Rita Fenini

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In programma fino al 23 giugno 2018, rivolta al grande pubblico e alle scuole, la mostra "I Have a dream" si compone di circa 200 immagini (di cui oltre 60 stampate e le altre a monitor) provenienti per la maggior parte dagli Archivi di Stato americani: fra queste, una serie di rare foto a colori degli anni ‘30 e le opere di alcuni dei più grandi fotoreporter statunitensi dell’epoca - Dorothea Lange, Lewis Hine, Arthur Rothstein, Marion Post Wolcott, Jack Delano, Gordon Park - impegnati nella documentazione degli Stati Uniti degli anni ’30 e ’40 per conto del governo americano

Quando


“I Have a dream. La lotta per i diritti civili degli Afroamericani. Dalla segregazione razziale a Martin Luther King” si può visitare dal 31 marzo al 23 giugno 2018 nei seguenti giorni e orari:

Da lunedì a sabato dalle 15:30 alle 19:30 (ultimo ingresso alle 19:00)
Giovedì dalle 15:30 alle 18:00 (ultimo ingresso alle 17:30)
Domenica chiuso

Serata-evento con fotoproiezione commentata dal curatore:
4 aprile dalle 21.00
€ 10,00

Orari di apertura per le scuole:
Al mattino su appuntamento con possibilità di visite guidate e/o fotoproiezioni commentate

Dove

Sede dell'esposizione, la Casa di Vetro, in via Luisa Sanfelice, 3 a Milano

Perchè è interessante

A mezzo secolo dall'assassinio di Martin Luther King - avvenuto il 4 aprile del 1968 - l' esposizione milanese racconta la condizione dei neri nelle campagne e nelle città degli Stati Uniti tra la fine della Guerra Civile Americana e gli anni ‘60 del Novecento, soffermandosi in particolare sugli eventi che portarono al Civil Rights Act del 1964 (che pose fine a ogni forma di discriminazione basata sulla razza, il colore della pelle, la religione, il sesso o le origini in ogni aspetto della vita pubblica) e al successivo Voting Rights Act del 1965 (che restaurò la tutela del diritto di voto a tutti i cittadini americani). 

Curata da Alessandro Luigi Perna, la mostra fa parte del progetto "History & Photography", che ha per obiettivo raccontare la Storia con la Fotografia (e la Storia della Fotografia) valorizzando gli archivi storici fotografici italiani e internazionali, pubblici e privati.

Alle scuole sono proposte visite guidate, foto-proiezioni dal vivo e l’innovativa possibilità offerta ai docenti di utilizzare in classe per fare lezione le immagini della mostra (anche una volta terminata) tramite una semplice connessione web, un link riservato e una password.

Le radici dell'odio razziale

Con l’abolizione della schiavitù (1865), avvenuta alla fine della guerra civile americana, si aprono prospettive nuove per gli afroamericani, che cominciano una migrazione in più ondate verso le città industriali del nord e dell’ovest.

Ma gli afroamericani scoprono presto, a loro spese, che tutta la nazione è impregnata di razzismo nei loro confronti: sono molteplici, infatti, le rivolte contro l’arrivo delle famiglie di colore nei quartieri delle città abitate dai bianchi.

Alla libertà non segue poi l’integrazione razziale ne la parità concreta dei diritti, che rimane di fatto sulla carta. Alla fine dell’800, dopo una serie di sentenze costituzionali, comincia infatti un apartheid che si applica ovunque: nelle scuole, nei cinema, negli ospedali, etc.

Anche la possibilità di esercitare il proprio diritto di voto, soprattutto negli stati del sud, diventa sempre più difficile, ostacolata da un’infinita quantità di impedimenti burocratici concepiti apposta per gli afroamericani. È anche l’epoca d’oro del Ku Klux Klan e dei linciaggi, che negli stati del sud continueranno fino agli anni ’60 del ‘900.

Dopo la seconda guerra mondiale, la lotta per l’integrazione e il diritto di voto effettivo negli Stati Uniti prende nuovo vigore: a fare la differenza è la seconda metà degli anni ’50, quando una serie di sentenze cominciano a demolire il sistema dell’apartheid nelle scuole.

Ma è negli anni ’60, quando si afferma il  movimento per i diritti civili degli afroamericani, non violento (sebbene le continue esplosioni di violenza a sfondo razziale sia da parte dei bianchi che dei neri) e capitanato da Martin Luther King, che finalmente l’obiettivo dell’effettiva parità è a portata di mano.

A favorirne il successo è il supporto dei bianchi progressisti (e delle star del cinema e della musica), il denaro fornito dai sindacati democratici e l’appoggio alla causa antirazzista prima del presidente John Kennedy e poi, dopo il suo omicidio, del suo successore Lyndon B. Johnson.

Con la fine degli anni ’60 finisce l’apartheid e vengono rimossi gli ostacoli al libero esercizio del voto degli afroamericani. Ma i razzisti hanno la loro vendetta: nell’aprile del 1968, infatti, Martin Luther King viene assassinato.

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