Economia

Tre buoni motivi per dire sì al super-matrimonio tra Fca e Hyundai

Poca sovrapposizione geografica, marchi complementari e la possibilità per gli Agnelli di alleggerire la presenza nel settore auto

Guido Fontanelli

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La famiglia Agnelli azionista del più grande gruppo automobilistico del mondo, un miscuglio di Corea del Sud, Stati Uniti e Italia con oltre 10 milioni di auto vendute? Anche se la Hyundai Motor Group smentisce e Fca per ora tace, l’ipotesi di una fusione tra i due gruppi lanciata dal giornale di Hong Kong Asia Times avrebbe senso. Per almeno tre motivi:

1. Con 110 miliardi di euro di fatturato, il gruppo Fca è particolarmente forte nell’America del Nord, dove vende quasi la metà dei 4,7 milioni di veicoli prodotti annualmente e dove realizza, secondo Goldman Sachs, l’80% dei suoi margini. E poi ha una presenza radicata nell’America del Sud e in Europa.

Vende poco, invece, in Asia, dove pefino il tentativo di spingere il marchio Jeep ha avuto poco successo in Cina, il mercato più importante del mondo. La Hyundai Motor Group (73 miliardi di euro di ricavi), come la sua controllata Kia, è al contrario molto forte in Asia, dove piazza circa la metà dei suoi 4,9 milioni di auto vendute (a cui si aggiungono i 3 milioni della Kia).

Solo il 18% della sua produzione va negli Usa e appena il 13% in Europa. Quindi i due gruppi Fca e Hyundai sarebbero perfettamente sovrapponibili per aree geografiche.

2. Unendosi a Fca, il gruppo Sud coreano potrebbe inserire nel suo portafoglio marchi di prestigio che le mancano, come Jeep, Maserati, Alfa Romeo. E accrescere la presenza nel segmento dei pick-up, dove Fca, attraverso il marchio americano Ram, è leader. Mentre Fca potrebbe avvantaggiarsi della maggiore esperienza della Hyundai nel campo delle auto elettriche, ibride e a idrogeno.

3. Anche se l’amministratore delegato uscente Sergio Marchionne ha dimostrato che Fca può benissmo andare avanti da sola, senza più debiti e con margini, negli Usa, ampi quanto quelli della General Motors, la famiglia Agnelli ha un’altra visione: si vuole liberare di Fca perché ha un’incidenza eccessiva nel portafoglio della finanziaria di famiglia Exor.

L’ideale quindi sarebbe individuare un grande gruppo come Volkswagen o Psa o ancora meglio Hyundai Motor Group per diluirsi come importanti azionisti del più grande produttore di auto globale.

Offerta pubblica in vista?

La notizia di un interesse della Hyundai Motor Group verso Fca è stata rilanciata venerdì 29 giugno da Asia Times. Secondo il quotidiano il Ceo di Hyundai, Chung Mong-koo vorrebbe lanciare un'offerta di acquisto sul gruppo. L'offerta, secondo il giornale, verrebbe lanciata nei prossimi mesi, tra quest'estate e prima dell'assemblea degli azionisti Fca a maggio 2019, quando Marchionne, lascerà l'incarico. "La tempistica e il lancio dell'offerta di acquisto di Fiat Chrysler  da parte del ceo di Hyundai Motor Group sono legati al prezzo delle azioni Fca e agli sforzi di Marchionne per tagliare i costi di manodopera e aumentare i margini di profitto in Italia", si legge nell'articolo.

Il ruolo del fondo Elliott

Secondo Asia Times, il driver chiave per la fusione tra Fca e Hyundai Motor Group sarà il boss del fondo americano Elliott Paul Singer, azionista di Hyundai e attivo in Italia con la partecipazione in Telecom Italia e nel Milan di Silvio Berlusconi.

Elliott ha già accumulato una quota pari a un miliardo di dollari nel capitale della Hyundai, mentre il fondo ha indicato come consigliere della Tim Alfredo Altavilla, top manager della Fca e indicato come possibile successore di Marchionne.

Naturalmente, la fusione, pur con i suoi vantaggi sulla carta, non sarebbe facile. In genere l'unione tra case automobilistiche fa molta fatica a funzionare e gli insuccessi sono numerosi (Daimler-Chrysler o Gm-Saab insegnano).

Un buon esempio di collaborazione tra Occidente e Asia viene dall'alleanza Renault-Nissan: forse è questo il modello da seguire, invece di una scalata come ipotizzato da Asia Times.

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