Terry Marocco

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Per un anno Francesco Cabras, fotografo e regista, uno tra i pochi che riuscì a incontrare nel 1996 il premio Nobel Aung San Suu Kyi quando ancora era agli arresti domiciliari a Yangon, ha fotografato uno degli appuntamenti più misteriosi e trasgressivi della Capitale: la serata Ritual, una sorta di club itinerante, considerato l’evento  di culto nella scena italiana legata al fetish.

 

Un movimento sconosciuto ai più e direttamente legato a quello del Torture Garden di Londra, che ha luogo nella chiesa sconsacrata di St. Matthews. Tra loft privati, castelli e ville ha seguito la serata, da sempre off-limits per i fotografi.

«Fotografare è tassativamente vietato a chiunque, ma spiegando il mio tipo di approccio sono riuscito ad avere il placet per ritrarre quello che avveniva. Non mi interessava documentare in modo voyeuristico o pornografico, non appartenevo al gruppo ma non giudicavo, questo ha fatto sì che ottenessi la loro fiducia, non accade spesso e all’inizio non era automatico nemmeno per me», racconta il fotografo. Seni strizzati dalle funi, donne sculacciate, corpi sdraiati in gabbie, visi nascosti da maschere di latex nero:  il suo lavoro, una testimonianza unica, è ora in mostra a Milano, (BDSM, Tecniche di Consolazione, fino al 22 dicembre presso De Chirico and Udovich Con-Temporary, Via Tortona 19), mentre alcuni scatti sono in esclusiva per **Panorama.

 

«Sono entrato la prima volta tramite Luca De Dominicis, un imprenditore vicino al mondo del cinema e dei videogames. La cosa che mi ha colpito da subito è come le pratiche di bondage e sadomasochismo fossero strettamente connesse a uno scambio continuo di tenerezza e accudimento. Nessuno lì si sente diverso o strano, sono adulti che condividono passioni e pulsioni simili e le esprimono, nonostante le apparenze, senza reale aggressività o violenza, benché le pratiche le comprendano». 

 

A Ritual si arriva tramite un invito e con un dress code assolutamente preciso: « I partecipanti passano mesi a inventare e curare la propria immagine per l’incontro». Non solo i classici abiti in latex, pizzi, in stile burlesque, «ma anche divise militari, maschere antigas, camici medicali, make up cinematografici elaboratissimi e lenti a contatto che stravolgono lo sguardo. Io stesso mi vestivo con un abito lungo nero indiano, una maschera-teschio messicana e un cilindro inglese, un’accozzaglia rimediata da altri viaggi che mi faceva sudare l’anima mentre lavoravo».

 

Cosa succede davvero durante il Ritual? «Ci sono molti ambienti: alcuni solo per ballare musica elettronica. In altre stanze operano i maestri delle corde appendendo e legando vittime occasionali e muse ricorrenti, che cadono in uno stato quasi ipnotico durante le sospensioni. Molta cera bollente versata sui corpi. Uomini al guinzaglio che leccano, invisibili e silenziosi, tacchi di amiche che chiacchierano come se nulla fosse, sedute sui divani.

 

Gioghi di legno e gogne su cui poggiano deretani martoriati dagli o dalle "spankers" in divisa: si susseguono sculacciate e sussurri di rassicurazione.

 

C’è la "dark room" in cui avvengono gli scambi sessuali più espliciti. In angoli bui puoi trovare uomini sdraiati con dominatrici che li sovrastano, pronte ad accarezzarli e a sferrare micidiali calci nei genitali. I Ritual promuovono ogni tipo di sessualità purché consenziente e verso l’alba non è impossibile imbattersi in due o più persone che prendono alla lettera la suddetta missione, ma tutto viene vissuto con naturalezza.

 

C’è chi si ferma a guardare, chi continua a ballare.  E ci sono donne che si stipano in una gabbia, controllate da chi hanno eletto a loro padrone». Cabras racconta di un’atmosfera rilassata e di un pubblico assolutamente trasversale:

 

«Gli habituè o i partecipanti fortuiti sono gente di vario tipo. Ho riconosciuto dietro le maschere noti professionisti del mondo dello spettacolo e dell’editoria così come donne e uomini di ogni contesto sociale ed economico. Questo restituisce un’aria davvero stravagante alle serate, che accolgono estremi di sofisticato sapore internazionale underground insieme al trash nostrano. Da neofita  ho trovato che l’aspetto più sorprendente sia proprio vedere che quel mondo, così spesso descritto a tinte forti, non sia un altro mondo, ma esattamente il nostro. Nel quale puoi trovare tua cugina, il tuo meccanico o un volto televisivo».

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