Tasse

Web tax: perché la Ue vuole tassare Amazon e gli altri

Gran parte dei profitti dei colossi dell'e-commerce USA proviene dall'estero dove però pagano pochissime imposte

Amazon Google Facebook

– Credits: Composite su immagine franckreporter @iStock (2017)

[aggiornato il 27 settembre 2017]

La cosiddetta web tax in salsa europea si basa su un principio: i profitti fatti nei paesi Ue dovrebbero essere tassati all'interno dell'unione. Sembra banale ricordarlo, ma non lo è: in Europa, e anche in Italia, vale (per ora) solo per le imprese tradizionali.

L'economia digitale in tutti questi anni ha vissuto, invece, in una sorta di limbo, dove si fattura in un paese e si pagano le tasse in un altro, magari in un paradiso fiscale.

Ecco perché Bruxelles vuole estendere le regole che valgono nell'economia reale alla web economy.

I numeri

Il dominio del tech si spiega non solo con la diffusione degli smartphone e delle connessioni internet più veloci: di mezzo ci sono anche i balzelli.

Che per le aziende digitali sono davvero bassi: la differenza è tra un'aliquota di oltre il 20% nei settori  retail tradizionali rispetto all'8,5% del web, una disparità che avvantaggia i GAFA (l'acronimo orrendo che sta per Google, Amazon, Facebook e Apple) rispetto alle imprese tradizionali attive nel commercio al dettaglio, soprattutto per le piccole e medie.

Così, almeno, la pensa Bruxelles e molti Stati della Ue, tra cui l'Italia, che sul fronte web tax è sempre stata all'avanguardia. E non a torto, da un certo punto di vista.

La Commissione europea, in un rapporto, ha elencato qualche dato: dal 2008 al 2016 l'intero settore retail tradizionale nell'Unione europea è cresciuto del 1%, mentre i cinque colossi del settore dell'e-commerce viaggiavano al 32% (sono elaborazioni su dati Eurostat e Bloomberg). Quanto al peso sull'economia globale, basti pensare che in termini di valori di Borsa il tech ora vale il 54% del mercato dal magro 7% del 2006.

Il nodo delle filiali

C'è però un problema per l'erario dei vari paesi dell'unione: la presenza fisica nei vari paesi delle aziende della web economy. Il Fisco può riscuotere solo se c'è una filiale e non a caso si sta dibattendo in queste settimane sulla definizione di "stabile organizzazione".

Molte digital company americane, anzi quasi tutte, hanno in Italia uffici che risultano (spesso solo sulla carta) operativi per il marketing e il supporto ai clienti, mentre le attività prettamente commerciali (quelle che permettono di fatturare) fanno capo a filiali basate in paesi a fisco agevolato, come l'Irlanda o il Lussemburgo.

Uno stratagemma che ha permesso ai colossi americani del web di dribblare l'Agenzia delle entrate, e il Fisco degli altri paesi Ue, e di portare a casa guadagni niente male, visto che fatturano in media il 60% fuori dagli Stati Uniti e pagano solo il 10% di tasse fuori confine, mentre i 28 paesi membri nel 2013-2015 hanno perso 5,4 miliardi di euro in mancati versamenti da parte di Google e Facebook.

Le soluzione della Ue

Bruxelles sta correndo ai ripari ripensando le teorie sull'imposizione fiscale. Le imprese digitali, infatti, hanno enormi vantaggi rispetto alle tradizionali dal punto di vista fiscale: si basano in misura rilevante sui cosiddetti asset intangibili ed essendo quasi per definizione tranfrontaliere, possono utilizzare i regimi fiscali a loro più favorevoli.

Le richieste dei grandi paesi

Italia, Francia, Germania e Francia, i quattro paesi che hanno chiesto di tassare il fatturato delle imprese digitali, chiedono anche una riflessione sull'Iva: bisogna assicurare che "lo stesso contenuto, bene o servizio sia soggetto a Iva nello Stato di consumo, senza pensare alla sua natura fisica o digitale", scrivono i quattro Governi in un documento riportato dall'agenzia Ansa.

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