Carlos Solito

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Il mare che crea, muta, plasma, divora e consuma le frontiere del definito, della terraferma. Quando il vento soffia implacabile, ribelle, i profili s’increspano e le onde volano per vomitare tutte le furie su isole, scogli, picchi. Martella il Mediterraneo, ruba tasselli di roccia da falesie e vertigini per poi masticarli, ammansirli, sbriciolarli e regalarli come sabbia impalpabile ad arenili e calette dal fascino primigenio. Ridisegnare la geografia, sempre, da sempre. Quando le raffiche cessano e i muri si abbassano a riempire le orecchie non ci sono più urla e ruggiti.

Solo silenzi arcaici interrotti dalle voci del giorno e della notte: baci d’acqua sulla battigia, carezze di bianca schiuma, vesti cristalline che lasciano intuire i tesori, i luoghi pieni di silenzi, di mistero, di mito.

Non ci è dato sapere chi e quando per la prima volta solcò il Mediterraneo per percorrere una rotta, una strada, una via verso un altrove. Sicuramente, noi stessi ne siamo il frutto, il Mediterraneo è un’immensa fabbrica di popoli che, prima politeisti e poi monoteisti, hanno solcato questo immenso mare tra le terre dando vita a un meltinpot straordinario.

Dall’Europa all’Africa, fino all’Asia, le sue coste sono una vera e propria alchimia di geografia e storia sulle quali sono nate civiltà le cui vestigia, anche e soprattutto di pensiero, resistono, si rinnovano, fecondano il futuro. Qui più che altrove il tempo ha conosciuto la costante convivenza tra le diversità, tra gli antipodi.

Solcarono il blu fenici, egizi, greci, persiani, etruschi, romani, cartaginesi, arabi, catalani accostando, incastrando, intrecciando, e a volte sovrapponendo, i tasselli dell’enorme puzzle di un patrimonio culturale unico in tutto il mondo. Allora come oggi, quello che è stato definito un continente acqueo, ha una rete infinita di strade del mare la cui geografia liquida non è mai cambiata.

Allora come oggi, chiunque naviga nel Mediterraneus, osserva e vive gli stessi orizzonti e le stesse traiettorie degli antichi naviganti percorrendo le cosiddette Autostrade del Mare. Note con la sigla di RAM (www.ramspa.it) questa rete, operativa da millenni, è stata ufficializzata in Italia nel 2004 per supportare lo sviluppo del progetto europeo delle reti trans-europee Ten-T.

Costantemente incentivata alla tradizionale rotta su gomma, la quale verte in un cattivo stato di salute, RAM ha tra gli obbiettivi principi la diffusione – forte d’innovazione e nuove tecnologie - dei trasporti marittimi le cui ricadute sono riassumibili in quelli che potrebbero essere definiti dei veri e propri claim.

Ovvero: meno traffico sulla viabilità stradale, abbattimento delle emissioni nocive prodotte dallo stesso, riduzione del rischio d’incidenti, abbattimento dei consumi energetici per la locuzione dei mezzi pesanti. Nel nostro paese proprio i TIR, con un incentivo Ecobonus introdotto nel 2007, sono stati sottratti alle rotte su gomma con una media annua di 500mila mezzi “dirottandoli” su 35 itinerari marini che collegano porti italiani e altri europei.

L’ecosostenibilità made in RAM, inoltre, si avvale dell’incentivo Ferrobonus (per il trasporto su rotaia) e dell’importantissimo Ecomos che fa scendere in campo - attraverso un finanziamento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – una task force Fincantieri e diversi istituti di ricerca italiani (Cnr, Rina, Catena, Inca) per studiare e realizzare tecnologie avanzate che riducano al massimo le emissioni inquinanti delle navi.

Sono a bordo di una nave della Grimaldi Lines, direzione Valencia, direzione occidente. Sono salpato da Salerno da qualche minuto e penso a questa best practice italiana, penso al Mare Nostrum di Fernand Braudel che lo definiva “non una frontiera, ma un luogo di scambio”. Ho negli occhi il castello Arechi sul monte calcareo e sotto i palazzi gentili e il giardino alberato del lungomare Trieste che arriva al porto turistico di Masuccio con il monumento al Marinaio.

Mi vengono in mente i versi del poeta Alfonso Gatto:“Salerno, rima d'inverno, o dolcissimo inverno. Salerno, rima d'eterno.” Più in là, seguo con gli occhi il profilo della città, spicca il campanile del Duomo romanico di San Pantaleone, dedicato a Santa Maria degli Angeli e all’Apostolo Matteo, patrono della città.

Forme normanno-arabe sfilano nei suoi 52 metri d’altezza. A concepire i robusti cubi sovrapposti, bacati da bifore e dominati da un tiburio a cupola, una mano dalle sapienze di altre latitudini, qualcuno venuto dall’Oriente secoli e secoli fa via mare.

Mentre la nave prende il largo solo iodio e silenzio, solo onde ambasciatrici di storie, dèi, culti e soprattutto di echi omerici e virgiliani. Sono nei luoghi di Ulisse ed Enea, sono su un luogo mitico o, meglio, viaggio su un’autostrada del Mare Nostrum.

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