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Uber: dove ha perso e dove ha vinto

Ecco la mappa della società che vale 51 miliardi di dollari

Uber

Il quartier generale di Uber

Perdere per vincere. E’ questa, a quanto pare, la strategia con cui Uber intende dominare il mercato del trasporto urbano su quattro ruote. I numeri, innanzitutto. L’azienda nata in California nel 2009, è stata recentemente valutata 51 miliardi di dollari. Nonostante la rapida crescita e l’espansione internazionale - alla data di maggio, Uber era presente in 300 città e 58 Paesi -, secondo i documenti resi noti in questi giorni dal sito americano Gawker e ripresi, fra gli altri, dal Guardian, l’azienda perde milioni di dollari ogni anno. I dati, che coprono il periodo che va dall’inizio del 2012 alla seconda metà del 2014, dimostrano che, mentre il giro d’affari è passato da 1,4 milioni di dollari a 57 milioni in due anni, le perdite sono cresciute da 3,5 a 108,8 milioni di dollari, un andamento più veloce dei ricavi. Ma il margine lordo, a quota 20 milioni di dollari, è comunque positivo. Uber commenta che fa tutto parte del business plan: raccogliere finanziamenti, investire, (auspicabilemente) crescere, fare un profitto e generare un ritorno per gli investitori. Un po’, spiega il quartier generale, come Amazon che ha una capitalizzazione da 250 miliardi di dollari e ha recentemente dichiarato una perdita da 188 milioni.

Quanto alle criticità, ecco quelle con cui Uber deve fare i conti. La California Labor Commission ha deliberato che Barbara Berwick, autista, non doveva essere considerata una libera professionista, ma una dipendente Uber e la società, dunque, è stata condannata a rimborsare oltre quattro mila dollari di spese. Noccioline, se confrontate con la multa da 7,3 milioni di dollari che lo stato in cui il servizio è nato ha comminato all’azienda per non aver fornito sufficienti informazioni su di sé ai regolatori, cosa che potrebbe portare addirittura al bando dalla California. Ma il conto potrebbe essere ancora più salato, perché Berwick ha creato un precedente: gli avvocati di Uber, infatti, erano in tribunale anche la scorsa settimana, a San Francisco, per un’altra causa intentata da autisti che vorrebbero vedere riconosciuti i diritti dei dipendenti, una battaglia che potrebbe tradursi in una class action per i 160mila driver operanti in California. Gli autisti di altri Paesi non stanno a guardare, come sta accadendo nel Regno Unito, dove Uber è già stata portata in tribunale.

Sul fronte delle perdite vanno aggiunte anche quelle derivanti dal bando: perché è proprio nel tentativo di costruire il proprio nome per far crescere il business che Uber deve investire in corse promozionali gratuite a cui si aggiungono i costi per implementare il servizio in una nuova città: uffici, servizi amministrativi, marketing, ricerca e sviluppo. Alla data di aprile, riferiva Business Insider, Uber è stata bandita dal Nevada, da alcune città dell’India, dalla Thailandia e, a certe condizione, anche dall'Italia. Le operazioni sono state sospese in Corea, Spagna e in alcune città degli Stati Uniti, Paesi Bassi e Germania hanno parzialmente bandito il servizio, come pure Bruxelles e due città australiane. Nonostante il bando, però, l’azienda continua a operare a Taiwan, in alcune città dell’India, dell’Australia e Sud Africa.

Quanto alle vittorie, Uber è riuscita a imporsi a New York, una città che, al pari di Londra, conta adesso più auto Uber che taxi. Considerato che l’azienda trattiene il 20% dell’importo della corsa e la maggior parte del suo giro d’affari deriva dalle prime dieci città in cui il marchio ha fatto il proprio ingresso, l'andamento positivo dei conti è legato alla maturazione dei mercati. E questa, per gli investitori, è una buona notizia.    

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