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Da Musk a Kalanick, la caduta dei supereroi dell'hi-tech

Travolti dagli scandali e dalla megalomania, sono sempre di più gli amministratori delegati costretti a fare un passo indietro per salvare le loro aziende. E il prossimo guru a lasciare potrebbe essere Mark Zuckerberg

Travis Kalanick

Marco Morello

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Sono l’incarnazione contemporanea degli dei dell’Olimpo: controllano uno sproposito di potere, accumulano vizi, capricci, ingestibili stravaganze. Come i loro antenati mitologici, compensano gli eccessi dispensando miracoli, trasformando brillanti intuizioni in affari miliardari. Non sono figure letterarie, ma esseri umani dai ruoli sovrumani: sono gli amministratori delegati, anzi i ceo per cedere agli anglismi, di pesi massimi della tecnologia come Tesla, Facebook, Alibaba, Uber, Snapchat. Che dopo anni con il vento in poppa, hanno visto scricchiolare il business; hanno smesso di brillare di sacralità perché risucchiati da errori strategici, difetti di contesto e prospettiva, o da truffe colossali. Alcuni sono stati costretti ad abbandonare l’empireo su cui sedevano, altri vacillano pericolosamente in bilico. È iniziata la caduta degli dei, la rottamazione dell’idolatria, la «fine dell’era dei supereroi dell’hi-tech», per riprendere una felice sintesi del Wall Street Journal

Elon Musk, l'inventore dell'auto elettrica Tesla

Elon Musk rappresenta il paradigma, il capofila di questo filone del genio che s’attorciglia fino a intrappolarsi nella sua sregolatezza. Ha incantato il mondo con le promesse dei viaggi nello spazio, dei treni sotterranei incapsulati e superveloci, dell’auto elettrica Tesla dalle prestazioni sportive a prezzi non esorbitanti. Ma è andato in affanno quando si trattava di ossequiare la legge fondamentale del mercato: onorare la domanda con un’adeguata offerta. Prima ha messo in mano ai robot le chiavi della produzione, poi, constatato il loro passo da lumaca, ha richiamato gli operai in carne e ossa. In ogni caso, le sue fabbriche non ingranano la marcia giusta: «Non producono abbastanza vetture, confondendo Wall Street» ha picchiato duro Bloomberg. 

Musk ci ha messo cuore e corpo, dichiarando di dormire negli stabilimenti, di giacere a terra per vegliare sul lavoro persino da altezza pavimento. Di trovare qualche rarissima ora di sollievo con un possente sonnifero i cui effetti collaterali includono, però, le allucinazioni. Infatti, nel tempo libero che spergiura di non avere, l’imprenditore pare allucinato: esplora avanguardie di business come la vendita online di lanciafiamme, fuma una «canna» durante un’intervista, afferra il telefono e si lancia in derive trumpiane da abuso dei social network, sotterrando il titolo di Tesla e la sua reputazione con raffiche di cinguettii da suicidio. Un tweet in cui annunciava di voler ritirare la società dalla Borsa, gli è costato una multa da 40 milioni di dollari e il furore della Sec, la Consob americana. 

Mark Zuckerberg, il Re sole e solo di Facebook 

Se Musk è un ceo sull’orlo di una crisi di nervi, ce n’è un altro che, pur sbandierando serenità e sorrisi affettatissimi, non se la passa meglio: Mark Zuckerberg, lo scenografo delle nostre identità digitali, un Re sole mai così solo al comando. Ha ghigliottinato tutti gli artefici del miracolo della galassia Facebook, o meglio li ha visti dimettersi, sfilarsi e allontanarsi dal suo regno un poco alla volta. Degli inventori di WhatsApp, Instagram, dei caschi per la realtà virtuale Oculus, non rimangono che le sedie vuote. Intanto, l’ex enfant prodige della Silicon valley subisce la tempesta perfetta che si sta abbattendo sulla sua creatura, tra scandali legati alle violazioni dell’uso dei dati degli utenti (il caso Cambridge Analytica è stato uno tsunami), gli attacchi hacker, la proliferazione di notizie false, le incitazioni all’odio amplificate sulla piattaforma e non rimosse in modo capillare ed efficace. Un concentrato di disastri mai sperimentati prima che ha fatto montare l’onda di «#deletefacebook», il movimento che spinge a cancellarsi per sempre in segno di autodifesa prima che di protesta. «Sebbene Mr. Zuckerberg si sia scusato e abbia promesso di nuovo e ancora di riparare Facebook, gli aggiustamenti messi in opera dalla compagnia spesso hanno avuto bisogno di essere aggiustati a loro volta» ha punto pochi giorni fa il New York Times.

