi in autostrada. Fu fondamentale, per la riuscita del brano, il contributo di Conrad Plank, ingegnere del suono e co-produttore di Autobahn, che aiutò il duo a dare forma a quel sound caratteristico che poi diventerà il loro marchio di fabbrica. Le quattro tracce del lato B richiamano maggiormente il sound dei precedenti album dei Kraftwerk, un electropop cosmico e astratto, con qualche venatura ambient. Kometenmelodie si divide in due parti: la prima è eterea e meditativa, la seconda più coinvolgente e ballabile. Mitternacht (mezzanotte), che ha una intro vagamente pinkfloydiana, descrive con cupo minimalismo i mutamenti quasi impercettibili della notte, mentre la più distesa Morgenspaziergang (passeggiata mattutina) chiude l'album con un'atmosfera bucolica in cui, nel mare magnum dei sintetizzatori, emergono il canto degli uccelli e il suono rassicurante di flauto, chitarra acustica e pianoforte per evocare il piacere di una camminata nella natura alle prime luci dell'alba. Autobahn è stato un album seminale, che ha indicato la via alla trilogia berlinese di Bowie come all'electropop dolceamaro dei Pet Shop Boys e dei Depeche Mode, alle sperimentazioni ambient di Brian Eno fino al french touch dei Daft Punk. Un'autostrada che ha portato la musica tedesca al centro del mondo.
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