Economia

Tesoretto da 1,6 miliardi: perché bisogna ringraziare Draghi

Nonostante Palazzo Chigi si prenda i meriti per il piccolo extra di bilancio, la verità è che è il frutto delle misure della Bce

Fabrizio Goria

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Era il 2007 quando sui giornali italiani comparve una parola che ancora oggi ci tiene compagnia, che sembra dimenticata ma che puntuale ritorna. È il tesoretto, ovvero quella piccola o grande somma di denaro che non era stata conteggiata dal governo durante le stime di finanza pubblica. A usarla per la prima volta fu Tommaso Padoa-Schioppa e ben presto è diventata prassi. L’ha usata anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi pochi giorni fa, lodando l’operato del suo governo durante la presentazione del Documento di economia e finanza (Def). Dimenticandosi, però, di ricordare che il più grande effetto benefico sul suo tesoretto da 1,6 miliardi di euro è giunto non da Roma, né da Bruxelles. È arrivato da Francoforte, e più precisamente dalla sede della Banca centrale europea. 

Da dove arriva il tesoretto?

Secondo Palazzo Chigi, il Def “disegna un netto cambiamento di marcia nella situazione economica e finanziaria del Paese con il prodotto interno lordo che nel 2015 diventa positivo (+0,7%) dopo tre anni di recessione e imposta una politica economica a supporto di una crescita più sostenuta nel triennio successivo”. Nello specifico, il tesoretto da 1,6 miliardi di euro deriva dalla differenza fra il deficit tendenziale, il 2,5% del Pil, e quello programmatico dell’anno in corso, il 2,6% del Pil. Le stime macroeconomiche del governo sono infatti state riviste al rialzo, in virtù di quello che Palazzo Chigi ha definito “un quadro macro favorevole all’Italia e all’eurozona”.

Ma questo quadro, ricordano in modo unanime gli analisti finanziari, è il frutto delle operazioni della Bce. “Il mutato clima nell’eurozona nasce da quanto messo in campo dalla Bce contro il timore della deflazione”, scrive Berenberg. E non è la sola. “Le azioni della Bce hanno permesso all’euro area di uscire dalle sabbie mobili”, sottolinea J.P. Morgan. Ancora, secondo Nomura “dietro alla scintilla di crescita che sta vivendo l’eurozona ci sono le misure di politica monetaria non convenzionali introdotte dalla Bce”. Non finisce qui, perché secondo Goldman Sachs “il Qe è stato il punto di svolta della zona euro” e secondo HSBC “la Bce con il Qe ha permesso di guadagnare tempo e ritrovare una ripresa economica insperata a fine dell’anno scorso”.

Il Def di Renzi: a cosa credere e a cosa no

Il primo merito della Bce...

Tre sono stati i meccanismi attraverso i quali la Bce ha contribuito a migliorare la percezione intorno all’eurozona e ha favorito il ritorno degli investimenti esteri. Tutto parte dal giugno 2014, quando il presidente della Bce Mario Draghi ha annunciato le operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate (Targeted long-term refinancing operation, o Tltro), per ripristinare i canali di accesso al credito, fornendo agli istituti di credito una via privilegiata per migliorare gli impieghi e superare un credit crunch che sembra sempre più strutturale che passeggero. 

...il secondo...

Poi, è arrivato il programma di acquisto di titoli corporate, quali covered bond, Asset-backed security (Abs) e Residential mortgage-backed security (Rmbs). E tramite di esso si sta tentando di alimentare il processo di disintermediazione fra banche e soggetti privati. Più si aprono canali alternativi al mondo bancario, impegnato nella diminuzione dei Non-performing loan (crediti dubbi, o Npl), più le imprese potranno ottenere finanziamenti per migliorare la propria capacità produttiva e la competitività a livello internazionale. 

Il mutato clima nell’eurozona nasce da quanto messo in campo dalla Bce contro il timore della deflazione Berenberg

...e il terzo

Infine, il Quantitative easing (Qe), ovvero il piano di acquisto di titoli sovrani dei Paesi membri. “Un colpo da maestro”, lo definì la banca elvetica UBS. Ma non solo per l’impatto della misura, circa 1.000 miliardi di euro da qui al settembre 2016. Anche e soprattutto per aver portato gli operatori finanziari esattamente dove la Bce desiderava. Agire sulle aspettative, che erano di un programma da 500 miliardi di euro, è stato il merito più grande di Draghi. Laddove serviva di più, ovvero nel ritorno della fiducia di imprese e famiglie, Francoforte ha agito. Lo dimostrano anche i dati del Purchasing Managers’ Index (Pmi), cioè l’indice composito dell’attività manifatturiera e dei servizi di un Paese o di un’area, che è tornata a essere positiva. E, con esso, anche le stime macroeconomiche dei singoli governi. 

Le azioni della Bce hanno permesso all’euro area di uscire dalle sabbie mobili J.P. Morgan

Effetto cambio

Il nuovo clima indotto dalla Bce ha giovato anche altrove. Come ricorda in merito al cambio euro-dollaro Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, “le svalutazioni da Qe producono comunque effetti non disprezzabili”. Questo perché, tramite le politiche monetarie espansive e non convenzionali, “le banche hanno meno sofferenze, gli investitori si sentono meglio, le casse pubbliche raccolgono più soldi dalle imposte sui profitti aziendali e sui capital gain, i tassi reali scendono e il servizio del debito pubblico diventa meno oneroso per i governi”. Tuttavia, secondo Fugnoli, “tutto questo, benché positivo, appare più una stabilizzazione che il segnale di un’inversione di tendenza”. Vale a dire che il sistema economico resta cristallizzato nelle sue fragilità, senza un significativo passo in avanti verso una sostenibilità futura e duratura. Spiega ancora Fugnoli che “nel lungo e lunghissimo periodo va poi considerato che l’Europa, con demografia stagnante, invecchiamento rapido, welfare pesante e riforme strutturali solo di facciata ricorrerà alla monetizzazione del debito via Qe in modo semipermanente o permanente (come il Giappone), mentre l’America tenderà a ricorrervi solo in caso di crisi”. 

Corsa alla spesa?

E ora, come ogni volta che si parla di tesoretto scovato nei conti pubblici, è già partita la riffa su come spenderlo. C’è chi vorrebbe estendere il bonus di 80 euro agli incipienti, c’è chi desidera aumentare le pensioni minime e infine c’è chi, con proverbiale prudenza da formica, preferisce non spendere alcun centesimo di quella somma. Difficile che i saldi del tesoretto restino invariati, ma è quello che il 29% degli intervistati da La Stampa si attende. Nessuna nuova spesa, meglio mettere il fieno in cascina per affrontare con più tranquillità i tempi più bui. Peccato che, con ogni probabilità, così non sarà. 

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