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La ricetta coreana per il Made in Italy

Produrre non basta più. Secondo LG, l'innovazione resta l'unica strada per battere la concorrenza. Anche quella cinese

Pranzo coreano

Roberto Catania

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Casomai vi trovaste a passeggiare per le vie di Seul, rimarrete senz'altro sorpresi dalla quantità di articoli italiani disseminati fra i vari angoli del centro città. A campeggiare in bella vista nelle vetrine della capitale sudcoreana non troverete solo i capi di Armani, Gucci, Versace e delle altre immancabili maison della moda tricolore. C’è di tutto di più: caffè, vino, aceto balsamico, oggetti di design, manufatti in pelle. La Corea, a quanto pare, ha il pallino di tutto ciò che di buono arriva dal Belpaese.

L’impressione è confermata anche da un recente rapporto della Camera di commercio su dati Istat: l’anno scorso, Il valore nazionale degli scambi commerciali con la Corea “repubblicana” ha toccato la soglia di 7,7 miliardi di euro (+8,2% rispetto al 2016) con la Lombardia che da sola vale quasi la metà della bilancia (circa 3 miliardi di scambi, di cui 1,5 di export).

Myeongdong district of Seoul, South Korea

Myeongdong district of Seoul, South Korea – Credits: Starcevic @iStock

Di primo acchito verrebbe da gonfiare il petto ed esaltare un modello - quello del Made in Italy - che ha molto da insegnare anche dall’altra parte del mondo, soprattutto in fatto di gusto, estetica, creatività. Tutto vero, se non ci fossero le previsioni dell’FMI a riportarci coi piedi per terra. Nel 2019 - chiosano gli esperti del Fondo Monetario Internazionale - il prodotto interno lordo italiano sarà quello che registrerà la crescita più bassa: si parla dell’1%,meno di Gran Bretagna (1,5%), Francia (1,6%), Germania (1,9%) e Spagna (2,2%).

Numeri che fanno il paio con quelli dei marchi tricolori che negli ultimi anni sono passati nelle mani degli stranieri. L’ultimo caso, piuttosto eclatante, è quello di Candy, forse il più famoso produttore italiano di elettrodomestici, che ha appena ceduto le sue quote al gruppo cinese di Haier. Insomma, il Made In Italy piace ed è riconosciuto nel mondo, ma raramente ha la potenza finanziaria per fronteggiare il mercato globalizzato.

Le dimensioni e la popolosità non sono una discriminante sufficiente per spiegare il fenomeno, e la controprova arriva proprio dalla Corea del Sud, un Paese grande un terzo dell’Italia ma che eppure ha saputo imporre uno dei modelli più dirompenti di sviluppo globale dell’era contemporanea. A sancirlo è l’Human Development Index, l’indicatore di sviluppo macroeconomico utilizzato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal 1993 per valutare la qualità della vita nei Paesi membri: la Corea del Sud ha l'ottavo reddito familiare più alto del mondo, il più alto dell'Asia. Un cittadino coreano, per dire, guadagna in media 1.200 dollari al mese, ma nelle città più ricche - è il caso di Seul - lo stipendio medio arriva a sfiorare i 3.000 dollari al mese (fonte National Tax Service, 2016).

Some Sevit Complex

Il complesso di Some Sevit, a Seul – Credits: TwilightStow @iStock (2018)

I soldi non faranno la felicità, è vero, ma aiutano, soprattutto in un contesto che brilla anche per ciò che riguarda gli aspetti qualitativi della vita: a livello globale, sottolineano altri due rapporti (Crime Index by Country 2016, U.S. Health-Care System Ranks as One of the Least-Efficient), la Corea del Sud si colloca ai primi posti per sicurezza personale, sicurezza nel lavoro, facilità di fare affari e qualità dell'assistenza sanitaria, con la terza più alta speranza di vita per la salute e il quarto sistema sanitario più efficiente al mondo.

L'eredità dei grandi conglomerati

Questo piccolo miracolo è figlio soprattutto della grande crescita economica avvenuta fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del nuovo Millennio. Trenta’anni nei quali il Governo sudcoreano ha imposto il modello dei cosiddetti chaebol, pochi conglomerati industriali ai quali affidare la produzione di qualsiasi cosa, dalle case agli alimentari. È in questo periodo che si sono affermate società come  Lotte, LG Electronics, Samsung e Hyundai-Kia, le colonne del Made in Corea nel mondo.

Se siete fra quelli che considerano dominante la posizione che stanno assumendo Amazon, Apple, Google e le altre big company americane della digital economy nella nostra società, forse fareste bene a rivedere i vostri parametri sulla base di ciò che detengono i grandi gruppi coreani all’interno del mercato domestico. Praticamente tutto: abitazioni, hotel, banche, cinema, automobili, telefonini, elettrodomestici, vestiti, prodotti cosmetici, surgelati e bibite gassate. I cittadini coreani più fedeli alla marca, volendo, potrebbero condurre un’intera esistenza acquistando prodotti e servizi dello stesso brand (probabilmente lo stesso per cui lavorano) senza scendere a compromessi.

made in Corea

– Credits: Roberto Catania

Il sistema dei chaebol ha marcato indelebilmente il tessuto macroeconomico del Paese, nel bene e nel male. Nel bene perché ha portato un paese di 50 milioni di abitanti a ridosso della top 10 delle economie più sviluppate (attualmente è all’undicesimo posto, la terza in Asia dopo Cina e India) e al primo posto per intensità di R&D delle imprese e brevetti depositati per PIL (fonte Bloomberg Innovation Index).