Il social network è finito sul banco degli imputati davanti al Senato statunitense e al Parlamento europeo. «Potrebbe crollare», quantomeno subire ferite gravi sul piano degli investimenti pubblicitari: è la profezia apocalittica pronunciata da David Kirkpatrick, autore del libro The Facebook effect. Zuckerberg incassa, si aggrappa ai suoi numeri da record (più di 2,2 miliardi di iscritti attivi ogni mese), resiste sentendosi intoccabile, proprietario del suo giocattolo prima che burattinaio. Lo scorso marzo, l’edizione americana della rivista Wired lo ritraeva già incerottato e gonfio di cicatrici. E le botte peggiori dovevano ancora arrivare. L’ultima in ordine di tempo riguarda le chat su Facebook Messenger: i pirati informatici sarebbero riusciti a rubare e mettere in vendita online le conversazioni private di almeno 81 mila utenti della piattaforma. 

Jack Ma, il creatore dell'Amazon cinese

Se Mark è scosso ma non arretra, un altro titano ha invece deciso di congedarsi dal palcoscenico: Jack Ma, l’uomo più ricco della Cina, il padre di Alibaba, l’Amazon d’Oriente dal valore stimato di oltre 400 miliardi di dollari, ha annunciato il ritiro entro un anno o poco meno. A pesare sulla sua scelta, un ambiente inacidito dal governo di Pechino, il rallentamento della crescita del Paese, le tensioni con gli Stati Uniti. Insomma, al di là della favola consolatoria di volersi godere la pensione anticipata tra le palme, di dedicarsi ad attività filantropiche sulla scia di Bill Gates, incide «l’evidenza di una frustrazione», come ha scritto il saggista Duncan Clark, il suo biografo. Meglio uscire subito da eroi che domani, per quanto senza colpe evidenti, da astri in discesa.  Chi è già uscito è Travis Kalanick, ex numero uno di Uber, trascinato alla porta da «un flusso costante di scandali e pubblicità negativa». Riassunto efficace del quotidiano britannico The Guardian, che ha compilato una lista impietosa delle sue empietà. Dagli insulti agli autisti alle accuse di molestie sessuali nella compagnia fino ai programmi per affossare i rivali con pratiche scorrette o solo spiarli, allargando l’occhio anche su politici e celebrità. Il compito principale del suo successore, il mite Dara Khosrowshahi, è stato ricucire lo strappo, in primis con l’opinione pubblica, dopo il ciclone Kalanick. 

Andy Rubin, il padre di Android accusato di molestie

Un altro ciclone ha investito Andy Rubin, il padre di Android, il sistema operativo targato Google presente nella stragrande maggioranza dei telefonini globali. Come ha svelato un’inchiesta del New York Times, Rubin è stato accusato di molestie sessuali da una dipendente. Anziché licenziarlo in tronco, la società del motore di ricerca avrebbe lasciato che si dimettesse pagandogli una buonuscita da 90 milioni di dollari. E non sarebbe l’unico dirigente a essere stato coperto dalle alte sfere della compagnia e allontanato con congedi milionari. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta del quotidiano americano, l’amministratore delegato Sundar Pichai ha scritto una mail ai suoi impiegati per comunicare che altre 48 persone sono state cacciate via negli ultimi due anni per ragioni analoghe e senza alcuna buonuscita. Un atto di contrita trasparenza percepito come tardivo, incapace di spegnere le proteste e le manifestazioni di piazza dei dipendenti di Google organizzate in tutto il mondo.   

