Intel, ecco cosa c’è dietro al cambio di poltrone

Paul Otellini, storico CEO della società, cede il posto a Brian Krzanich. Un semplice passaggio di consegne per raggiunti limiti di età o qualcosa di più?

– Credits: Brian Krzanich, ex COO di Intel, ricoprirà il ruolo di CEO dal prossimo 16 maggio

Roberto Catania

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“È arrivato il momento di lasciare il timone alle nuove generazioni”. Così Paul Otellini, ha commentato la scorsa settimana la decisione di dimettersi da CEO di Intel. Dal prossimo 16 maggio, infatti, sulla poltrona più importante della casa di Santa Clara siederà l'attuale COO Brian Krzanich.

Non lasciatevi ingannare dalle parole, però. Dietro a quello che sembrerebbe un semplice avvicendamento per motivi generazionali c’è in realtà qualcosa di più e non solo perché il "nuovo" arrivato ha 52 anni ed è in Intel dal 1982. C’è la volontà di un gigante dell’Information & Technology di cambiare marcia e forse anche pelle.

Intel da qualche tempo non è più quella di una volta. Lo dicono i numeri: nel primo trimestre dell’anno, la società ha perso circa il 25% degli utili, con un calo del fatturato del 2,5% rispetto al 2012. Colpa della crisi dei PC, sempre più minacciati (ma dalle minacce si è ormai passati ai fatti) dalla crescita dei tablet e dei dispositivi mobili in genere: dopo anni di escalation continua, nel 2012 le vendite di personal computer sono scese del 3,7% e le stime del primo trimestre (dati IDC) parlano di un'ulteriore flessione del 14%. Di contro le vendite di tavolette multimediali e telefonini intelligenti continuano a procedere in doppia cifra (+78 e +46% sempre secondo IDC).

L’impressione, al di là dei numeri, è che il mercato stia cambiando a una velocità maggiore rispetto a quella con la quale Intel ha cercato finora di rispondere alle mutazioni della domanda.

Quella in atto – spiega molto bene Ben Thompson in questa analisi – è un’autentica mercificazione del chip. I produttori, in pratica, tendono sempre più a sviluppare un progetto per poi farlo costruire all’esterno. AMD, Nvidia, Qualcomm, MediaTek e la stessa Apple non hanno in fondo le proprie fabbriche. Si concentrano solo sulla progettazione (e sul margine). Il risultato è un allargamento del mercato: è difficile – conclude l’autore - che la progettazione di chip nel settore dei dispositivi mobili venga dominata da un unico player così come ha fattto Intel coi PC.

D’altro canto è anche vero che poche aziende al mondo hanno oggi la capacità e la potenza di fuoco di realizzare un chip dalla A alla Z: oltre a Intel, solo Samsung, GlobalFoundries e Taiwan Semiconductor Manufacturing Company dispongono infatti di fabbriche proprie.

Cosa farà dunque Krzanich per ridare slancio alla società? Rinnegherà il passato (e il presente) per seguire il modello praticato dai produttori che trattano il chip come una commodity? Difficile, più logico che opti per un’evoluzione graduale, senza colpi di testa. Il fatto stesso che il Consiglio di Amministrazione abbia scelto una figura interna (Krzanich era già COO della società) fa pensare alla volontà di un transizione graduale o – come scrivono alcuni analisti – a una "puntata sicura".

Una transizione guidata però da saldi principi tecnologici. Al contrario di Otellini – uomo orientato perlopiù alla gestione del business e di tutti gli aspetti economici - Krzanich è infatti uomo della prima linea, un ingegnere che si è fatto strada sgomitando negli impianti di produzione. Non è un caso che sia stato gestito nella sua crescita da Andy Grove, altra storica figura di Intel di formazione scientifica.

"Il mondo sta diventando sempre più mobile", ha spiegato Krzanich, "vediamo che la crescita si sta indirizzando verso quelle aree, e crediamo di avere le risorse giuste e le capacità di prodotto necessarie per andare in quella direzione a un ritmo molto più rapido". Insomma, per Intel è arrivato il momento di voltare pagina, di spiegare al mondo (soprattutto ai produttori di smartphone e tablet) perché i suoi componenti sono migliori di quelli prodotti dalla concorrenza anche nel settore della mobilità. Ma la sfida verrà affrontata con le armi di sempre, ricerca, sviluppo e capacità di produrre in scala.

Anche perché, per quanto in declino, il mercato dei PC vale ancora molto (lo dimostra lo stesso fatturato di Intel dello scorso anno, oltre 53 miliardi di dollari) e sono in molti (analisti compresi) a pensare che il mondo desktop non stia morendo, stia solo cercando nuove strade per recuperare l’appeal perduto.

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