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Economia

Tutti pazzi per il welfare in azienda

Ferrero, Luxottica e Siemens all'avanguardia: sempre più imprese mettono i servizi alla persona e alle famiglie negli accordi sindacali

Immaginate una dura trattativa sindacale, di quelle che un tempo si sarebbero decise a notte fonda in stanzette piene di fumo. L’amministratore delegato confabula qualche minuto con il direttore del personale, poi mette sul tavolo l’offerta che sblocca la situazione: un pacchetto annuale di buoni per andare in palestra e un test gratuito per le intolleranze alimentari.

Una scena del genere non s’è ancora vista, ma potrebbe accadere abbastanza presto, visto l’impegno con cui molte aziende stanno cercando di far entrare i servizi alla persona nelle buste paga dei loro dipendenti. Con vantaggi economici e soddisfazione per entrambe le parti, almeno nelle intenzioni.

L’esempio del test per le intolleranze alimentari viene da un programma reale, appena lanciato dalla Ciam, azienda di Petrignano (Perugia) specializzata nella produzione di banconi frigo ad alto contenuto tecnologico, che ha fatto del welfare uno dei suoi tratti distintivi.

Gli altri cavalli di battaglia del suo nuovo pacchetto di servizi sono: l’esame per valutare il rischio di cervicale e l’impedenziometria, un esame che serve a calibrare al meglio una dieta in base alle condizioni del corpo.

«Migliorare la qualità di vita attraverso la prevenzione e l’educazione al benessere» dice l’amministratore delegato Federico Malizia «è uno dei principali obiettivi di quest’anno». Insomma, siamo ormai parecchio al di là degli asili e delle colonie estive con cui Adriano Olivetti sperimentò in Italia i primi servizi ai dipendenti nel dopoguerra.

Fra le grandi aziende italiane Ferrero e Luxottica sono forse quelle che hanno fatto più strada in questo campo. La prima offre un sistema di servizi che spazia dalle attività sportive fino alle agevolazioni per le incombenze della vita quotidiana, dal disbrigo delle pratiche burocratiche alla lavanderia.

La seconda ha un pacchetto storico di welfare che contiene borse di studio, corsi di recupero scolastici per i figli, microcredito e perfino un servizio di sostegno psicologico via telefono nei momenti critici della vita. Entrambe stipulano a favore dei dipendenti un’assicurazione che prevede un contributo economico agli eredi nel caso malaugurato di morte anche per cause non legate al lavoro (un caso verificatosi in Ferrero è stato ripreso su Facebook a giugno scorso, ottenendo una valanga di condivisioni).

Fra i gruppi stranieri presenti in Italia è da segnalare l’attivismo della tedesca Siemens, che punta soprattutto sull’informazione con una serie di corsi: ce ne sono per comprendere il sistema pensionistico, ma anche per scegliere gli stili di vita più salutari e seguire i figli nella navigazione internet.

   Non tutti possono avere la forza e l’esperienza per gestire tutto questo in modo diretto. Da qui la nascita di una nuova figura professionale a cui manager e amministratori delegati i rivolgono per azzeccare il benefit giusto: lo specialista del welfare aziendale.

Il suo mestiere è consigliare e più spesso allestire i servizi per i lavoratori. Fra i primi a capire il nuovo business è stato l'imprenditore Alberto Perfumo che all’inizio degli anni 2000 ha fondato a Vercelli la Eudaimon, divenuta ormai un punto di riferimento per tutto il settore. La sua ultima proposta è il servizio «Wellness coach», un tool scaricabile sullo smartphone che aiuta a controllare lo stato di salute del corpo attraverso vari parametri.

Fra i suoi clienti, anche alcune grandi imprese, dalla multinazionale Furla (che per rispettare le diverse sensibilità culturali ha deciso di variare l’offerta di welfare a seconda dei diversi paesi in cui opera) alla Coop Alleanza 3.0 (Lega delle Cooperative).

Quest’ultima ha messo in campo, sempre all’interno del portale di Eudaimon, l’iniziativa «In bici alla Coop» che offre un kit da ciclista (zainetto, borraccia e altro) e soprattutto un premio in denaro di 30 centesimi a chilometro a chi scelga di andare al lavoro in bicicletta. 

A sostenere una tale proliferazione sono soprattutto due punti di forza: da un lato la flessibilità culturale, che consente al welfare aziendale di intercettare al volo i cambiamenti nei gusti e nelle abitudini delle persone, dall’altra il risparmio che questo consente.

A differenza del denaro contante in busta paga, infatti, il servizio messo a disposizione dal proprio datore di lavoro non viene tassato. Così, se chi dirige un’azienda è bravo a individuare servizi che i suoi lavoratori sceglierebbero anche a pagamento, il risultato è un successo su tutti i fronti: risparmio economico, fidelizzazione dei dipendenti, miglioramento dell’immagine dell’azienda.

Non per niente lo spazio del welfare aziendale cresce anche nei contratti collettivi. In quello dei metalmeccanici del novembre scorso (firmato per la prima volta da diversi anni in modo unitario da tutti e tre i sindacati confederali) un ruolo determinante è stato svolto da un «tridente» di innovazioni: il riconoscimento dell’assistenza sanitaria integrativa gratuita ai dipendenti e alle loro famiglie, il rafforzamento della previdenza complementare e soprattutto il riconoscimento di quote di welfare da concordare a livello delle singole aziende. «Dell’aumento di 92 euro mensili del nuovo contratto» dice il segretario della Fismic Roberto Di Maulo «il 60 per cento arriva da servizi di welfare. Speriamo solo che gli sgravi fiscali proseguano anche nei prossimi anni».

Il potere di acquisto dei lavoratori in anni di retribuzioni stagnanti si difende anche così.

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