Cinquant'anni fa iniziava l'era del progressive rock italiano
Cinquant'anni fa iniziava l'era del progressive rock italiano
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Cinquant'anni fa iniziava l'era del progressive rock italiano

Italian Prog Rewind celebra gli album storici del genere con una collana di versioni speciali ed inedite in vinile. E Gianni Nocenzi, uno dei fondatori del Banco Del Mutuo Soccorso, racconta quegli anni d'oro con un testo esclusivo per Panorama

È una storia importante quella del progressive rock italiano, una storia iniziata 50 anni fa con album leggendari della PFM del Banco, degli Area, ma anche di decine di altre band che sono parte integrante di un percorso musicale che non è mai passato di moda, che ha estimatori e fan in ogni parte del mondo. Canzoni complesse, suite lunghissime, raffinatezze tecniche ed una creatività al servizio di una musica lontana anni luce dal concept di brano radiofonico. Questo è stato ed è il Progressive.

Italian Prog Rewind, la collana lanciata da Sony, propone le maggiori opere degli artisti che hanno scritto la storia del genere in versioni rimasterizzate, speciali ed inedite in vinile colorati e splatter. Nei mesi di novembre e dicembre la collana celebrerà il catalogo dell'etichetta d’avanguardia Cramps, fondata da Gianni Sassi, che annovera nel suo cast artistico gli Area, Demetrio Stratos, Arti e Mestieri, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, John Cage e tanti altri.

Da segnalare anche che il 23 settembre uscirà Orlando: le forme dell'amore il nuovo album del Banco del Mutuo Soccorso.

- Qui di seguito, il testo che ha scritto per Panorama Gianni Nocenzi, fondatore insieme al fratello Vittorio, del Banco Del Mutuo Soccorso. Un racconto ed una riflessione su quel fiume in piena che è stato il Progressive Rock made in Italy.

Quella del Prog, come fenomeno musicale e non solo, è una vicenda per molti versi misteriosa. È una sorta di fiume carsico che ogni tanto scorre sotterraneo, anche per lunghi periodi, e poi d’improvviso riaffora in superficie reclamando una sua visibilità, pretendendo un nuovo incontro con il suo pubblico che nel frattempo non è più fatto solo dai suoi iniziali fruitori (chi aveva più o meno tra i 15 e I 25 anni nei primissimi anni ’70) ma anche dai loro figli o addirittura nipoti.Questa iniziativa di una major come Sony Music ne è una conferma.

Di sicuro la sua prima manifestazione fu un fiume in piena, una miriade di proposte riconducibili a quel tipo di estetica. Decine di ‘gruppi’ (e questa è sicuramente una delle sue caratteristiche: il “noi” preferito all’”io” di altre forme di espressione come I cantatutori o i cantanti del pop).

Di sicuro, nella cronaca ufficiale, il movimento è un fenomeno prevalentemente Europeo che parte dall’Inghilterra. C’è da dire, però, che era ‘un’aria del tempo’ comune, un tipo di esigenza espressiva diffusa nella quale gli Inglesi avevano una loro predominanza solo grazie ad una già consolidata infrastruttura discografica, promozionale, manageriale, strutturata nel decennio precedente grazie a fenomeni planetari come Beatles, Rolling ed altri, assente nella provincia dell’impero, inesistente in Italia.

Le prime volte che sono stato in Giappone a metà anni Ottanta, rimasi colpito dalla loro profonda conoscenza ed ammirazione per il Prog Italian’, senza nessuna differenziazione gerarchica con quello Inglese. Mi chiedevano dettagli di gruppi di cui io stesso non ero a conoscenza, magari gruppi che per le difficoltà di cui sopra avevano fatto solo un disco o due. Così come quando con il Banco suonammo a Cuba nell’82 al festival di Varadero, fu come incontrare un pubblico che ci voleva bene da molto tempo e per il quale avevamo già suonato molte volte. Fummo gentilmente costretti a replicare i concerti all’Avana nel suo teatro principale (I nostri passaporti erano stati amabilmente trattenuti per questo scopo dalle autorità). Così come, incontrando a Londra Peter Gabriel (eravamo al tempo nella stessa casa discografica, la Virgin Records) mi disse: “Gianni siamo molto grati all’Italia, quando venimmo per il primo tour con i Genesis, il Banco era già un headliner e abbiamo fatto successo prima da voi che in Inghilterra”. Insomma il solito ‘minority complex’ e provincialismo Italiano che ha fatto, e continua a fare, tanti danni (non solo nella musica).

