Economia

Tav in Val di Susa, perché rinunciare è un danno

Per realizzare l’opera è già stato speso quasi un miliardo e mezzo di euro. Con uno stop unilaterale, l’Italia non guadagnerebbe certo in credibilità

No Tav

Andrea Telara

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“Nessuna marcia indietro sulla Tav”. E’ il monito che il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha lanciato nella giornata del 23 maggio al nuovo governo Lega-5Stelle, che si insedierà presto a Palazzo Chigi e sarà guidato da Giuseppe Conte. 

Il nuovo esecutivo  sarà impegnato ad applicare il contratto di governo messo a punto dai due  leader vincitori delle ultime elezioni, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Al punto 27 del documento, nella parte dedicata alle grandi opere, viene fissato l’obiettivo “di ridiscutere integralmente il progetto della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione (la Tav, appunto), seppur nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. 

Cosa significa di preciso questa espressione? Non è ben chiaro se il governo Conte vorrà  fermare completamente i lavori o farà solo piccoli aggiustamenti. Tuttavia, vista la manifesta contrarietà del Movimento 5 Stelle alla realizzazione dell’opera, il timore è che i cantieri della Torino-Lione si interrompano per sempre. 

Due miliardi in fumo 

Cosa succederebbe se questa prospettiva si avverasse? Di sicuro, aldilà delle divergenze d’opinione sull’utilità dell’opera,  lo stop ai cantieri significherebbe buttare al macero 1,4 miliardi di euro spesi finora per i lavori preliminari. Le cifre le ha snocciolate all’agenzia Agi Paolo Foietta, commissario del governo (quello uscente guidato dall’ex-premier Gentiloni) per l’asse ferroviario Torino-Lione che passa attraverso la Val di Susa. 

Della cifra spesa, più di 700 milioni sono arrivati dall’Unione Europea mentre Italia e Francia hanno messo sul piatto circa 350 milioni di euro a testa. A questi soldi bisogna aggiungere altri 800 milioni di euro circa stanziati come finanziamento dall’Ue per il quinquennio 2015-2019: una somma vincolata che non può essere destinata ad altre voci di spesa. Tirando le somme, i miliardi di euro destinati ad andare in fumo sarebbero dunque più di due.  

Nello stesso tempo, però, l’Italia potrebbe risparmiare nel breve termine più di 800 milioni di euro. A fronte delle somme già stanziate dall’Ue, il nostro Paese deve infatti spendere di sua tasca una cifra equivalente a quella già contabilizzata da Bruxelles, in qualità di membro dell’Unione e partecipe del progetto ferroviario. Tirando le somme, dunque, le risorse spese inutilmente con uno stop alla Torino-Lione peserebbero inizialmente più sui bilanci europei che non su quelli del governo italiano. 

Appello a Macron 

Non va però dimenticato che l’interruzione dei cantieri  sarebbe frutto di una decisione unilaterale da parte del nostro Paese, a lavori già iniziati. Sulla carta non sono previste penali a carico dell’esecutivo di Roma ma, alla fine, l’Ue e la Francia potrebbero chiederci il conto delle spese inutili che sono state costrette ad affrontare.  Più che una questione di soldi, dunque, con lo stop all'Alta Velocità ferroviaria in Val di Susa si creerebbe un problema di credibilità. 

Non a caso, di fronte alle incertezze politiche che oggi si manifestano a Sud delle Alpi, oltre 60 personalità francesi, tra parlamentari e amministratori locali, hanno fatto un appello al presidente della repubblica transalpino Emmanuel Macron per far valere gli interessi nazionali a favore di “un’opera che è il risultato di numerosi  trattati e impegni internazionali nei confronti dell'Unione Europea”. Come dire: se l’Italia rinuncerà alla Torino Lione, dovrà vedersela anche con l’inquilino dell’Eliseo. Questione di credibilità, appunto, più che di soldi. 

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