Altro che taumaturgici e soprannaturali, sono fin troppo umani questi ceo. O sbroccano, o soffrono. Comunque, hanno per indole una scarsa confidenza con il concetto d’equilibrio: «Hanno il quadruplo della possibilità di essere psicopatici rispetto alle persone normali» sentenzia Jon Ronson, autore del libro best seller The psycopath test. Sottotitolo: un viaggio nell’industria della follia. A scatenarla, un cocktail di pressioni, adulazioni, deliri d’onnipotenza. Freud si sarebbe molto divertito con un paperone della Silicon valley accomodato sul suo lettino.   

Il destino comune di Nick Woodman ed Evan Spiegel

Accanto alle speculazioni sulla loro salute mentale, c’è l’accanimento dei fatti, la congiura delle circostanze a remare verso il disastro. Specie quando sono clienti e utenti a voltare le spalle; quando la propria idea cardine, l’amica geniale, viene svuotata, saccheggiata, spolpata dalla concorrenza. Destino comune per Nick Woodman ed Evan Spiegel: il primo, surfista drogato d’adrenalina, è diventato miliardario inventando la GoPro. Ha inaugurato il settore che non c’era delle telecamere sportive in miniatura. L’hanno copiato tutti i produttori di gingilli tecnologici, lui per reazione si è cimentato con i droni, ha fatto flop (licenziando centinaia di persone) e si è ridotto lo stipendio a un dollaro. Da nove a zero zeri.

Spiegel, invece, aveva intercettato il linguaggio dei giovanissimi creando Snapchat, un social su misura per i teen in cui le immagini dominano sulle parole e i contenuti nascono con la scadenza, scompaiono dopo il consumo. Il falco Zuckerberg ha arpionato l’intuizione e l’ha resa mainstream facendone il caposaldo di Instagram, catturando adulti e adolescenti. Alla quotazione in Borsa nel marzo 2017, Snapchat valeva quasi 25 dollari ad azione. Oggi viaggia nel baratro intorno quota 7. E Spiegel finisce sui giornali per mosse strabilianti alla Elon Musk, come promuovere una manager a un ruolo chiave della società prima di fare marcia indietro e rimuoverla appena due giorni dopo. Quando si dice avere le idee chiare.   

L'inganno di Elizabeth Holmes

Per non parlare di qualcuno che credeva di essere più scaltro degli altri, spingendosi fino all’imbroglio: Elizabeth Holmes, occhi azzurri, sguardo mite, indole da guerriera. La definivano l’erede donna di Steve Jobs, è stata capace di raccogliere centinaia di milioni di dollari per la sua Theranos: una start-up dei miracoli che prometteva, tramite un macchinario rivoluzionario, analisi del sangue affidabili con poche gocce, con una puntura su un dito anziché con siringhe intere. Era una truffa, lo strumento non era affidabile nonostante la Holmes e la sua squadra sostenessero il contrario. Si è trattato «di una cospirazione che ha fuorviato medici e pazienti, mettendone in pericolo la salute e la stessa vita» ha tuonato John Bennett dell’Fbi. L’inganno è stato scoperto, per dieci anni la Holmes non potrà nemmeno avvicinarsi a spolverare il tavolo del consiglio d’amministrazione di un’azienda quotata negli Stati Uniti. In compenso, la sua storia dovrebbe diventare un film. Si vocifera su quale potrebbe essere il titolo: Bad blood. Sangue cattivo.

Avarizia, superbia, invidia, licenze di lussuria. Accidia a parte, perché l’ansia di potere non concede margini alla pigrizia, le storie di certi Ceo sembrano un ripasso dei peccati capitali. Ma alla prova del tempo, i re rimangono nudi: «Quelli che una volta erano lodati perché deridevano le convenzioni» rimarca il Wall Street Journal «stanno affrontando una nuova realtà. In fin dei conti, non sono dei supereroi. Trattarli come tali è stato un danno per le loro compagnie e i loro investitori». Forse gli dei non sono mai caduti dall’Olimpo perché non ci sono mai saliti. Abbiamo tutti vissuto l’illusione collettiva che fossero qualcosa di speciale. 


(Articolo pubblicato nel n° 47 in edicola dall'8 novembre 2018 con il titolo "La caduta degli dei moderni")

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