Google, e se Motorola si rivelasse un boccone amaro?

L’acquisizione sta causando perdite e tagli. Il futuro dipende dal nuovo Moto X che sarà svelato l’1 agosto a New York

Marco Morello

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Intanto c’è una data certa. Ed è vicinissima: il prossimo 1 agosto, a New York, sarà svelato ufficialmente al mondo il primo cellulare interamente made in Google. Quel Moto X già illuminato da una pioggia di indiscrezioni, figlio prediletto dell’acquisizione di Motorola da parte di Mountain View vecchia ormai di quasi due anni. Era il 15 agosto 2011 quando uscì la notizia che il motore di ricerca più famoso al mondo aveva deciso di allungare un piede nell’hardware scucendo 12,5 miliardi di dollari per assicurarsi la costola mobile dello storico gruppo americano. E tra nemmeno due settimane, 24 mesi dopo, si proverà a capire in che modo tenterà di fare la differenza. Se a vedere la luce sarà un clone un po’ più raffinato della ormai robustissima e affollata galassia Android o uno smartphone i cui effetti speciali di serie sapranno conquistare i consumatori.

Google naturalmente deve credere nella seconda ipotesi e ha messo in conto di spendere 500 milioni di dollari in operazioni di marketing per sostenerla: per far conoscere al mondo la sua nuova creatura. Anzi, qualcosa ha già speso in annunci altisonanti e pagine pubblicitarie che stressano l’identità americana, sia di filosofia che di produzione, del prossimo nato. Frecciatina diretta a chi disegna in California e poi però assembla in Cina per tagliare i costi, ma non quelli di listino – Apple, tanto per fare un nome – o a chi confeziona l’intero pacchetto in Oriente, leggi Samsung e compagnia.

Ma in questa guerra di identità, che tutto sommato a noi europei interessa solo di striscio, si nasconde una punta che se non è di malessere o preoccupazione, di sicuro discende dall’esigenza prioritaria di dare un senso a un’operazione che finora non si è dimostrata proprio entusiasmante. Anzi: l’ultima trimestrale ha rivelato che Motorola ha causato a Google perdite operative per 342 milioni di dollari. Una cifra non trascurabile persino per un colosso che è riuscito a iscrivere, nello stesso periodo, ricavi per 14,1 miliardi di dollari.    

C’è dell’altro: sempre nell’ultimo trimestre in Motorola sono stati tagliati quasi 5.400 posti di lavoro. Motorola Mobile aveva 9.982 addetti al 31 marzo 2013, sono scesi a 4.599 a fine giugno. Per strada se ne sono persi oltre la metà. Certo, va precisato che la situazione è meno traumatica di quanto appaia, perché questa riduzione è in realtà un cambio di proprietà, è figlia della cessione alla compagnia Flextronics di due fabbriche di Motorola a Taiwan e Brasile e di altre operazioni correlate, fatto sta che l’azienda americana ha subito un evidente ridimensionamento. E che i fari sono ora tutti puntati sull’1 agosto per capire quali assi Google sarà in grado di calare con il Moto X.

Il suo essere made in Usa è certamente una bella carta di cui fregiarsi, ma non pare abbastanza per convincere i consumatori a preferire il telefono all’iPhone 5, al Samsung Galaxy S4 e alle loro future evoluzioni. Altra caratteristica che è venuta fuori, sempre da confermare, è la possibilità di personalizzare l’estetica dello smartphone: non la forma e lo spessore, ma almeno i colori del fronte e del retro, e di arricchirli con un’incisione personalizzata. Qualcosa di più completo e istituzionalizzato rispetto a quanto fa la Apple sul suo negozio digitale. Anche qui siamo però nell’ordine dei vezzi, dei corollari curiosi, non certo delle killer application.

Ciò che lascia meglio sperare sono altre indiscrezioni trapelate, su tutte il fatto che il Moto X avrà sempre un orecchio teso verso il suo proprietario. Non tanto e non certo per violarne sistematicamente la privacy registrando tutto ciò che sta facendo (o almeno è lecito sperarlo), quanto per essere sempre pronto a eseguire comandi vocali. Per capirci: se dobbiamo essere ogni volta noi a svegliare Siri dal letargo premendo un pulsante sull’iPhone, il Moto X potrà avviare una chiamata in vivavoce o spedire un messaggio o guidarci a destinazione senza mai sfiorarlo.

Ecco, muovendosi su questa falsariga magari Google potrà solleticare i desideri degli utenti, molto più che con un patriottismo che ha un ovvio limite geografico in un mercato senza confini oppure con giochi di cromie. Naturalmente a Mountain View dovranno mettere in conto il rovescio della medaglia: se sarà un successo – e il favore con cui sono stati accolti i vari Nexus non lo esclude – qualche mal di pancia potrebbe venire. Su tutti, a quei produttori che perderebbero piccole o grandi quote di mercato per colpa della stessa azienda che ha creato Android, ospitato sui loro dispositivi.

Non è un segreto che il numero uno del mercato, Samsung, da tempo stia ragionando sull’ipotesi di virare verso un sistema operativo sviluppato in casa. E se Firefox OS o Ubuntu Mobile si dimostreranno all’altezza delle aspettative, magari altri produttori potranno valutare di adottarli come prima scelta. Ecco il paradosso che l’uscita del Moto X tiene dentro con sé: se farà boom potrà ridare a Motorola il lustro perduto e portare i suoi conti parecchio in attivo. Ma anche, alla lunga, finire per danneggiare almeno in parte la casa madre, la stessa Google.  

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