Apple, gli aumenti e la farsa dell’equo compenso

Doveva essere una tassa a carico dei produttori hi tech, e invece saranno ancora una volta i consumatori a farne le spese

– Credits: Justin Sullivan/Getty Images

Roberto Catania

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Che l’equo compenso non fosse poi tanto equo lo avevamo capito subito. Sarà che dinnanzi a certi attributi - ed “equo” è sicuramente fra questi - in questo Paese viene quasi automatico sentire puzza di bruciato, sarà che la normativa sul diritto digitale ha sempre scatenato molte polemiche; sta di fatto che alla fine, malgrado le rassicurazioni del ministro Franceschini, la tassa sulla copia privata è finita per ricadere sui consumatori.

Gli aumenti appena annunciati da Apple sui suoi prodotti - si va da un minimo di 2,56 euro per un iPhone 5C da 8 Gb a un massimo di 4,76 euro per un iPhone 5S da 32 Gb - dimostrano che quella storia per cui la tassa sui dispositivi tecnologici dotati di memoria di massa sia un affare privato fra produttori e Stato è tutta una farsa.

Il perché è evidente: non si può impedire a una società che vive sul profitto di salvaguardare il proprio margine facendo ricadere certi oneri sul costo finale dei prodotti. In questo senso l’equo compenso non è molto diverso dall’IVA. Si può decidere di chiudere un occhio (ovvero di rinunciare a una fetta del proprio guadagno) o non farlo, ma si tratta sempre di considerazioni dettate da bilanci e precise scelte commerciali delle singole aziende. Nella linea adottata da Apple c’è dunque la volontà di mandare ai nostri legislatori un segnale molto chiaro: l’equo compenso è una tassa ingiusta e onerosa che non può essere assorbita per intero dal produttore.

UNA TASSA SULLA COPIA PRIVATA
L’equo compenso, lo ricordiamo, prevede l’esborso di una cifra forfettaria che il produttore di dispositivi dotati di memoria di massa deve corrispondere alla SIAE - che poi la destinerà agli autori - al momento della vendita del prodotto. Il presupposto su cui si fonda l’imposta è che ogni utente possa effettuare una copia privata su dispositivi di sua proprietà (purché dotati di una memoria fisica) di un contenuto multimediale protetto da diritto d’autore. La tassa, inoltre, prevede rincari maggiori all’aumentare del taglio di memoria interna. Tradotto in soldoni, ciò si traduce in un prelievo sul produttore di circa 4 euro per ogni dispositivo venduto con capacità di storage da 16 GB (ad esempio un iPhone 5S da 16 GB) e di circa 32 euro per uno da 512 GB (ad esembio un MacBook PRO da 512 GB).

PER IL GOVERNO È RITORSIONE SUI CLIENTI ITALIANI
Gli aumenti praticati da Apple mirano dunque ad ammortizzare l’esborso aggiuntivo che la società dovrà sostenere in virtù del nuovo quadro normativo, soprattutto per quanto riguarda smartphone e tablet.

Ma per il Governo si tratta di una ritorsione contro i clienti italiani. Il ministro Franceschini, colui cioè che ha avallato per decreto l’aumento degli oneri sulla copia privata, fa notare come gli aumenti praticati da Apple in Italia non siano in linea con quanto fatto dalla stessa azienda in altri Paesi.

 

Tuttavia, fa notare Confindustria Digitale, ci sono Paesi - è il caso proprio della Germania - in cui il contenzioso sui compensi per smartphone e i tablet è ancora aperto (e il fatto che l’industria digitale tedesca non stia pagando i 36 euro richiesti dagli autori ne sarebbe la prova).

LA CRITICA DEGLI INDUSTRIALI
Da notare il fatto che proprio la federazione che raduna gli industriali che operano nella filiera di attività delle tecnologie e dei servizi digitali sia, insieme alle Associazioni dei consumatori, il fronte più critico rispetto alle recenti decisioni prese del Governo. “L’aumento del compenso per la copia privata è ingiustificato e non tiene conto dell’evoluzione delle tecnologie e delle mutate abitudini di utilizzo da parte dei consumatori, con lo streaming e il cloud storage ormai a farla da padroni rispetto alla copia privata, dando un segnale negativo per lo sviluppo tecnologico a fronte di un impegno in questo senso del Governo Renzi", ha commentato qualche giorno fa il presidente di Confindustria Digitale, Elio Catania. Il messaggio, anche in questo caso, è abbastanza chiaro: lo Stato farebbe bene a concentrarsi sull'orientamento attuale dei consumatori piuttosto che soffermarsi su un fenomeno - quello del trasferimento fisico della musica e degli altri contenuti multimediali sui vari supporti digitali - che sta diventando residuale.

UN DECRETO CHE SCONTENTA TUTTI (A PARTE LA SIAE)
Resta a questo punto da capire come si comporteranno gli altri produttori hi-tech dinnanzi a quella che qualcuno ha già ribattezzato "la tassa sui telefonini": c’è chi ha già espresso l’intenzione di mantenere inalterato il proprio listino (è il caso ad esempio di LG Italia) e chi scioglierà le riserve nelle prossime settimane. Al di là delle decisioni dei singoli, l’impressione è che nel complesso questa sia un'imposta destinata a scontentare un po’ tutti (a parte la SIAE, s’intende, che grazie al nuovo balzello si ritroverà con 150 milioni di gettito in più rispetto allo scorso anno). Così com’è formulato, il decreto sembra essere una via piuttosto sbrigativa per risolvere un problema - quello della raccolta e distribuzione delle royalties a favore degli autori - che meriterebbe una riflessione ben più accurata.

 
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