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Cosa succede se Google chiude le news

Il colosso di Mountain View rifiuta le condizioni dettate dalle autorità spagnole e “spegne” il suo aggregatore di notizie. Cosa succederà in Italia?

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Roberto Catania

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Alla fine la corda si è rotta. Dopo mesi di tira e molla, il controverso rapporto fra Google e gli editori sembra essere arrivato al capolinea. La chiusura di Google News in Spagna mette la parola fine a mesi di trattative e tentativi di conciliazione fra il motore di ricerca più importante del Pianeta e i proprietari dell’informazione.

È bastata una nuova legge del parlamento iberico - quella che obbliga qualsiasi soggetto del Web a pagare una royalty agli autori degli articoli citati (e linkati) fuori dai propri confini d'origine - per far saltare il tappo. "La nuova normativa", spiega il responsabile mondiale di Google News, Richard Gingras, "obbliga qualsiasi pubblicazione spagnola ad addebitare una tariffa a Google News per mostrare anche il più piccolo frammento dei loro articolo, a prescindere dal fatto che lo vogliano o meno". Condizioni, prosegue il manager dell'azienda californiana, che rendono insostenibile il servizio, considerato che "Google News non trae alcun beneficio da questa attività".

Le conseguenze per gli utenti
La chiusura di Google News in Spagna eliminerà di fatto tutte le fonti di informazione locali dal servizio che, lo ricordiamo, funge da aggregatore di notizie recenti, alcune delle quali vengono riproposte sottoforma di link anche sulla prima pagina di Google Search. Gli articoli delle testate spagnole spariranno anche dalle versioni internazionali di Google News (ma non dal motore di ricerca generale). Conseguenze “terribili” commenta a caldo l’avvocato Luca Bolognini, Presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati, pur condividendo le motivazioni del gigante californiano.

E sì che fino a qualche tempo fa la strada della conciliazione sembrava possibile. Dopo la stretta di mano in Belgio e in Francia, Paesi nei quali Google ha chiuso le controversie pagando un contributo una tantum nell’ordine di qualche decina di milioni di euro, qualcuno confidava in una fase più distensiva delle relazioni. Ma le vicende degli ultimi mesi, e in particolare il braccio di ferro contro il consorzio che raduna i principali organi di informazione tedeschi (risoltosi, almeno per il momento, a favore di Google), sembrano aver dato a Larry Page e soci la spinta decisiva per affrontare a muso duro le richieste degli editori di tutto il mondo, soprattutto quelle di carattere pecuniario.

Le posizioni sono note da tempo: gli editori contestano a Google la legittimità di un servizio costruito con ritagli (titoli e attacchi) provenienti da siti esterni; la grande G, dal canto suo, rivendica il valore benefico del suo servizio di News che, oltre ad essere gratuito e scevro da ogni contenuto pubblicitario, offre a tutte le testate registrate una fonte supplementare di clic grazie alla sua enorme visibilità.

Cosa succederà in Italia
In un quadro di questo tipo non ci vuole molto a capire chi ha il coltello dalla parte del manico e chi invece rischia di rischia di ferirsi. Mentre il fatturato di Google non dipende (almeno direttamente) dal traffico dei siti di informazione, per i publisher il supporto di Google resta fondamentale per aumentare il cosiddetto traffico organico.

E ora tutte le attenzioni si spostano in tutti quei Paesi - Italia compresa - nei quali Google non ha ancora regolato il suo rapporto con la stampa. Saranno gli editori, a questo punto, a fare la prossima mossa. Davanti a una strada così stretta la scelta appare quasi obbligata: da un lato c’è la resa incondizionata alle condizioni di Google, dall’altro lo scontro frontale, confidando magari su un’azione coordinata delle autorità su scala internazionale. Un gigante delle proporzioni di Google, lo si è capito da tempo, non lo si affronta da soli.

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