Icantanti Blanco e Mahmood
Bogdan - Chilldays Plakov
Icantanti Blanco e Mahmood
Musica

Perché non si canta più da soli?

Sono la nuova tendenza: c’è chi li chiama «Special guest» oppure «Featuring» che in inglese suonano bene. In realtà sono duetti. Da Blanco e Mahmood, neo vincitori di Sanremo, passando per Ed Sheeran e Taylor Swift, oggi li fanno tutti. Non tanto per la gloria artistica, ma per marketing: unire le forze moltiplica i clic, gli ascolti su Spotify e gli incassi.

Più si è, meglio è. In estrema sintesi è questo il claim vincente della musica contemporanea. Special guest, featuring e duetti sono le tre parole chiave di una tendenza che ha di fatto abolito l’idea che un album sia un evento artistico esclusivo del cantante che sulla copertina di quel disco ci mette la faccia. Nella musica italiana come in quella internazionale, e senza nessuna distinzione di genere, emerge un’inarrestabile voglia di gioco di squadra, di contaminazione. E così un duetto non se lo nega nessuno, nemmeno Ed Sheeran e Taylor Swift, che di recente hanno unito le voci nel singolo The Joker and The Queen.

Per non parlare di Elton John che alla vigilia dell’ultimo tour della sua carriera ha addirittura pubblicato un album con sedici duetti registrato via Zoom nei mesi del lockdown, o dei Coldplay con Selena Gomez in Let Somebody Go.

O, ancora, Bruno Mars e Anderson Paak con una nomination nella categoria «incisione dell’anno» ai Grammy 2022 per il brano Leave the Door Open. E in Italia? Taxi Driver di Rkomi, al secondo posto nella classifica italiana degli album, a 42 settimane dalla pubblicazione, vede il rapper milanese collaborare con Tommaso Paradiso, Gazzelle, Irama, Sfera Ebbasta, Elodie, Dargen D’Amico, Calibro 35 e molti altri ancora.

Unirsi funziona alla grande, come dimostrano chiaramente i vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo, Mahmood e Blanco, che con Brividi hanno già conquistato due dischi di platino e battuto ogni record precedente su Spotify con 3 milioni e 384 mila clic nelle prime 24 ore di streaming. Sono al primo posto nella programmazione radiofonica italiana e al quindicesimo nella Billboard Global 200, la classifica dei brani più ascoltati e acquistati al mondo. Una prova inequivocabile di come la Generazione Z abbia completamente ridisegnato la fruizione dei brani in gara all’Ariston.

E non solo in chiave nazionale. L’anno scorso i Måneskin, dopo il trionfo sanremese con Zitti e buoni, hanno conquistato il primo posto nelle classifiche streaming di 32 Paesi in meno di un giorno. Un boom sensazionale che nel giro di pochi mesi li ha portati a duettare con l’iguana del rock, Iggy Pop, nel brano I Wanna Be Your Slave.

Erano eventi unici e straordinari gli incontri tra megastar in sala d’incisione, basti pensare all’impatto dell’unione tra i Queen e David Bowie in Under Pressure (1981) o tra gli Aerosmith e i Run DMC in Walk This Way (1986), il brano che ha spalancato le porte della White America all’hip hop. Oggi, unire le forze in una canzone o in un disco, oltre a essere abbastanza scontato, non è ovviamente un mero fatto artistico: nell’era della musica liquida mettere insieme due brand è un moltiplicatore di clic, significa rivolgersi con la stessa canzone e due fan base diverse, ovvero alla platea sterminata dei follower sui vari social. Si chiama marketing e funziona benissimo.

A coronare definitivamente il trend della musica «all together» sono poi arrivati i 15 minuti dell’Half Time Show del Superbowl 2022, che nel nome dello show e dell’audience hanno messo insieme i giganti dell’hip hop. Da Eminem a Kendrick Lamar, da Mary J Blige, Snoop Dogg, 50 Cent a Dr. Dre. La celebrazione di un modo di fare musica e di stare sul palco, la consacrazione del rap come genere definitivo di riferimento per i Millennial.

Al proliferare degli artisti che si uniscono nei brani corrisponde poi un’altra singolare tendenza, quella della moltiplicazione degli autori delle canzoni stesse. Lucio Dalla aveva sbancato le classifiche con il disco omonimo del 1979 scrivendo da solo musica e testi di capolavori come L’anno che verrà o Anna e Marco, Lucio Battisti e Mogol si erano divisi rigorosamente musica e parole in una decina di album epocali dove era chiarissimo chi faceva cosa. Ecco, oggi non funziona più così. Dietro una hit da classifica ci sono sempre più spesso quattro o cinque autori delle musiche e almeno un paio di addetti ai testi. Come se le canzoni fossero piccoli Frankestein dove ognuno aggiunge una tessera del puzzle e si prende una fettina dei diritti d’autore.

Come dicevamo all’inizio, più si è meglio è... Anche sul palco: come faranno Francesco De Gregori e Antonelli Venditti, protagonisti di un concerto a due il 18 giugno all’Olimpico di Roma. La chiusura del cerchio di due carriere iniziate cinquant’anni fa, nel 1972, allo «Studio 38» dell’Apollo di Roma, quando incisero un album insieme come duo, ribattezzandosi Theorius Campus.

Non erano famosi e cantarono separatamente le loro canzoni che ancora non erano celebri. Non sarà così all’Olimpico, dove le versioni di Generale e Roma Capoccia a due voci risuoneranno ben oltre le mura dello stadio.

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