Biagio Antonacci Federica Pellegrini
Biagio Antonacci Federica Pellegrini
Musica

Biagio Antonacci: «Sono un cantautografo»

La passione per la fotografia e lo shooting con Federica Pellegrini che poi si è trasformato in videoclip. Il mondo della musica che cambia e la gavetta che non c’è più. Il cantautore racconta la sua vita a Panorama: «Siamo nell’era digitale, ma io mi sento ancora molto analogico».

Lavora sulle emozioni Biagio Antonacci, le emozioni del suono, di una bella canzone, ma anche quelle nate da un clic che imprime le immagini su una memoria. Musica e fotografia: due modi di fare arte, di raccontare sé stessi e gli altri. Negli scatti, come nei brani, ognuno vede e sente quello che vuole, secondo il proprio istinto e la propria sensibilità. Il videoclip della sua ultima hit, Seria, è proprio l’incontro tra le sue due passioni con una testimonial speciale: Federica Pellegrini.

«Si è fidata ciecamente di me come fotografo e autore. Non la conoscevo, se non per le sue prestazioni sportive eroiche. Dopo averle mandato un messaggio le ho telefonato e ho svelato la mia proposta procedendo per gradi: “Sai mi piacerebbe farti qualche foto, portati qualche abito carino, poi magari facciamo un servizio sul backstage e se proprio viene tutto bene, anche un videoclip. E così è andata» racconta il cantautore. «Federica è una donna solare, molto predisposta a stare bene. Abbiamo lavorato divertendoci in piena libertà e alla fine ci siamo concessi uno spritz».

Viene dalla periferia cementificata di Rozzano (Milano), Biagio, un artista che non ha saltato nessuno degli step della gavetta, quella che si faceva una volta nei locali e nei pub per una manciata di lire. «Al momento di prestare servizio militare feci domanda per entrare nei carabinieri. Mi mandarono nella stazione di Garlasco, in provincia di Pavia, dove abita Ron di cui ero un grande fan. Convinto della forza inesorabile del destino, cercai in tutti i modi di fargli avere le cassette con i miei primi brani. Mi presentai anche da sua mamma con un mazzo di fiori e un nastro di canzoni appena scritte. Fino a quando, durante un giro di pattuglia, il brigadiere che era in auto con me disse: «Quella è la macchina di Ron, se vuoi lo fermiamo». E così fu: «Buongiorno signor Cellamare (il cognome vero di Ron, ndr), sono un cantautore e ci terrei a farle ascoltare qualche mio brano».

Nacque un’amicizia e mi presentai nelle nuove proposte di Sanremo con un pezzo scritto da lui. Venni eliminato, ma fu il primo decisivo passo nel mondo della musica» ricorda. «Non tutti sanno che fino al grande successo di Liberatemi nel 1992, continuavo a fare il geometra. Al mattino aprivo il cantiere alle sette e alla sera mi esibivo in formato chitarra-bar alla Budineria di Milano, in un club a Brera e poi a Pavia. Tornavo a casa alle tre di notte e alle sette ero di nuovo davanti al cantiere. Il termine sacrificio è oggi una parola antica, da boomer, ma io in quel periodo sono cresciuto tanto. Oggi le carriere sono diverse, più che altro c’è il fortissimo rischio che il sogno duri poco, e al primo insuccesso si molla. Ai miei tempi per i cantautori i riconoscimenti arrivavano dopo almeno tre album e una fila di delusioni alle spalle. Il bello era che quando una casa discografica investiva su un giovane lo faceva per almeno cinque o sei anni».

Un altro mondo rispetto al mercato musicale contemporaneo costruito sul concetto di singolo o la va o la spacca: «Se funzionano tre canzoni in streaming, poi si fa un album fatto da una compilation dei successi precedenti. Non mi è poi tanto chiaro che cosa significhi avere successo in questo tempo. Uscire di casa per comprare un disco è una cosa, fare un clic veloce che poi vale per la classifica, è un’altra. Ma così funziona oggi...» sottolinea prima di una riflessione sul senso di un mestiere, il suo, che dà e sottrae tanto. «Della musica come della persona che si ama di più al mondo ci si può disinnamorare. A tratti… Ci sono stati momenti in cui ho cercato di allontanarmi da questo lavoro perché mi sembrava tutto molto meccanico, quasi una routine. Il disco nuovo, il tour e poi ancora tutto da capo... Il successo ti vizia, ti coccola, ti fa diventare ciò che non sei. Per certi versi la fama addormenta, ti lascia vivere in una presunta zona di comfort fino a quando un giorno ti svegli e sei diventato un ex uomo di successo».

Da qualche anno ha scelto di vivere in campagna, a pochi chilometri da Cesena. Produce olio di alta qualità e si bea del contatto quotidiano con la natura e le stagioni: «La prima reazione dei miei figli fu “papà ma qui c’è puzza di merda”. Un giorno, fu la mia risposta, questo odore, che non è puzza, vi inebrierà. Oggi mi danno ragione» rivela.

«Oltre la fama c’è bisogno di tempo libero, di esplorare altre zone della vita. Serve ed è utile persino la noia: durante la prima fase del Covid ero a Bologna e mi sono annoiato. Non ho scritto canzoni perché vedevo il mondo infelice intorno a me che si doveva adattare a quella prigionia. Ma nella noia ho fatto un po’ di pulizia, in senso materiale e mentale. Così, ho sostituito le corde delle mie vecchie chitarre, ho sgombrato armadi, cantine, cosa che non facevo da almeno 25 anni. Lo spazio chiede di essere liberato, ma il pensiero, spesso, blocca l’azione. Perché per fare c’è sempre l’alibi del domani, ma il domani non esiste, conta solo il presente, l’attimo che si vive» racconta.

Tanti sono i colleghi nel mondo delle sette note, pochi gli amici. Per lui, il rapporto umano che davvero conta è quello con Laura Pausini: «Da piccola era una mia fan, poi ho scritto per lei delle canzoni che hanno fatto il giro del mondo. Quando ha vinto Sanremo con La Solitudine io ero sullo stesso palco con Non so più a chi credere. Ma il mio primo ricordo è di lei giovanissima in un locale di Bologna, da “Napoleone”, dove faceva piano bar con il padre. Indimenticabile… Un altro grande amico è Eros Ramazzotti perché ha il mio stesso Dna. Siamo ragazzi con una struttura analogica che viene dalla strada, dal cemento della periferia. E questo ci unisce». n

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