Nel male, perché è evidente: l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani pochi grande famiglie industriali non può che soffocare la piccola e media impresa. Tra il 2011 e il 2014, rivela un rapporto del 2016 dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), solo lo 0,01 per cento delle piccole imprese della Corea del Sud è cresciuto fino a diventare di medie dimensioni.

Questa stagnazione e l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni ha portato il Governo Coreano ad assumere nel tempo una posizione più neutra rispetto ai conglomerati: "I tempi sono cambiati", ammette Ken Hong, Senior Director Business Support Office Global Communications Team di LG Electronics; "oggi le istituzioni non fanno nulla per favorire le grandi aziende rispetto a quelle di piccole e medie dimensioni. La parola d'ordine è cooperazione: il Governo non ordina, suggerisce semmai le aree in cui intende promuovere lo sviluppo, ad esempio la robotica; le aziende come la nostra devono essere brave e veloci a orientare l’innovazione verso nuove direzioni".

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Cloi è il robot che LG Electronics ha sviluppato per l’uso commerciale in hotel, aeroporti e supermercati – Credits: Roberto Catania

Produrre non basta più

Proprio l’innovazione sembra essere il terreno di sfida scelto dalle aziende coreane per competere, dentro e fuori confine. "Ci sentiamo produttori prima di ogni cosa", prosegue Hong, "pensiamo di saper fare le cose e nel modo migliore. Fuori da qui, sono davvero poche le realtà che fabbricano in casa i componenti dei propri prodotti. La stessa Apple, per citare una società nota a tutti, assembla i suoi iPhone fuori da Cupertino, nelle fabbriche cinesi di Foxconn. Saper fare di tutto però non basta”, ammette però il responsabile. Per superare la concorrenza globale, e in particolare quella cinese “sotto-costo”, occorrono prodotti diversi, difficili da copiare ma al tempo stesso profittevoli".

La sintesi perfetta di questo modello di sviluppo sta forse nella Tv Oled, un prodotto basato su una tecnologia - quelle degli schermi a pixel autoilluminanti - che nessun produttore al mondo al di fuori di LG Display è ancora riuscita a superare o quanto meno a replicare a costi ragionevoli. "Esperienze come quelle dell’Oled ci insegnano che l’innovazione, quando è così spinta, è in grado di resistere agli attacchi della concorrenza più agguerrita. E genera profitto: le persone sono disposte a pagare per avere prodotti con caratteristiche uniche".

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E' proprio da questa consapevolezza che nasce la ricerca di soluzioni sempre più ambiziose, soprattutto nella fascia alta del mercato dell’elettronica di consumo. Le lavatrici a doppio cestello, ad esempio, ma anche i frigoriferi da “bussare”, i condizionatori a doppio inverter, i robot negli aeroporti e tutte le altre novità un po' sui generis che LG ha portato sul mercato negli ultimi tempi.

"Bisogna prendersi dei rischi, meglio se calcolati", ci tiene a sottolineare Hong. "Ci vuole coraggio per essere riconosciuti come produttori innovativi in questo preciso momento storico. Per quanto ci riguarda, non ci interessa fare una corsa al ribasso, c'è chi persegue la strategia del low-cost, noi vogliamo creare qualcosa di differente. Si può avere successo o meno, ciò che conta - al di là di tutto - è lavorare su un certo tipo di innovazione. Siamo orgogliosi di aver fatto degli esperimenti che non sono andati come speravamo, penso ad esempio ai cellulari modulari, è grazie anche a casi come questi che un'azienda può capire il mercato e calibrare meglio i prodotti successivi.

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– Credits: Roberto Catania

Una forza lavoro più dinamica, per reagire ai cambiamenti

Questa continua spinta all’innovazione, e più in generale al cambiamento, ha le sue ripercussioni anche sulla forza lavoro. Se nell’immaginario occidentale la Corea viene spesso dipinta come il paese dell’ordine e della disciplina, l’incarnazione del modello militare all’interno di quello aziendale, da queste parti si preferisce parlare di dinamismo.

Una parola, anzi due, definiscono bene l’atteggiamento dei coreani al lavoro e più in generale alla vita: “pali-pali”, l'equivalente del nostro “rapidamente”. "Pali-pali", ci spiegano a Seul, è un termine che spiega alla perfezione lo stile di vita coreano, quel passo spedito che fa ormai parte della routine di ogni lavoratore che si reca in ufficio ogni mattino (quasi sempre in anticipo), ma anche l’efficienza dei dipendenti agli sportelli pubblici: difficile vedere un coda in una banca o in un ufficio governativo.

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L'ingresso della linea d'assemblaggio della lavatrici di LG Electronics, a Busan, nella parte meridionale della Corea del Sud – Credits: Roberto Catania

Velocità di reazione di fronte alle sfide quotidinane significa anche capacità di adattarsi a scenari in continuo cambiamento. "Difficilmente chiudiamo rami d’azienda", conclude Hong, "preferiamo riconvertire un'unità di business, e dunque le persone che ci lavorano, verso nuove unità e sfide produttive".

Essere al passo coi tempi, in fondo, significa anche questo: capire quanto un business non funziona, e comunicare a tutti coloro che ne fanno parte che bisogna cambiare rotta. Rapidamente, se possibile.

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