I 3 temi economici più importanti per il Governo Gentiloni

Lavoro, politica industriale e debito pubblico. Sono questi i nodi chiave su cui il Governo dovrà concentrarsi fino alla scadenza del mandato

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Il Primo ministro italiano Paolo Gentiloni a Trieste - 12 luglio 2017 – Credits: MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

Stefano Cingolani

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La fiducia delle imprese e dei consumatori è tornata ai livelli del 2007, il prodotto lordo e l’occupazione ancora no; anche se lentamente, la nave va, la ripresa c’è, bisogna “rafforzarla e renderla strutturale”, questa la parola d’ordine del governo rilanciata all’unisono da Paolo Gentiolni e Pier Carlo Padoan. Ma che cosa vuol dire in concreto? Siamo entrati già nel tunnel elettorale, la legislatura è agli sgoccioli e in pochi mesi non si può fare molto. Si tratta dunque di concentrarsi su alcune questioni più urgenti. Quali sono le priorità da affrontare di qui al prossimo autunno? Verranno privilegiate le esigenze del paese o quelle dei partiti?

Occupazione

Prima di tutto c’è l’occupazione. È il lato oscuro della congiuntura. A differenza dall’ultimo ciclo di crescita (quello del 2006-2007) il tasso di disoccupazione si riduce lentamente e resta inchiodato all’11%, un livello elevato rispetto agli altri paesi dell’area euro. Anche se la Grecia e la Spagna stanno peggio di noi perché partono da uno zoccolo più alto, i posti di lavoro in quei paesi aumentano a ritmo maggiore.

Il dato ancor più allarmante riguarda gli occupati. Le ultime rilevazioni dell’Istat ci dicono che stanno crescendo i lavorarori dipendenti (+2,1%), anche quelli con contratto a tempo indeterminato. Ma ancora troppo poco per recuperare i posti di lavoro distrutti dalla crisi. Continuano invece a ridursi i lavoratori autonomi (- 4%). È proprio questo il vero punto nero che non trova molto spazio né sui media né nell’agenda politica.

Il governo si concentra sui giovani sia dai 15 ai 24 anni (con un tasso di occupazione di appena il 16,6%) sia dai 25 a 34 (il 60% dei quali lavorano). Certamente rappresentano una emergenza, ma sia il tasso di disoccupazione sia, ancor più, la partecipazione al lavoro, non miglioreranno se non si darà una risposta anche al crollo delle piccolissime imprese delle micro-attività che tradizionalmente hanno rappresentato un volano e un salvagente. Per farlo occorre ridurre le imposte non una tantum, ma una semper.

Padoan sta pensando di riproporre gli sgravi contribuitivi con un tetto a 29 o 32 anni. Le risorse a disposizione sono troppo poche. Non solo: che succede quando la droga pubblica finisce? Di qui la richiesta di un taglio permanente ai contributi sociali: la Confindustria vorrebbe ben 10 miliardi che oggi come oggi non ci sono nel bilancio dello stato. Il vice ministro dell’economia Enrico Morando ha lanciato una proposta intermedia: due anni di superbonus e poi una riduzione dell’aliquota dal 33% attuale al 29%. Ma è come dire: passiamo il cerino acceso al prossimo parlamento e al prossimo governo.

Politica industriale

Strettamente legata alla questione del lavoro è la politica industriale proposta e riproposta dal ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Anche in questo caso, gli incentivi (soprattutto per gli investimenti in macchinari) hanno avuto un impatto positivo, ma quanto a lungo si possono sovvenzionare ancora gli imprenditori privati?

Il ministero è impegnato a gestire ben 162 crisi aziendali che si sono incancrenite nel tempo e coinvolgono 148 mila lavoratori molti dei quali rischiano di restare disoccupati. Spiccano, inoltre, alcune patate particolarmente bollenti a cominciare dall’Ilva. A settembre verrà avviato il negoziato con l’ArcelorMittal, il piano presentato prevede dai 4 ai 6 mila esuberi e i sindacati sono sul piede di guerra. C’è poi il bubbone Alitalia. Non è affatto chiaro se davvero verrà acquistata in blocco come vorrebbero i commissari o a pezzi, come sembra più probabile. Anche qui ci sono in ballo migliaia di posti di lavoro.

Ultime, ma certo non per importanza, partite rilevanti per gli equilibri del potere economico e per il futuro economico del paese. Su tutte, quella che si gioca attorno alla banda larga e al controllo su Telecom esercitato dalla francese Vivendi. Il governo pensa davvero di nazionalizzare la rete? Costerebbe almeno 13 miliardi. E chi paga?

Debito pubblico

Abbiamo lasciato in fondo il male che nemmeno la ripresa ha contribuito ad alleviare: il debito pubblico che continua a crescere inesorabile mese dopo mese. L’ultima rilevazione della Banca d’Italia riguarda giugno e ha fatto segnare un nuovo record: 2.281 miliardi nonostate tassi d’interesse ai minimi e prodotto lordo in ripresa. Negli ultimi anni si è un po’ ridotto il trend e si è passati da un aumento di 80 miliardi di euro circa all’anno a un aumento di circa 40. Però nei primi 6 mesi del 2017 l’incremento è stato di 63 miliardi, 10,5 miliardi al mese.

Secondo Padoan quel che conta è il rapporto debito/pil e questo a fine anno si fermerà al 132,5%. Ma se la statistica può accontentare la Ue, la quantità di titoli da emettere e rinnovare ogni anno non tranquillizza affatto chi li deve acquistare: banche, fondi, singoli risparmiatori.

Grazie al quantitative easing, la Banca centrale europea ha alleggerito le banche italiane: nel 2016 ha acquistato titoli di stato per 210 miliardi e altri 100 sono stimati entro fine anno, ma questo sta creando sempre maggiori conflitti con la Germania preoccupata dal fatto che la Bce comperi meno Bund tedeschi (il debito di Berlino in quantità è superiore a quello italiano ed è detenuto da soggetti esteri per quasi il 60%).

Dunque, nessuno può escludere nuove tensioni soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni italiane e la prospettiva che dalle urne esca un equilibrio politico instabile. Se il governo pensa di tirare avanti con qualche piccolo aggiustamento e un po’ di mance elettorali, rischia di gettare legna sul fuoco alimentando così il rischio Italia. Lo spettro dello spread si riaffaccia dietro l’angolo.

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