Io ovviamente non posso parlare a nome di una generazione di musicisti. Queste sono solo mie personalissime opinioni, frutto della mia esperienza con il Banco del Mutuo Soccorso, che mi permetto di esprimere a distanza di sicurezza da qualsiasi nostalgia e senza dare nessun giudizio di valore (ormai sono 50 anni dalla pubblicazione del Salvadanaio e di Darwin!).

Quello che penso è che l’andamento rapsodico della diffusione del Prog è in parte dovuto al fatto di non essere mai stato commestibile per i media principali come la televisione e le cosiddette radio commerciali, loro stessi in parte in difficoltà, ora, con le nuove forme di comunicazione.

Ciò grazie anche a caratteristiche formali e strutturali di quel tipo di linguaggio.

Quando iniziammo, quello che facevamo era frutto di una grossa voglia di discontinuità riguardo schemi ereditati che ci sembravano usurati nelle arti e quindi anche nella musica. C’era voglia di infrangere certe regole, certi schematismi. Ecco il recupero di stilemi da linguaggi altri dal rock come la musica classica, il jazz, la musica etnica, fino ad allora considerati incompatibili, chiusi in compartimenti stagni, ognuno con i suoi fedeli fuitori. Ecco, dal punto di vista formale, l’esplosione della forma canzone in stesure di lungo respiro (allora venivano definite Suites), spesso con tecniche mutuate dalla cosiddetta classica come il ritorno dei temi all’interno di una stessa lunga composizione, con gli arrangiamenti che assumevano il respiro di vere e proprie orchestrazioni grazie anche a formazioni che permettevano linee compositive complesse, andando oltre il classico trio o quartetto rock basato principalmente sulle chitarre elettriche (il suono del Banco era, ad es., caratterizzato da doppia tastiera di cui una addirittura un pianoforte acustico, estraneo alla tradizione anglo-americana del rock). E poi i testi: in Italiano, ad occuparsi di cose che non fossero solo le pene d’amore di un individuo, ma il disagio, la rabbia, di una generazione disorientata e vogliosa di affermare nuovi paradigmi non solo estetici ma anche relazionali. L’album ‘concept’ e le cover come prolungamento simbolico del suono e dei testi di un lavoro, non solo involucro marketing.

Il ‘Noi’ che diventa rito collettivo nei grandi raduni coinvolgendo musicisti e spettatori, spesso anagraficamente coetanei, alla scoperta di nuove modalità di aggregazione e fruizione della musica. Come sottotesto il tema del viaggio / l’autostop e il sacco a pelo per raggiungere il luogo del concerto / in ventimila su un prato (bagnato o polveroso e riarso dal sole è una faccenda secondaria, tale la voglia di stare insieme e ri-conoscersi ascoltando la propria musica) / si suona con l’anima tra i denti perchè senti che stai suonando per un’idea, per una generazione, per un momento storico di cambiamento e di svolta.

Infine le tecnicalità per chi è interessato: i ‘tempi dispari’, l’elettronica (analogica) allora nascente, e, grazie ai suoi primi strumenti, la ricerca di timbri e colori inauditi per poter meglio esprimere la voglia di discontinuità a cui accennavo, alla ricerca di ‘nuovi’ scenari possibili anche in musica.

Onestamente credo che questi siano, però, aspetti secondari. Come l’ho vissuto e lo vivo io, il Prog è un’approccio al fare musica che ha a che fare con la ricerca, con il ‘rischio’, contro il pensiero unico. Spero che nel suo riaffiorare il fiume porti sempre con se tutte le esperienze vissute nel suo percorso underground, continuando a cambiare e non cedendo mai al pericolo di diventare una nuova ‘accademia’.

Gianni Nocenzi


Gianni Nocenzi

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